Il capitano deli Azzurri campioni del mondo nel 2006, oggi ct della nazionale asiatica, si racconta: “Nei rigori con la Francia a oltranza avrebbero tirato Toni e Iaquinta. Io e Gattuso ultimi, anche dopo Buffon. La mia carriera? Dopo la Cina non mi chiamava nessuno, Benevento è stato un errore”

Nella vita a volte ci si innamora così, senza sapere perché. Fabio Cannavaro nel 2006 baciò la Coppa del Mondo per due secondi, in piedi sul podio di Berlino, e la notte stessa la portò a letto: dormì abbracciato alla coppa. Vent’anni dopo la ritrova negli Stati Uniti e l’effetto sarà strano: sa che non potrà più stringerla – un bacio, figurarsi – perché Cannavaro ora allena l’Uzbekistan, piccolo e caduto in un gruppo di serpenti. La Colombia, il Portogallo, la Rep. Democratica del Congo. In rosa ha Khusanov, difensore di livello, del Manchester City, e il buon vecchio Shomurodov ma insomma, i fenomeni sono altrove.

Subito una botta di tristezza, così poi si parla d’altro. Perché l’Italia non sarà in America? 

“Perché l’Italia con la Bosnia ha avuto paura. Abbiamo Donnarumma, Calafiori, Bastoni, Barella, Tonali, fatico a pensare che con una squadra così si possa perdere con la Bosnia. Poi abbiamo smesso di investire sui settori giovanili, costruiamo giocatori che vogliono uscire dal basso e dimentichiamo la scuola italiana”.

E allora, pensando a 20 anni fa, come ci si sente? 

“Vecchio”. 

Addirittura? 

“Sì, da allenatore non vai in campo, dai un’idea alla squadra ma poi giocano i calciatori”. 

E come sono i calciatori dell’Uzbekistan? 

“Mi fanno divertire perché assorbono come spugne qualsiasi cosa io proponga. Nessuno si lamenta, lavorano, si vogliono confrontare”. 

Differenze con l’ambiente italiano? 

“Molte. È una nazione in crescita: a Tashkent, la capitale, c’è un centro sportivo iper moderno. È un Paese musulmano e capita che i giocatori preghino prima delle partite o anche all’intervallo. Vanno in una stanza a parte e tornano per il secondo tempo. Non è un problema, si tratta solo di gestire le tempistiche”.

Quanto c’è di italiano? 

“La maglia, che è azzurra, e 13 persone tra staff tecnico, fisioterapisti, adesso anche il cuoco. La pizza nel menu dopo le partite sarà una bella novità”.

Una cosa che c’era nell’Italia del 2006 e c’è nell’Uzbekistan del 2026? 

“La fame. Se c’è un momento di difficoltà, mi giro e trovo un compagno che mi protegge le spalle”. 

Come la mettiamo con Portogallo e Colombia nel girone?

“Se pensi al centrocampo del Portogallo, spegni il video dopo due secondi. Se guardi la Colombia, dopo 10. Noi invece tiriamo dritto, non abbiamo nulla da perdere e ce la giochiamo”.

Pronostico mondiale. Chi sorprenderà?

“La Turchia di Vincenzo Montella. Tra i giocatori, Khusanov. È un difensore centrale come me, è fortissimo, può ancora crescere molto”.

Chiudiamo con un viaggio dal passato al futuro. Passato: in questa vita da allenatore iniziata nel 2013, qual è stato il momento più difficile? 

“Quando sono tornato dalla Cina, nel 2021. Pensavo di aver fatto un buon percorso ma era come se non fosse servito a nulla. Nessuno mi chiamava, nessuno mi considerava. Siamo andati a Benevento, in Serie B, ed è stato un errore. Anche quando non mi hanno confermato a Udine dopo la salvezza non è stato semplice. Non ho ancora capito perché”. 

Nel 2022 si è parlato tanto dell’ipotesi Lippi d.t. e Cannavaro c.t.: ci siete andati vicino? 

“Mai davvero vicini…”. 

Futuro: dove sarà Fabio Cannavaro tra vent’anni?

“Io mi vedo ancora allenatore. Lavoro per diventare c.t. dell’Italia”. 

Ah, a proposito, vent’anni dopo si può dire. Chi avrebbe calciato i rigori a oltranza nel 2006, se Grosso avesse sbagliato? 

“Toni e Iaquinta. Io e Gattuso ultimi, anche dopo Buffon”.
 
E se fosse toccato a uno dei due? 

“Penso io. Rino mi avrebbe minacciato pur di non calciare”.