Liberare gli italiani dall’incubo del telemarketing a qualsiasi ora del giorno da parte del call center di turno pronto a proporre offerte imperdibili per abbattere i costi delle bollette di luce e gas. È questo il lodevole intento del governo Meloni, peccato che all’atto pratico non sia andata così.
La tagliola al telemarketing selvaggio è stata calata nel decreto bollette con il divieto assoluto di contatti telefonici commerciali per la vendita di servizi energetici, a meno che non si sia un precedente consenso esplicito da parte dell’utente concesso attraverso i siti internet delle compagnie o in fase di stipulazione di precedente contratto. Dunque, fine dei giochi, o almeno così sembrava. Ma c’è un pericoloso “bug” nella norma che di fatto crea un’asimmetria competitiva mostruosa nel mercato, avvantaggiando le multiutility dell’energia e penalizzando gli operatori di telecomunicazioni. Il tutto mentre l’Agcom sta portando avanti una battaglia senza precedenti per arginare le chiamate moleste.
Come è cambiato il mercato
Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro: oggi la distinzione tra chi ci porta internet a casa e ci “accende” la luce non esiste quasi più. Compagnie telefoniche e giganti dell’energia vendono esattamente le stesse cose, con pacchetti tutto compreso. Le compagnie di telecomunicazioni sono entrate nel mercato luce e gas sfruttando la liberalizzazione del mercato energetico. E i giganti storici dell’energia hanno fatto il percorso inverso, entrando nel mercato della telefonia fissa e della fibra.
Il punto ora è che il decreto bollette riguarda solo le offerte energetiche, quindi le telco non potranno contattare gli utenti per proporre piani mentre le compagnie energetiche potranno continuare a contattarli per quel che riguarda le proposte di connettività in fibra e telefonia. E parliamoci chiaro, per statistica un cliente che ha con lo stesso fornitore internet ed energia ha una probabilità drasticamente inferiore di cambiare operatore. Cambiare un contratto è facile, cambiarne tre contemporaneamente è una seccatura che il consumatore tende a rimandare.
Ed è qui che i nodi vengono al pettine. Per le telecomunicazioni le regole sono rigidissime: se un utente decide di cambiare operatore telefonico, la vecchia compagnia non può più bombardarlo di chiamate per trattenerlo. Nel settore energetico, invece, regna il far west: quando un cliente avvia la migrazione verso un altro fornitore di luce o gas, scatta la caccia all’uomo con un pressing asfissiante da parte del “vecchio” gestore per bloccare il passaggio. Il decreto bollette non ha toccato questo privilegio, lo ha blindandolo.
Il bluff del Decreto Fiscale
Lo scorso 13 maggio, durante l’esame del decreto fiscale in commissione Finanze al Senato, l’esecutivo aveva persino ipotizzato una riformulazione per correggere il tiro. Ma alla fine la pezza normativa è stata ritirata. Al suo posto, il solito “atto di indirizzo”: un impegno formale a risolvere la questione in futuro. Un “vi faremo sapere” che ha fatto saltare sulla sedia i vertici di Asstel, l’associazione di categoria di Confindustria che rappresenta la filiera delle telecomunicazioni. “Il settore aspetta fatti, non promesse”, il messaggio di Asstel in cui chiedeva il ripristino di regole eque per un comparto che investe miliardi di euro all’anno nelle infrastrutture digitali del Paese e che non può accettare di competere con le mani legate.