di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Spesso le persone non sanno quanto valgono oro, gioielli e diamanti che possiedono: l’analisi di Dovi Alter, ceo di Auctentic, per capire come muoversi e quali errori evitare
Il portagioie è lì da almeno mezzo secolo, nella camera da letto che fu di mia nonna, sopra un comò troppo pesante per essere spostato e troppo vecchio per essere buttato, ma resiste eroicamente al lavoro incessante delle tarme. Dentro quella scatola ci sono catenine con piccole effigi religiose, un paio di orecchini con pietre colorate, spille che nessuno saprebbe più come indossare e l’anello nuziale del primo matrimonio di mio nonno. Oggetti usciti dal gusto da decenni, ma non dalla storia familiare. Nessuno li mette più. Nessuno, però, riesce davvero a liberarsene.
Ma la domanda prima o poi arriva. Che farne?
Per generazioni gli italiani hanno accumulato, chi più chi meno, oro, gioielli qualche orologio, quasi una forma parallela di risparmio domestico. Un patrimonio silenzioso, spesso invisibile perfino ai proprietari. Più memoria che investimento. Più tradizione che finanza. Secondo Dovi Alter, ceo e co-founder di Auctentic, società europea specializzata nella valutazione e nel riposizionamento di beni di lusso privati, il fenomeno ha dimensioni enormi. «Le famiglie italiane detengono oltre 150 miliardi di euro in asset di lusso privati tra diamanti, gioielli e oro ereditati».
Il punto è che quasi nessuno li considera davvero parte attiva del proprio patrimonio. Le case sì. I Bot anche. I gioielli ereditati molto meno. Restano nei cassetti, nelle cassette di sicurezza o nei portagioie di famiglia, sospesi in una zona grigia tra valore economico e valore sentimentale. «In Italia esiste una tradizione molto forte di accumulo patrimoniale attraverso beni fisici», spiega Alter. «Sono beni che spesso vengono tramandati per generazioni e che rimangono custoditi in casa o in cassaforte senza essere davvero considerati come parte di un patrimonio».
Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando
Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. La crescita del prezzo dell’oro, l’attenzione verso i beni tangibili e soprattutto il passaggio generazionale stanno trasformando quei cassetti dimenticati in una questione economica molto concreta. Non è un caso che le richieste di valutazione arrivino spesso in momenti delicati della vita: successioni, divorzi, redistribuzioni ereditarie, nuove partenze. «La maggior parte delle richieste arriva da famiglie e privati che stanno attraversando momenti particolari della vita», conferma Alter. E infatti il vero tema raramente è speculativo.
Dentro quei gioielli si accumulano relazioni, memorie, sensi di colpa familiari, biografie. Nella maggior parte dei casi c’è una componente emotiva forte: ogni oggetto porta con sé una storia familiare, relazioni, ricordi e talvolta decisioni delicate, per non parlare dei sensi di colpa. Ecco perché la valutazione che viene fatta da Auctenitc «non è mai solo tecnica».
Il valore affettivo non è quello del mercato
È probabilmente questo il motivo per cui il mercato dei preziosi continua a essere percepito come opaco. Molte persone non conoscono il valore reale degli oggetti che possiedono. Altre lo sopravvalutano («L’errore più frequente è confondere il valore affettivo con il valore di mercato», osserva Alter). Altre ancora fanno l’errore opposto e liquidano troppo rapidamente beni che potrebbero avere un mercato internazionale.
Ed è qui che il racconto familiare si scontra con le logiche spesso fredde del mercato globale. Un gioiello antico non vale automaticamente molto. Contano la qualità della pietra, le certificazioni, la rarità, la domanda internazionale, la firma della maison, lo stato di conservazione. A volte perfino il design può penalizzare il valore commerciale, soprattutto quando il gusto estetico appartiene a epoche ormai lontane. «Il vero valore spesso non è nella montatura o nell’oro», spiega Alter, «ma nelle specifiche tecniche del diamante e nella sua domanda sul mercato professionale globale».
La fretta è cattiva consigliera
Un altro errore molto comune è costituito dalla fretta. «Spesso i privati si affidano al primo operatore disponibile», prosegue Alter, «senza confrontare valutazioni o capire realmente come funziona il mercato professionale». C’è poi il tema della documentazione. «Molti oggetti arrivano senza certificati, fatture o informazioni precise sulla provenienza. Questo non significa che non abbiano valore, ma sicuramente rende più complessa la valutazione».
