di
Iacopo Gori, nostro inviato a Siracusa e New York
Ecco che cosa unisce il tiranno di Tebe (in scena al Teatro Greco di Siracusa) e il Boss che a New York le ha cantate a Trump
Il colombo vola via dagli alberi dietro al grande palcoscenico in una sera di maggio al Teatro Greco di Siracusa, dove si possono trovare le radici della nostra civiltà, della nostra anima. Lo hanno fatto impaurire gli spari delle armi nel silenzio. Sono i colpi della guerra civile di Tebe. Dal volo e dal canto degli uccelli gli antichi indovini interpretavano il futuro.
È la prima di Antigone, capolavoro della tragedia greca scritto da Sofocle 2500 anni fa e che ancora ci interroga (senza darci soluzioni) sulla natura del potere, sulla democrazia e su che cosa si debba seguire tra la legge e la coscienza. Perché i problemi degli uomini, dice il regista canadese Robert Carsen, sembrano sempre gli stessi: «Antigone è e sarà sempre attuale perché i conflitti sono eterni. C’è Creonte (il re di Tebe, ndr) che ha preso il potere, che impone le sue regole come i politici di sempre. E c’è Antigone che non è d’accordo, che non riconosce ciò che lui dice. Creonte non può decidere regole che non vanno d’accordo con la morale di cui lei sente l’obbligo, come quella di dare sepoltura al fratello morto nella guerra fratricida. Creonte ha bramato il potere: ora che lo ha ottenuto che cosa ne farà? Questo è da sempre il problema, come in Shakespeare. Il potere può fare male se chi lo ha non sa gestirlo. Il popolo non è d’accordo con il re ma ha paura. Ci sono tanti Creonte oggi. Come 2500 anni fa, ognuno di noi ha l’obbligo di rispettare e mantenere la democrazia. La voce di ognuno è importante, non dobbiamo stare in silenzio. Dobbiamo avere il coraggio di Antigone, difendere quello che pensiamo essere giusto. Questa è la lezione: noi siamo responsabili di ciò che succede, non gli altri».
Due giorni dopo, in un’altra sera di maggio a New York, una leggenda della musica entra con la chitarra a 76 anni sul palco del Madison Square Garden strapieno per la data del suo «Land of Hope & Dreams/No Kings tour«. Bruce Springsteen, dopo le uccisioni di gennaio a Minneapolis (due cittadini Usa, Renee Good e Alex Pretti, colpiti dagli agenti dell’Ice inviati da Trump per attuare piani di espulsione di massa dei clandestini), ha deciso che non voleva più stare in silenzio e ha organizzato questo tour politico-musicale: alterna i suoi classici impegnati con lunghe dichiarazioni dove denuncia dritto per dritto quello che «di antidemocratico succede negli Usa».
Apre con la pacifista War e Born in the Usa (brano contro la guerra in Vietnam travisato per anni), poi Springsteen prende la parola: «Un presidente inadeguato, un aspirante re, guida un governo canaglia, corrotto, traditore, sociopatico, brutale e responsabile di avere diviso il Paese».
Alla fine delle «solite» tre magiche ore di concerto — c’è la commozione per Streets of Minneapolis (scritta per Renee Good e Alex Pretti); c’è la potenza di The Ghost of Tom Joad (brano che si ispira al protagonista del romanzo Furore di Steinbeck e racconta la povertà degli emigranti americani impreziosita da un straordinario Tom Morello alla chitarra); ci sono le lacrime per American Skin (41 Shots) (canzone di protesta ispirata all’uccisione di Amadou Diallo, immigrato guineano di 23 anni disarmato, colpito da 41 colpi di pistola da quattro agenti di polizia di New York) — il Boss si siede sul palco e con il sottofondo di Chimes of Freedom — poetica canzone di Bob Dylan — chiede a tutti quelli che partecipano al suo rito laico-rock di ricostruire l’America che Trump ha distrutto. «La cosa più dura per me è sentire la distanza tra i concittadini: può oscurare la nostra anima. Abbiamo un presidente che attacca quelli che non la pensano come lui. Io non voglio vivere così. L’America fin dall’inizio è nata sul disaccordo, è costruita sul disaccordo: possiamo discutere su quale direzione prendere mentre riconosciamo la nostra comune umanità, dignità e unità. C’è una cosa che mi spezza il cuore. Le ultime parole di Renee prima di morire all’uomo contro cui stava protestando: “Va bene amico, io non ce l’ho con te”. Quando tornate a casa, abbracciate chi amate e fate qualcosa di pacificamente attivo per difendere gli ideali del nostro Paese. Come ha detto il grande leader dei diritti civili John Lewis: “Andate fuori e mettetevi in qualche bel guaio. Dite qualcosa, fate qualcosa”».
Antigone a Siracusa, Springsteen a New York, una tragedia greca del V secolo e un concerto rock del XXI: due mondi che ci suggeriscono di non dimenticare l’importanza della partecipazione nella vita democratica (quando si ha il privilegio, non scontato, di vivere in un Paese libero). La democrazia è una pianta che ha bisogno di essere annaffiata tutti i giorni da ciascuno di noi: ad Atene nel 422 a. C, a New York nel 2026 d. C..
Questo pezzo è uscito su La Lettura di domenica 24 maggio
28 maggio 2026 ( modifica il 28 maggio 2026 | 13:38)
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