L’ex attaccante bianconero: “Svolte a tutti i livelli, ma così non c’è continuità. Ai giocatori dico: alla Juve fare bene non basta, servono trofei”

Alessandro Grandesso

29 maggio 2026 (modifica alle 10:00) – MILANO

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Anche se ormai fa parte del River Plate, con l’incarico di svilupparne le potenzialità commerciali internazionali, David Trezeguet non è mai lontano dalla sua Juventus. Come sempre con lucidità nell’analizzare “un momento difficile”, spiega in esclusiva alla Gazzetta. 

“Alla Juventus non si riesce più a dare continuità, e così ci sono troppi alti e bassi. I risultati altalenanti si spiegano anche per il fatto che negli ultimi anni ci sono stati troppi cambiamenti. E non parlo solo dei giocatori, ma anche di allenatori e dirigenti. È inevitabile quindi che non si riesca mai a raggiungere il giusto equilibrio che si ottiene con gli uomini giusti. Dopo Andrea Agnelli non c’è stata più una continuità societaria. E così quest’anno è finita come nessuno voleva. Adesso bisogna ripartire, ma non mi pare, da quel che leggo in giro, che ci sia chiarezza sulla direzione da prendere”. 

Da ex bomber, come si spiega il fallimento degli attaccanti bianconeri? 

“Anche questa è un’altra dura realtà. Davanti, i ragazzi non sono riusciti a dare continuità in campo e hanno segnato pochissimo. E alla fine le squadre vincenti sono quelle che a conti fatti segnano di più”. 

Tra Elkann, Comolli e lo stesso Spalletti va trovato il giusto equilibrio. Non si possono più sbagliare gli acquisti

Spalletti ha reclamato giocatori con la mentalità giusta. 

“Quando è arrivato ha cercato di trovare la soluzione. Ha fatto molti cambiamenti e anche questo è un segno evidente di quando non riesci a trovare il giusto equilibrio, o comunque a ottenere la risposta giusta da chi poi deve fare la differenza. Così la Juve è fuori dalla Champions e questo comporta anche dei freni sul lato economico, a meno che non vendi o non ci sia un ulteriore investimento da parte della proprietà. È normale quindi che Spalletti voglia avere un ruolo nella decisione di chi va e chi resta. Tra Elkann, Comolli e lo stesso Spalletti va trovato il giusto equilibrio, perché ormai non si possono più sbagliare gli acquisti, per una questione sportiva e anche economica”. 

Chi va mandato via e chi no? 

“Non è mai semplice dirlo, perché poi ci sono contratti firmati, stipendi, valori. Quel che vedo è che quelli arrivati non sono riusciti a far fare il salto di qualità alla squadra. Anzi, giocatori come Openda e David sono andati in difficoltà, nonostante avessero fatto bene altrove. Sono involuti”. 

Anche Vlahovic non si è confermato. 

“Il suo problema è che è un grande giocatore che la Juve aspetta ormai da troppo tempo. Magari fa bene una partita, ma poi non è mai riuscito a confermarsi. Lo stesso vale per David e Openda. Magari andava tenuto Kolo Muani che in poco tempo ha dato molto di più. Poi capisco che le dinamiche contrattuali sono complesse, però sportivamente forse anche per lui sarebbe stato meglio rimanere alla Juventus”. 

Ha sempre senso lo slogan: vincere è l’unica cosa che conta? 

“Io ci credo fortemente. C’è stata una fase, con l’arrivo di Sarri in cui si voleva cambiare approccio rispetto ad Allegri, con un calcio forse meno da Juve, ma più tecnico e divertente. Il problema è che prima si deve vincere per creare la giusta dinamica e solidità. Un po’ come hanno fatto Inter e Napoli, dando continuità. E quando vinci, poi sai come continuare a farlo. Vediamo con Spalletti come andrà: è un toscano, ha una carriera solida e l’esperienza per capire se puoi vincere o meno con un certo gruppo di giocatori”. 

Fare bene alla Juventus non basta. Ora serve la voglia di riscatto

Salva qualche giocatore da questa stagione? 

“Non faccio nomi. C’è chi ha fatto bene. Ma fare bene alla Juventus non basta. La Juve non ha vinto né lo scudetto né la Coppa Italia ed è fuori dalla Champions. Spero che chi rimane avrà voglia di riscatto, per tornare almeno a essere protagonisti, perché è quello che chiede anche il popolo bianconero, sempre meno incline a perdonare”. 

Come si spiega la crisi dell’Italia e dei club italiani in Europa? 

“L’altro giorno Nesta mi diceva che suo figlio non crede che abbia vinto il Mondiale, visto che non ha mai visto l’Italia al Mondiale. Sedici anni senza Mondiale sono troppi. Vuol dire che non si lavora nel modo giusto da troppo tempo, anche a livello federale. La crisi può essere un’opportunità, ma serve ammettere che si è toccato il fondo, spiegare anche alla gente la strategia, un’idea. È da troppo tempo che vedo pochi italiani titolari nei grandi club. E se non c’è qualità nei grandi club, non puoi averla in nazionale”. 

Chi vince la Champions? 

“Propendo per il Psg che ha più esperienza. L’Arsenal è motivato, ma è la sfidante”. 

E chi è la favorita al Mondiale? 

“Dico Francia che davanti ha Olise che fa paura. Cherki è forte. Poi Doué, Barcola: tutta gente che viene dopo Mbappé e Dembélé. Non ci sono altre nazionali con un attacco così. A centrocampo, con Tchouameni c’è Koné, altrettanto impressionante. Magari la difesa è normale, ma giocano comunque al Barcellona, al Bayern, al Liverpool. L’Argentina nel 2022 aveva un grande gruppo squadra, ma la Francia ha la mentalità giusta, e non si nasconde perché i giocatori stanno in club dove conta solo vincere. Come dovrebbero fare Juve e Italia: non ci si può nascondere dalla propria storia”.