di
Federico Fubini

Le critiche del governatore alla Cina e il fallimento dei dazi di Trump

C’è un passaggio nelle “Considerazioni finali” di Fabio Panetta che rivela, allo stesso tempo, i timori del governatore della Banca d’Italia per la fragilità dell’economia mondiale e il peso intellettuale di John Maynard Keynes. Dice Panetta: «Le preoccupazioni per la sicurezza economica e l’autonomia strategica spingono i governi a ridurre la dipendenza dall’estero e a proteggere i settori essenziali». Poi però continua: «Se perseguiti attraverso una frammentazione indiscriminata, questi obiettivi finirebbero per restringere i mercati, accrescere i costi, indebolire le catene produttive e ridurre gli incentivi alla cooperazione e al rispetto delle regole. Ne risulterebbe compromesso proprio ciò che si intende tutelare: il benessere dei cittadini». 

È una versione aggiornata della spirale contro la quale Keynes metteva in guardia i governi durante la Grande depressione. Allora era l’eccesso di risparmio e di protezionismo dei grandi Paesi a distruggere la domanda internazionale e così affondare le economie nella recessione. Oggi la caduta in una crisi finanziaria è un rischio legato alle tensioni geopolitiche. Non è ancora realtà. Ma è un rischio, secondo Panetta, da tenere presente. 



















































Se tutti i principali Paesi puntano simultaneamente all’autonomia strategica da tutti gli altri, ciascuno di essi avrà l’impressione sul momento di essere più al sicuro. Ma il commercio internazionale potrebbe andare in crisi e con esso la capacità delle imprese di esportare, con un effetto a spirale di frenata in tutto il mondo. 

Panetta nelle sue Considerazioni finali si profila come uno dei decisori del G7 più decisi nel mettere in guardia contro le ricadute economiche e finanziarie delle guerre e del protezionismo di questi anni. Lo è anche nella critica alle due grandi superpotenze. Lo è degli Stati Uniti di Donald Trump, dei cui dazi il governatore della Banca d’Italia mette in luce il fallimento: «Il 90% del loro onere è ricaduto su consumatori e imprese americani», dice. 

Ma Panetta è anche molto critico delle politiche mercantilistiche di Pechino. Visto che la loro domanda interna è debole, dice, «le imprese cinesi hanno reagito ai dazi statunitensi riducendo i prezzi sui mercati esteri e diversificando gli sbocchi commerciali». È una strategia efficace nell’immediato, ma fragile nel lungo periodo perché «non risolve le pressioni deflazionistiche interne e alimenta nuove spinte protezionistiche». 

L’accusa di Panetta non è nuova, ma assume un’urgenza particolare ora che anche la Germania dà segni di assumere posizioni più intransigenti per ridurre gli squilibri commerciali con la seconda superpotenza del mondo. I prodotti cinesi guadagnano terreno nell’auto, nella meccanica, nella chimica. A farne le spese sono soprattutto i settori industriali di Germania e Italia. 

Dice il governatore della Banca d’Italia: «In Cina l’avanzo (commerciale, ndr) rispecchia un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni, anche attraverso politiche di sostegno alla manifattura». In sostanza, il segreto di Pechino non è la pura competitività o la capacità tecnologica; è anche la manipolazione dei mercati con sussidi e un’artificiale debolezza dello yuan. Di conseguenza, dice Panetta, in Cina serve, «un rafforzamento dei consumi interni, il ridimensionamento delle politiche industriali distorsive e una maggiore flessibilità del cambio». 

Ma il problema è soprattutto in squilibri che le crisi geopolitiche rischiano di portare al punto di rottura. Non a caso – è il messaggio implicito del governatore – anche il governo italiano deve prestare attenzione (e cautela) nello spendere dal bilancio pubblico per sussidiare i consumi di carburante per tutti i ceti sociali. Anche dei più facoltosi. «Le prospettive economiche si sono fortemente deteriorate – dice Panetta riguardo al quadro internazionale -. I rincari energetici erodono il reddito disponibile delle famiglie e comprimono i margini delle imprese. Il rialzo dei rendimenti irrigidisce le condizioni finanziarie. I debiti pubblici, già elevati dopo anni di politiche espansive, lasciano spazi ridotti per interventi di sostegno». 

Il rischio anche maggiore è che nell’attuale incertezza («destinata a rimanere elevata» anche in caso di riapertura dello stretto di Hormuz) si verifichi quella che il governatore definisce – eufemismo – una «amplificazione finanziaria». Lo stesso rimbalzo delle borse «potrebbe riflettere una sottostima degli effetti economici della crisi» anche perché «il deciso aumento dei tassi d’interesse a lungo termine delle scorse settimane segnala il permanere di tensioni». 

Il quadro era già profondamente squilibrato anche prima della guerra del Golfo. Gli squilibri di bilancia dei pagamenti negli scambi internazionali – ricorda Panetta – hanno raggiunto «il livello massimo dalla crisi finanziaria globale» con gli Stati Uniti che da soli «rappresentano due terzi del disavanzo globale» e la Cina che da sola pesa per un terzo di tutti i surplus del pianeta Terra. Il governatore della Banca d’Italia sottolinea che esistono «rischi concreti per la stabilità finanziaria» internazionale. «Gli avanzi eccessivi delle grandi economie (la Cina, ndr) comprimono i tassi reali a livello globale, favorendo l’assunzione di rischi e l’accumulo di debito. Nei paesi in disavanzo, un inasprimento delle condizioni finanziarie può provocare bruschi aumenti dei premi per il rischio, con ripercussioni sui flussi di capitale». 

È un quadro per certi aspetti simile a quello che precedette il punto di rottura del 2007-2008, complicato ora anche dal ritorno dell’inflazione e dalle guerre Su questo sfondo Panetta fa capire che la Banca centrale europea potrebbe presto alzare i tassi, proprio per contenere l’accelerazione del carovita. Ma, sulla base della sua analisi, sembra difficile per ora che la stretta possa essere troppo profonda e incisiva.

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29 maggio 2026 ( modifica il 29 maggio 2026 | 11:07)