L’ex centrocampista di Arsenal e Milan si racconta: “Arrivai a Londra che non parlavo nemmeno l’inglese. Sono imprenditore grazie a Berlusconi, che mi ha ispirato. L’adrenalina è la mia droga”
Francesco Albanesi
29 maggio 2026 (modifica alle 10:14) – MILANO
English version
C’è un detto che dice: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita”. Ecco, Mathieu Flamini lo incarna alla perfezione. A 24 anni, appena arrivato al Milan, ha assorbito lo spirito imprenditoriale respirando l’aria di Milanello e incontrando Silvio Berlusconi, la sua fonte d’ispirazione. Da lì è nata GFBiochemicals, azienda specializzata nella produzione di sostanze chimiche ecologiche ricavate da biomasse vegetali invece che dal petrolio utilizzato nei prodotti quotidiani. “È iniziato tutto per sfogo: quando ero al Milan, nel tempo libero, sviluppavo la mia società. La chimica ti dà disciplina e ti pone obiettivi. Io faccio tutto con passione e ora sono un imprenditore che si diverte a fare ciò che gli piace”. A 42 anni Flamini si divide tra Londra, Parigi e tante altre città internazionali, sempre accompagnato dall’adrenalina: “La ‘droga’ che non mi ferma mai”. Parla di sostenibilità e alimentazione (“Faccio solo un pasto al giorno e bevo tre litri d’acqua. La salute umana sarà la nostra rivoluzione”), snocciola aneddoti (“Con Ancelotti andavo a mangiare la pizza dopo gli allenamenti”) e consigli al Milan (“Serve una società forte”). Ah, se cercate un francese che quando parla dell’Italia usa il “noi”, Flamini è la persona giusta.
Quando nasce il Flamini imprenditore?
“Ai tempi del Milan, quasi per sfogo. Quando non mi allenavo passavo il tempo a sviluppare GFBiochemicals, una società che lavora su soluzioni chimiche sostenibili legate alla salute e all’ambiente.”
Di cosa si occupa nello specifico?
“Molti prodotti che usiamo oggi, come shampoo o detergenti, contengono ingredienti che derivano dal petrolio. Con la nostra società cerchiamo alternative ecologiche. Abbiamo sviluppato sostanze che provengono da biomasse e che sono molto più sicure per l’ambiente. In questo modo ne beneficia anche la salute umana”.
Cosa si porta dal calcio nella sua vita da manager?
“La disciplina, il lavoro di squadra, l’avere una visione, i sacrifici e gli obiettivi. La parte mentale fa la differenza: nel calcio puoi avere tutto il talento del mondo, ma senza mentalità non vai lontano. E lo stesso vale per l’imprenditoria: puoi avere tante idee, ma non sapere come metterle in pratica.”
La parte mentale fa la differenza: nel calcio puoi avere tutto il talento del mondo, ma senza mentalità non vai lontano”
Flamini racconta la sua mentalità
L’impatto ambientale è un tema delicato e di cui si parla da anni. Pensa, con la sua azienda, di star rivoluzionando questo settore?
“Noi ci siamo posizionati su alcune molecole che erano già state identificate tempo fa dal governo americano e che oggi vogliamo trasformare in alternative green, per una chimica più sostenibile. Abbiamo più di 200 brevetti. Siamo gli unici a produrre queste molecole su scala mondiale. C’è ancora poca competizione, ma arriverà”.
I risultati vi hanno soddisfatto fino a oggi?
“Io sono un imprenditore, pretendo il massimo. Abbiamo impiegato più di dieci anni a sviluppare i brevetti, una volta fatti siamo andati sul mercato. E questa è la fase più divertente. Oggi stiamo vendendo su scala globale a tutti i Paesi del mondo”.
Calcio e chimica hanno qualcosa in comune?
“Le racconto un aneddoto. A scuola odiavo due materie: l’inglese, che oggi utilizzo ogni giorno per fare business, e la chimica, settore su cui ho fondato la mia azienda. La mia vita è un paradosso. Nel calcio bisogna avere idee chiare e seguire una linea, affidandosi alle persone giuste. Nella chimica è lo stesso”.
Cosa c’è dietro al successo che sta ottenendo?
“Sono una persona competitiva. L’adrenalina è la mia ‘droga’, vivo di sfide. Lavoro continuamente e non mi fermo mai. Molti iniziano e poi si fermano alla prima difficoltà. Io invece ho sempre fatto tutto con passione e con grande ambizione. Oggi sono un imprenditore che si diverte in ciò che fa”.
Sono una persona competitiva. L’adrenalina è la mia ‘droga’, vivo di sfide. Lavoro continuamente e non mi fermo mai. Molti iniziano e poi si fermano alla prima difficoltà”
Mathieu Flamini
Qual è, secondo lei, il vero nodo della sostenibilità oggi?
“Il primo passo è cambiare la narrazione. Per me la cosa più importante è vivere a lungo e in salute, tutto parte da lì. Sono molto legato alla performance: mangio una volta al giorno, bevo tre litri d’acqua e non consumo proteine di origine animale, perché voglio essere sempre lucido e attivo. La sostenibilità non è solo qualcosa di lontano da noi o legato agli animali in Amazzonia: riguarda la nostra vita quotidiana. Inquinamento e qualità dei prodotti che consumiamo incidono direttamente sulla salute delle persone. Oggi si mangia spesso male. Per me questa è la vera battaglia: migliorare il modo in cui viviamo, perché ambiente e salute sono strettamente legati.”
I calciatori hanno il potere di influenzare l’ambiente?