A volte ci sono sorprese
Ma il paradosso è che proprio gli oggetti apparentemente più anonimi possono nascondere sorprese. Auctentic racconta il caso di un anello con diamante da 5 carati rimasto per decenni in una cassetta di sicurezza. Una prima offerta locale si era fermata a 18 mila euro. L’analisi gemmologica ha però identificato la pietra come un raro diamante di tipo IIa, categoria che rappresenta meno del 2% dei diamanti esistenti. Rivenduto sul mercato internazionale, il gioiello ha raggiunto i 30 mila euro.
Naturalmente accade anche il contrario. Non tutto ciò che arriva da una nonna o da una vecchia eredità possiede automaticamente un grande valore commerciale. Ed è forse questo l’aspetto più difficile da accettare per molte famiglie: il mercato non remunera la memoria. Remunera la rarità.
Per questo Alter insiste molto sulla differenza fra valore assicurativo, valore gemmologico e valore di mercato. «Molte persone credono che questi valori coincidano, ma non è così». Un certificato descrive una pietra; non garantisce il prezzo che qualcuno sarà disposto a pagarla. E un’assicurazione tende quasi sempre a stimare importi superiori rispetto al valore effettivamente realizzabile.
I fattori che determinano il valore di mercato di un bene
Ma quali sono i fattori che determinano il vero valore di mercato di un bene di alta gamma? «Sebbene le firme delle principali Maison — come Cartier, Van Cleef & Arpels o Bulgari — aggiungano un valore significativo a un gioiello finito», chiarisce sempre Alter, «il cuore della nostra competenza risiede nel valore intrinseco dei diamanti e delle pietre preziose stesse. Per i diamanti, i principali fattori che determinano il valore sono la rarità e l’eccellenza gemmologica: pietre sopra i 2 carati, colori e purezze di altissimo livello, e tagli superiori supportati da certificazioni internazionali».
Il consiglio più importante per i proprietari è di allontanarsi dal concetto tradizionale di «gioiello come metallo» e guardare i propri pezzi come beni gemmologici. Dunque, per chi volesse far valutare i propri gioelli, «il primo passo è raccogliere tutta la documentazione disponibile: certificati gemmologici, fatture, eventuali perizie assicurative, scatole originali o documenti di provenienza». Per i diamanti, certificazioni come Gia, Igi o Hrd rappresentano un punto di partenza importante «perché descrivono le caratteristiche tecniche della pietra secondo standard internazionali».
Successivamente, spiega ancora il ceo di Auctentic, è fondamentale distinguere tra descrizione tecnica e reale valore di mercato. Per questo è importante rivolgersi a professionisti qualificati e indipendenti, capaci di spiegare non solo la qualità dell’oggetto ma anche il contesto di domanda attuale. La preparazione migliore, ricorda Alter, resta quella di arrivare alla valutazione con tempo, trasparenza e disponibilità a comprendere il mercato, senza aspettarsi quotazioni «automatiche». Il valore di mercato di questi oggetti non è mai assoluto e univoco, un po’ come il mercato immobiliare si esprime in diversi modi.
Il settore dei diamanti
Nel frattempo, proprio il mercato dei gioielli sta cambiando rapidamente. Dopo i cali del 2025, il settore dei diamanti sta attraversando una fase molto selettiva. Alcuni segmenti recuperano, altri soffrono l’eccesso di offerta. Cresce la pressione dei diamanti sintetici nelle fasce commerciali, mentre continuano a mantenere valore le pietre naturali rare, soprattutto sopra i 3 o 7 carati.
La trasformazione culturale
Ma la vera trasformazione forse è culturale. Le nuove generazioni sembrano avere un rapporto più pragmatico con questi patrimoni domestici. Meno sacrale. Più mobile. «Molti eredi preferiscono valorizzare parte del patrimonio ricevuto piuttosto che mantenerlo integralmente fermo in cassaforte», osserva Alter. Un vecchio solitario può diventare il capitale iniziale per una prima casa. Oppure finanziare un master all’estero. O semplicemente liberare liquidità che resta bloccata da anni dentro oggetti che nessuno usa più.
Eppure, davanti a certi portagioie di famiglia, la decisione continua a non essere semplice. Perché prima ancora che beni patrimoniali, quei gioielli sono piccole archeologie domestiche. Hanno attraversato matrimoni, lutti, traslochi, riconciliazioni, cadute sociali e improvvise fortune. Il mercato può attribuire loro un prezzo. Molto più difficile, naturalmente, è stabilire quando smettano davvero di appartenere alla propria memoria.
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28 maggio 2026 ( modifica il 28 maggio 2026 | 17:30)
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