Il Museo dell’Ara Pacis, dal 29 maggio al 4 ottobre, dedica una grande retrospettiva a Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense tra le figure più influenti dell’immagine contemporanea del secondo Novecento. La mostra, Le forme della bellezza, raccoglie oltre duecento opere e propone un percorso che attraversa l’intera ricerca dell’artista, mettendo al centro il rapporto tra fotografia, equilibrio compositivo e rappresentazione del corpo.

L’esposizione romana conclude un progetto già presentato nei mesi scorsi a Venezia e Milano, ma introduce per questa nuova tappa una sezione specifica dedicata al legame tra Mapplethorpe e l’Italia. Accanto ai lavori più noti trovano infatti spazio fotografie realizzate durante i soggiorni a Napoli e Capri nei primi anni Ottanta, periodo nel quale il fotografo entra in contatto con il gallerista Lucio Amelio e con l’ambiente artistico italiano nato attorno al progetto Terrae Motus, sviluppato dopo il terremoto dell’Irpinia.

Il percorso espositivo segue l’evoluzione dello sguardo di Mapplethorpe dagli esordi fino agli ultimi anni della sua attività. Le prime sale ospitano collage, assemblaggi e composizioni sperimentali realizzati in gioventù, opere che testimoniano una ricerca ancora legata alla cultura underground newyorkese della fine degli anni Sessanta. Materiali fotografici, immagini recuperate da riviste e simboli religiosi vengono combinati in lavori che riflettono il clima culturale dell’epoca e l’interesse dell’artista per il rapporto tra identità, rappresentazione e provocazione visiva.

Con il passaggio alla fotografia in bianco e nero emerge invece il linguaggio che avrebbe reso riconoscibile il suo lavoro. Mapplethorpe costruisce immagini rigorose, caratterizzate da un controllo quasi scultoreo della luce e delle proporzioni. Nei suoi ritratti il soggetto viene isolato dallo sfondo e trasformato in una presenza essenziale.

La mostra presenta alcuni dei ritratti più conosciuti dedicati a musicisti, artisti e figure della cultura internazionale. Tra questi compaiono Patti Smith, David Byrne, Richard Gere, Yoko Ono e Robert Rauschenberg. In queste fotografie l’attenzione di Mapplethorpe resta concentrata sulla struttura del volto, sui contrasti luminosi e sulla relazione tra corpo e spazio.

Una parte significativa dell’esposizione è dedicata ai fiori e alle nature morte, tema centrale nella produzione dell’autore. Orchidee, calle e tulipani vengono fotografati come forme astratte, studiati attraverso ombre nette e superfici levigate che richiamano la tradizione della scultura classica.

Accanto ai lavori floreali trovano spazio le immagini dedicate ai corpi maschili e femminili, probabilmente tra le opere più discusse dell’intera carriera di Mapplethorpe. Le fotografie esposte non vengono presentate come provocazione, ma come studio anatomico e ricerca estetica. Il corpo appare costruito attraverso luce e volume, con richiami evidenti alla statuaria antica e alla tradizione rinascimentale italiana.

Proprio questo dialogo con il classicismo costituisce uno degli elementi centrali della tappa romana. Alcune fotografie sono poste in relazione diretta con due sculture provenienti dai Musei Capitolini, creando un confronto visivo tra l’ideale plastico dell’antichità e la fotografia contemporanea.

L’ultima sezione della mostra approfondisce il rapporto dell’artista con l’Italia. Gli scatti realizzati tra Napoli e Capri mostrano un’attenzione particolare per la materia urbana, le architetture e la presenza costante della storia nelle città italiane. Anche in questi lavori Mapplethorpe ricerca linee, superfici e contrasti capaci di trasformare il paesaggio in costruzione formale.

A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, il lavoro di Robert Mapplethorpe continua a essere studiato per la capacità di unire fotografia artistica, ricerca estetica e riflessione culturale. La retrospettiva dell’Ara Pacis prova a restituire questa complessità attraverso un percorso che mette in relazione corpo, luce e memoria visiva, mostrando come la fotografia possa dialogare con la storia dell’arte senza rinunciare alla contemporaneità.