di
Francesco Sessa
Il conduttore televisivo ha assistito dal vivo all’eliminazione dell’altoatesino e non ha nascosto il suo dispiacere: «È stato uno choc, un match senza alcun senso. Ha una gentilezza che sconfina nell’eleganza del gesto»
Jannik Sinner lascia il Philippe Chatrier, borsa e borsone sulle spalle, saluta il pubblico francese e ne se va. Per una volta è lui a uscire dal campo prima dell’avversario. C’è chi si alza in piedi a salutarlo, ma anche chi non ce la fa, svuotato. Fabio Fazio, conduttore televisivo. L’inventore di «Che tempo che fa» è in prima fila sullo Chatrier, mesto.
Fabio, ci è sembrato incredulo.
«È stato uno choc. Un match senza alcun senso. Fino al 5-1 del terzo set non c’è stata storia, Sinner colpiva con una potenza unica: non lo avevo mai visto dal vivo, ero lì con Warner Bros, è stato sorprendente vederlo giocare da così vicino. È davvero un gigante. L’epilogo è stato crudele».
Faceva davvero così caldo?
«Eravamo seduti e fradici di sudore, cotti. La temperatura era decisamente superiore ai 30 gradi. Dopodiché, mi pare evidente che gli sia successo qualcosa a livello fisico».
Quanto è durata la delusione?
«Mah… Non mi sembrava vero. Non c’era alcuna razionalità, era proprio non-credibile. Continuavo a guardare il tabellone per essere sicuro di aver capito bene, mi pareva un brutto sogno. Fortunatamente di sera mi sono rifatto con Berrettini, ha vinto una grande partita contro Rinderknech».
Ma non è che ha fatto come mamma Siglinde: mani davanti agli occhi per non vedere?
«No no, ho guardato tutto. Ma anche nelle difficoltà, Jannik mi ha colpito: non si è ritirato e, così facendo, ha dato meriti all’avversario. Un gigantesco campione».
E non ha dato la colpa al caldo.
«Ma non si può giocare a mezzogiorno con quel caldo. Perché ci si ferma per pioggia e non per il caldo? In estate nessun tennista amatoriale gioca a mezzogiorno, perché il numero 1 sì? A quell’ora farei giocare solo chi nega il cambiamento climatico».
Si percepisce chiaramente il suo affetto nei confronti di Jannik.
«Per due ragioni. La prima: l’ho intervistato quando aveva 19 anni, prima che diventasse il Sinner di oggi. Ho capito che questo ragazzo era più di una speranza e mi è rimasto lo spirito paterno. Potrebbe essere mio figlio. Era timido ma con negli occhi la luce che tutti gli riconoscono oggi».
La seconda?
«La persona che è in campo. Un sorriso per tutti, sempre composto, uno stile di gioco unico. Ha una gentilezza che sconfina nell’eleganza del gesto. Sembra un giocatore di altri tempi: un classico. Prima c’era Federer, ora c’è Sinner».
Ha intervistato le personalità più importanti del mondo, cosa la colpisce di Sinner?
«Il tennis non è solo uno sport: è una filosofia, uno stile di vita. Lui interpreta alla perfezione questa convivenza tra gestione fisica e mentale. Mi impressiona la lucidità».
La vittoria di Jannik che l’ha emozionata di più?
«Wimbledon per la sua felicità, Roma per la mia».
30 maggio 2026
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