“In America è normale vedere sportivi parlare di business o di progetti extra campo, in Europa invece è vista male questa cosa. Oggi i calciatori sono seguiti da milioni di persone sui social e hanno una responsabilità anche educativa: possono fare informazione, dare l’esempio e portare attenzione su certi temi”.
E lei al Milan non ha avuto problemi a nascondere le sue passioni.
“Silvio Berlusconi mi ha aperto un mondo. Lui è stato un imprenditore che ha vinto su tutti i campi: nel calcio, nel business, in politica. Ogni settimana era a Milanello e nel weekend faceva le trasferte con noi. Ci teneva che i suoi giocatori si appassionassero di qualcosa al di fuori del calcio. Lui è stato una mia fonte d’ispirazione”.
Nel Milan ha conosciuto anche tanti calciatori attivi nel settore imprenditoriale.
“Shevchenko investiva nell’immobiliare, Seedorf aveva le sue attività, Maldini gestiva alcune aziende. Anche loro mi hanno spronato a credere in quello che volevo fare: aiutare a rendere più ecosostenibile il mondo”.
Con Ancelotti che rapporto aveva?
“Un secondo padre per tutti noi. A volte uscivamo a mangiare una pizza dopo gli allenamenti vicino a Milanello. Veniva spesso nello spogliatoio, chiedeva cosa facessimo nel tempo libero. Era sempre molto presente e vicino al gruppo”.
Come nacque la trattativa col Milan?
“Tra febbraio e marzo 2008, quando con l’Arsenal giocammo gli ottavi di Champions League contro il Milan. Ero in scadenza di contratto e firmai praticamente ad occhi chiusi. Per me era un sogno. Ricordo da bambino le notti di Champions tra il Marsiglia e il grande Milan di Sacchi e Capello. E poi mio padre è italiano”.
Nel 2011 vinse lo scudetto con Allegri.
“Avevamo una squadra di campioni: Pato, Ibrahimovic, Thiago Silva. Il segreto di quello scudetto fu il gruppo. Allegri riuscì a esaltare uno spogliatoio pieno di grandi giocatori e dettare una linea vincente, forse quella che è mancata in questa stagione”.
Che idea si è fatto del fallimento del Milan di quest’anno?
“Non vivo lo spogliatoio, non posso saperlo. Penso che per un allenatore sia fondamentale trovare le parole giuste per far scendere in campo una squadra pronta a buttarsi nel fuoco per lui. E deve avere alle spalle una società che condivida un progetto chiaro con tutti. Questo è venuto meno”.
Cosa consiglia al Milan per ripartire?
“Una proprietà forte, come nelle grandi aziende: persone giuste, competenti e capaci di coordinarsi nel lavoro. Io sono un grande tifoso rossonero: avrei voluto la qualificazione in Champions e lo scudetto, ma ora si riparte. E aggiungo una cosa”.
“Il tifoso del Milan vuole vedere prima di tutto amore per il club. Bisogna ritrovare serenità e armonia in società, ma anche onestà e passione. Serve una linea chiara e una comunicazione sincera. Non è semplice, ma bisogna provarci”.
Torniamo agli anni dell’Arsenal, la squadra che l’ha lanciata nel grande calcio.
“Sono arrivato a Londra a 19 anni. Non parlavo nemmeno inglese, quindi all’inizio ho fatto fatica a inserirmi. L’Arsenal è stato per me una grande famiglia. Con Wenger ho legato tanto, ha rivoluzionato il calcio inglese a livello tecnico e tattico. Sono stato a Londra a festeggiare la Premier, un’impresa. E ora spero anche nella Champions, sarò a Budapest”.
Il compagno più forte con cui ha giocato?
“Ronaldinho. Un dono di Dio”.
Un’impresa l’ha fatta anche il suo amico Fabregas.
“Sono fiero di Cesc, ha fatto la storia del Como. Di solito chi è stato un grande campione da calciatore poi fatica da allenatore, invece lui è un’eccezione. Il Como è una bella storia, basata su idee e progetti chiari. Anche il Psg ha vinto la Champions dopo aver puntato sui giovani e facendo scelte forti. Il Como non ha bisogno di primedonne: Cesc è molto allineato con proprietà e area sportiva. Gli auguro il meglio.”
La Francia è favorita per il Mondiale?
“Sarà sicuramente una delle candidate. Ha un gruppo forte ed esperto, guidato da un allenatore che ha già vinto nel 2018. Mi dà fastidio non vedere l’Italia, un Paese che vive di calcio. Ho visto la partita contro la Bosnia, è stata una tragedia per tutti noi. Che peccato non giocare il Mondiale. Il calcio italiano va rifondato, servono le persone giuste nei ruoli giusti, come nelle grandi aziende. Adesso abbiamo qualche anno per ricostruire: le persone ci sono.”
Passione è la parola che più la rappresenta. L’Arabia sta rovinando il calcio sotto questo punto di vista?
“Il mondo si evolve. In Arabia Saudita stanno investendo molto nel calcio, anche in vista del Mondiale del 2034 che ospiteranno. Sono 40 milioni, li capisco: hanno risorse importanti e vogliono costruire un campionato competitivo. La vedo come un’opportunità, non come qualcosa di negativo. È un movimento che porta più investimenti nel calcio e offre anche nuove possibilità a calciatori che magari non trovano più spazio in Europa o sono a fine carriera e cercano una ‘last dance’.
Chiudiamo con tre parole che la descrivono.
“Appassionato: non faccio nulla se non mi piace davvero. Competitivo: amo vincere, la sfida è la mia ‘droga’, quello che mi sveglia ogni giorno e mi spinge a pormi sempre un obiettivo. Energetico: non mi fermo mai, dormo poco e lavoro sempre.”
© RIPRODUZIONE RISERVATA