di
Mario Platero
Cristiano, moderato, giovanissimo, Talarico sfiderà a novembre Ken Paxton, il candidato di Trump, per tentare di strappare il Texas ai repubblicani (dopo decine di anni). Figlio di una ragazza madre, abbandonato dal padre biologico (alcolizzato e violento), si schiera dalla parte della classe media. E assicura: «I miei stivali texani? Non li toglierò mai»
Viso pulito, bello, occhi castani, aperti, capelli pettinati con la riga perfetta, sorridente, gentile, moderato, giovane, appena 36 anni. Così si presenta James Talarico quando lo incontro di passaggio a New York: è l’anti-star, è il nuovo «format» con cui i democratici centristi cercheranno di strappare una vittoria storica in Texas dopo che il Presidente Trump ha portato alla vittoria il candidato repubblicano Ken Paxton, procuratore generale dello Stato, considerato moralmente corrotto. E prima ancora di sapere se potrà davvero vincerla questa battaglia all’ultimo voto nello stato più conservatore e Maga d’America, Talarico è già astro nascente del partito democratico per quel che è già riuscito a fare in Texas, grazie a questo suo profilo alternativo, umile e cristiano sul serio: ha studiato al seminario teologico presbiteriano di Austin dove ha conseguito un master in teologia, il primo livello per diventare un pastore presbiteriano.
E proprio perché rappresenta una minaccia, James Talarico è stato anche lui oggetto delle scomuniche religiose di Donald Trump, talmente colto in materia teologica da poter impartire lezioni di teologia persino a Papa Leone XIV. Con James, deputato alla Camera del suo Stato, ex insegnante, candidato democratico per il seggio senatoriale in Texas, il Presidente è stato ancora più acido: «Talarico è un insulto a Gesù» ha sentenziato lapidario qualche settimana fa. Attaccava la difesa d’ufficio che Talarico fa dei diritti delle comunità LGBTQ, perseguitate da questa amministrazione. Lui, texano vero, nato a Round Rock, nel cuore dello stato, ha contrattaccato parlando in una chiesa battista texana di afro americani: «Vuoi sapere cosa offende Gesù? Privare i malati dell’assistenza sanitaria. Vuoi sapere cosa offende Gesù? Bombardare bambini in età scolare, espellere innocenti dalle loro case, separare le madri dai loro neonati. Insabbiare il caso Epstein».
Ogni risposta, sempre più incisiva della precedente, era accompagnata da un crescente mormorio di approvazione della congregazione. Ed è stato così, predicando l’eguaglianza sociale partendo dal cristianesimo e non dal marxismo, come ha fatto il sindaco di New York Mamdani, che James Talarico ha battuto alle primarie del 3 marzo Jasmine Crockett, amatissima deputata nera a Washington.
La chiave della vittoria, con il 53% delle preferenze? Non solo la religione: Crockett è aggressiva, energica, diretta, pronta al confronto e alla provocazione anche in modo molto efficace ma controverso. Talarico, riflessivo, pacato e appunto cristiano nel suo modo di parlare e predicare la fratellanza, si è imposto offrendoci una conferma: il Texas, ma potremmo dire l’America, non vuole più la polarizzazione estrema, la volgarizzazione della politica, l’attacco cattivo per il gusto di attaccare con cattiveria. Gli eccessi di Trump hanno lasciato un segno nel voto non MAGA. E vincendo, Talarico ha portato una rivoluzione non solo in Texas, ma in tutti gli Stati Uniti. Intanto perché la base religiosa cristiana in questo Paese è schierata a destra, è stata chiave per le vittorie repubblicane fin dai tempi della rivoluzione reaganiana e lui potrebbe cambiare l’equazione. Ma soprattutto perché offre un’alternativa credibile democratica ai Woke, alla Cancel Culture, all’estremismo attivista di sinistra di quel gruppo politico che, nel partito democratico, si estende dagli attivisti tradizionalisti come Bernie Sanders o Elizabeth Warren fino agli attivisti «arrabbiati» alla Ocasio Cortez e Mamdani, gruppo che occupa postazioni importanti ma che non riflette quel centrismo che molti democratici vorrebbero. Per questo Trump e i repubblicani tutti, temono Talarico e la sua forte attrattiva per un voto di centro centro-destra.
