di
Massimiliano Nerozzi

Il Ceo dell’Aston Villa, con un passato in bianconero, confronta Premier League e serie A: cultura diversa, meno isterismo sugli allenatori, zero interferenze politiche

La Premier stava diventando l’Impero già dieci anni fa: «Quando il West Ham comprò Ogbonna, una piccola che sfilava un titolare o quasi alla Juve, al quarto scudetto consecutivo, Andrea (Agnelli, ndr) ci guardò e disse: “Oggi sta cambiando il calcio”. Solo che tutti se ne accorgono solo adesso», racconta Francesco Calvo, 48 anni, president of Business operations dell’Aston Villa che ha appena chiuso una stagione leggendaria, tra qualificazione alla Champions e vittoria dell’Europa League. Facendo felice il principe William («il più tifoso dei tifosi»). Juve, Barcellona, Roma, ancora Juve e, adesso, nel mondo perfetto da dove, la serie A, pare ancora più brutta: «Che tragedia i feriti e che vergogna gli incidenti del derby, con ultrà che provano a decidere se si gioca o no».

Lì come funziona?
«Ogni partita vengono espulsi sei, sette tifosi, per consumo di droga, perché fumano nei bagni, qualche tempo fa, per una foto a una raccattapalle».



















































Solo al Villa Park?
«In qualunque stadio: c’è un numero verde per segnalare comportamenti scorretti. E se ci sono episodi di violenza, la polizia entra e arresta i responsabili. Ma funziona così da anni e, quindi, c’è una cultura diversa».

Qual è la differenza di approccio con la serie A?
«In Premier c’è una dimensione economica enorme, ma pure la cultura della sconfitta. E il rapporto con i tifosi è diverso: tramite il Fans advisory board, parlano continuamente con la società. E poi i protagonisti sono giocatori e allenatori, proprietari e dirigenti possono lavorare in pace».

E comanda la Premier.
«Il consiglio è formato da cinque membri, tutti indipendenti, a differenza della serie A, e si tengono cinque assemblee in un anno, contro le 20-30 in Italia: e non ci sono sempre i soliti noti che vogliono decidere tutto, ma esistono commissioni, in cui ci sono club e non altri, di cui tutti si fidano però».

Anche sul calendario?
«La Premier lo fa e non lo cambia neppure sotto tortura. C’è meno interventismo: l’eccezione è giocare la domenica, non ci sono partite in notturna e non tutte vanno in diretta sulle tv inglesi».

Come ragionano i club?
«C’è molto meno isterismo sugli allenatori, in generale ovviamente: Guardiola dieci anni al City, Klopp nove al Liverpool, da noi Emery inizierà la quarta stagione. La stabilità ti permette di costruire e creare dei cicli di successo».

Vantaggi finanziari?
«Guardano il progetto e c’è maggior sostegno da parte delle aziende nazionali, tipo il modello tedesco: in Italia, tante società non puntano sulle sponsorizzazioni perché vedono il calcio divisivo».

Il segreto dell’Aston Villa?
«Il ruolo di Emery, l’uomo più importante del club, con il quale è allineato: zero polemiche, al contrario di quel che accade quasi ogni domenica, in Italia. E una proprietà non interventista, ma pronta a investire: 200 milioni di sterline negli ultimi tre anni, solo in infrastrutture».

Tempi?
«Arrivato qui, parlavano dell’espansione di un settore e mi dicevano che sarebbe successo presto. “E i permessi?”, chiesi. “Li avremo in tre mesi”, per investire cento milioni. Per l’Allianz Stadium, anni per tutti i permessi e anni per costruire. La burocrazia italiana non ha eguali al mondo».

Come si vince con un settlement agreement Uefa?
«Lavorando duro, perché le regole Uefa sono un enorme limite, scritte con i grandissimi club: aiutano a preservare lo status quo, invece che aiutare i “piccoli” a diventare grandi. Per dire, il Como è già fuori dalle regole, che noi abbiamo sforato due anni fa».

Prima cosa da fare per riformare il sistema Italia?
«Due, e una speranza: cambiare la cultura calcistica e di business, ma con i livelli del Pil italiano non è facile, ed eliminare le interferenze politiche che ho visto negli ultimi mesi. La speranza è Malagò, uomo di sport, che in tutta la carriera al Coni ha dimostrato un senso di appartenenza enorme e c’è bisogno anche di quello».

Che effetto fa Juve e Milan fuori dalla Champions?
«È un po’ il calcio che cambia, ma hanno dimostrato di sapersi riprendere».

Per tornare tra le top europee o il mondo è cambiato?
«Credo che sia ormai una situazione irreversibile: i club che conti sulle dita di una mano hanno ormai dimensioni (di ricavi) troppo grandi. Non è un problema di Juve e Milan, ma del calcio italiano. I giocatori sognano la Premier o i grandi club spagnoli, compreso l’Atletico».

Cosa le ha lasciato la Juve?
«Agnelli, Paratici, Marotta, Conte, mi hanno insegnato tutto quello che so: da ognuno, nel proprio campo, ho ascoltato e imparato, la disciplina, le dinamiche del calcio, le ambizioni».

Non c’è più nessuno.
«La Juve che ho vissuto è sempre stata una famiglia, ora mi sembrano più numeri che persone».

Una speranza per i tifosi?
«Giorgio Chiellini: deve esserci qualcuno che ha la Juve nel sangue».

Chi è

  • Francesco Calvo, nato a Torino il 18 giugno del 1977, è President of business operations all’Aston Villa dal 2025 con un ruolo di gestione di tutto il club ad esclusione dell’area football che ha un suo responsabile.
  • Calvo ha maturato una lunga carriera nella industry del calcio europeo a partire dal 2011 (Juventus Fc, Barcellona Fc, As Roma) con esperienze sempre crescenti fino a ruoli di maggiore responsabilità con la sua attuale posizione all’Aston Villa in Premier League

29 maggio 2026