Risultato pratico? In chiusura del primo trimestre di quest’anno Talarico ha battuto ogni record di raccolta fondi per un seggio senatoriale nella storia politica americana: 27 milioni di dollari. Tra l’altro tutti in arrivo da tagli piccoli, una media di 50 dollari da parte di 540.000 singoli contributori. Complessivamente ha raccolto 40 milioni di dollari. Se dovesse vincere il seggio senatoriale texano in palio quest’anno, sarebbe la prima volta dal 1994 che un democratico si afferma in una elezione in rappresentanza dello stato Texano, roccaforte repubblicana e del conservatorismo populista di destra. E forse è stato per questa sua vittoria con estrema chiarezza e forza che Donald Trump ha voluto mostrare i muscoli e l’influenza che ancora esercita sulla sua base, ha scelto di umiliare John Cronyn, un gentiluomo di vecchia tradizione repubblicana ed ha appoggiato con tutta la sua forza l’ex procuratore Ken Paxton che ha vinto lo spareggio nelle primarie di martedì con un margine schiacciante, il 64% del voto contro il 36% di Cronyn. Come dire: vedete? Il mio candidato è più forte.
Ma questo voto texano diventa chiave per capire fino a che punto l’America repubblicana è pronta alla rinuncia di quei tradizionali valori di trasparenza e onestà. Paxton infatti è stato colto in flagrante con accuse di corruzione e oggetto di un impeachment che ha poi evitato per pura solidarietà politica. E su una incriminazione per corruzione ha patteggiato un risarcimento da 300.000 dollari. Per non parlare delle accuse di tradimento e maltrattamenti da parte dalla moglie che dopo 38 anni di matrimonio ha chiesto recentemente il divorzio.
Ed è questo il punto centrale di queste elezioni: tutti in Texas sanno che, se vincesse Paxton contro Talarico, manderebbero un poco di buono a rappresentarli nella Capitale. Ma Trump ama la sfida, capisce che quella texana è decisiva e per proteggere il voto cristiano, cerca in modo grottesco di mostrarsi come credente, osservante, addirittura meglio del Papa e capace di fare miracoli. Come spesso gli riesce però, i suoi attacchi al Papa o a Talarico sono stati autodistruttivi: le comunità cristiane gli hanno voltato le spalle, il Texas da martedì è in «play» e se a novembre dovesse perdere anche il Senato oltre alla Camera, per lui sarebbe un guaio serissimo.
Ho incontrato e intervistato Talarico qui, a Manhattan, nel Village, ai margini di una cena in suo onore a casa di amici, un uomo sorridente, gradevole, alla mano. Capisci che è paziente e determinato. Era a New York per allargare a livello nazionale il suo consenso politico. È venuto con la madre, Tamara Causey Talarico, una donna minuta, spiritosa, orgogliosissima del figlio.
Gli chiedo di raccontarmi la sua storia. E, soprattutto cosa lo ha motivato a lasciare la vocazione religiosa per la politica.
«Sono nato in un piccolo paesino nel cuore del Texas, si chiama Round Rock perché nel fiume Brushy Creek che attraversa la pianura c’è una roccia rotonda che faceva da punto di riferimento per la traversata del fiume, prima degli indiani e poi delle carovane che andavano a Ovest. Un terreno piatto, un’infanzia non tradizionale. Mia madre fu una ragazza madre. Mio padre biologico era alcolizzato, violento e sparì quando avevo sette settimane».
Ha origini italiane?
«Mio padre, Mark Talarico è di origine italiana. Ha sposato mia madre e mi ha adottato. Devo molto a lui, l’affetto, l’avermi cresciuto e l’avermi trasmesso tradizioni italiane di cui mia madre è orgogliosissima».
Cosa la guida?
«La fede. Mio nonno era un predicatore battista nel Texas meridionale e diceva che il cristianesimo è una religione semplice con dei messaggi semplici: ama Dio e ama il tuo vicino. Basta applicare i comandamenti per vivere moralmente bene. E non mi sembra che questo Presidente li rispetti molto».
Il suo confronto con l’amministrazione ha una storia: va alla trasmissione «The View» da New York e l’agenzia per le telecomunicazioni apre subito un’inchiesta sulla rete. È normale?
«Non è normale, ma ci dice una cosa: Trump ha capito che posso vincere a novembre e questo gli mette paura. Per lui perdere un seggio senatoriale proprio in Texas sarebbe un’umiliazione e dunque si verifica un paradosso: il partito che ha corso contro la “Cancel Culture” ne applica il concetto in modo ancora più diretto. Vuole “cancellare” dall’alto, controllare dall’alto e dunque censurare. Hanno attaccato Jimmy Kimmel per aver fatto una battuta che non hanno gradito, Stephen Colbert per aver detto la verità sui rapporti Paramount Amministrazione».
Sta dicendo che l’amministrazione è corrotta?
«Certo, lo vediamo ogni giorno, lo è su vari livelli, su quello morale quando decide di vendicarsi su qualcuno usando le agenzie del governo, guardi come hanno trattato un uomo integerrimo come Jerome Powell (presidente della Fed ndr), lo è sul piano della trasparenza: la menzogna domina. E su quello materiale, pensi solo agli affari privati che vengono condotti attorno agli affari di stato. Le gente del Texas è onesta, per questo voteranno per me. Sanno che potrò cambiare le cose anche sul piano dell’equità».
Cioè?
«Se vinco vorrei entrare in commissione finanza per combattere la sperequazione. Non è giusto che un cittadino con un reddito medio o medio alto paghi aliquote più elevate di uno che guadagna cento milioni o un miliardo. Oggi più guadagni e meno paghi per una serie di esenzioni ingiuste, previste dal codice fiscale, dovranno essere eliminate. Dobbiamo riportare l’orgoglio nella classe media».
Come spiega il successo con le donazioni e il reclutamento di volontari? «Torno alla semplicità. La mia è una storia semplice. Ho studiato, ho fatto bene a scuola, sono stato ammesso a Harvard per studiare pedagogia, ho insegnato, ho vissuto l’esperienza con giovani e giovanissimi da quali si impara moltissimo. Ho deciso di portare la mia missione per la gente nella politica locale e ho vinto un seggio per la Camera Statale, ero molto giovane e credo di aver fatto bene. Oggi ho con me 28.000 volontari. È un record per una corsa al Senato. A gennaio ne avevo 13.000. Una volta abbiamo raccolto 4.000 nuovi volontari in 24 ore. Complessivamente abbiamo mandato 50.000 messaggi, fatto 16.000 telefonate, siamo riusciti ad essere presenti in tutte e le 254 contee del Texas con 560 eventi. Questa è stata la forza di una base e di una mobilitazione che mi ha fatto vincere le primarie contro Crockett e che mi farà vincere a novembre contro Paxton».
Non teme questa mobilitazione attorno a lui con l’appoggio del Presidente?
«Paxton ha avuto accuse di corruzione, la differenza fra noi due sarebbe talmente abissale da rendere il mio messaggio più efficace. John Cornyn aveva una storia più radicata, poteva far presa su un certo sentimentalismo ma era da 24 anni al Senato e ora c’e’ Paxton, un personaggio che imporra’ il cambiamento. Ma qui non si tratta davvero dell’uno o dell’altro, ma del messaggio e della necessità di voltare pagina. Ce la faremo».
Come vede la NATO dal lontano Texas?
«La NATO è un nostro pilastro per la sicurezza, trattare gli alleati come fa Trump è disdicevole. Le cose cambieranno».
Vedo che è in giacca e cravatta ma ha degli splendidi stivali texani.
«Non li cambierò mai, perché sono un simbolo del mio stato, perché sono comodissimi e perché mi serviranno a tenere duro a novembre, quando dovrò marciare chilometri per superare gli ostacoli più difficili».
28 maggio 2026
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