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Una carriera in tre fasi. Prima in eterno movimento e all’aperto, poi chiusa negli studi televisivi e, infine, di nuovo fuori dalle mura, addirittura a bordo di un battello che naviga il Tevere. Piero Chiambretti sembra aver optato per la chiusura del cerchio, ossia tornare dove tutto è cominciato, nella convinzione – o nell’illusione – che si possa restare eternamente giovani.

Chiambretti, però, ne fa settanta. Nonostante non li dimostri, nonostante lo spirito sia quello degli albori, nonostante una parlantina che non lascia spazio a pause e incertezze. Pierino per sempre, insomma.

Cosa c’entra l’amico Arturo

Nato ad Aosta, ma cresciuto a Torino, mosse i primi passi in radio e come animatore turistico. Il primo a credere nelle sue potenzialità televisive fu l’amico Arturo: “Aveva una passione per il mio talento e seppe dal padre che in Rai stavano cercando volti nuovi per un concorso. Io non volevo andare, fu lui a scrivere la lettera. Quando andammo ad imbucarla e cercò di infilarla nella cassetta, un colpo di vento la fece volare e cadere su una merda gigante. Arturo la raccolse e la imbucò ugualmente”.

Destino volle che quella lettera andò a segno, tuttavia prima della ‘chiamata’ passò parecchio tempo. Nell’attesa, Chiambretti si rifugiò a Rete Manila 1, emittente privata che trasmetteva dal quartiere torinese di Barriera di Milano. “Avevo uno studio poverissimo, allora portai l’unica telecamera e l’unico cavo che avevamo là fuori. Ci accorgemmo di un mondo ricchissimo”.

Gli inizi di Chiambretti ‘on the road’

Nacque così il Chiambretti ‘on the road’ che – dopo la gavetta nelle trasmissioni per ragazzi come “La banda dello Zecchino” e “Magic” – prese concretamente forma in “Va’ pensiero” e, soprattutto, “Complimenti per la trasmissione”.

“Fu il primo programma della Rai contro un telegiornale della Rai. Dopo aver individuato casualmente delle persone al mercato, la sera andavo a trovarle”. Improvvisazione pura, che non fece che alimentare la purezza dello show. “Arrivavo con delle paste, che utilizzavo come tormentone. Le acquistavo nelle peggiori pasticcerie della Colombia. Facevamo delle domande e regalavamo un orologio da tavolo e 100 mila lire, che avrebbero raddoppiato se nel corso della puntata il componente fosse riuscito a terminare dei giochi che erano un semplice pretesto”.

Per una sorta di complesso ‘arboriano’, Chiambretti non andò oltre la quarantaduesima puntata: “Se all’inizio fu difficile individuare le famiglie, dopo un po’ ci aspettavano in migliaia. La naturalezza di quel programma un po’ naif era stata persa e senza quella trasparenza di fondo ritenni quel viaggio antropologico concluso. Un altro al mio posto avrebbe realizzato altre venti serie”.

L’astinenza durò poco, perché la stagione seguente fu subito la volta di “Prove tecniche di trasmissione”. Ci si muoveva da nord a sud e Piero si fece accompagnare da Nanni Loy, Sandro Paternostro ed Helenio Herrera. “Andavamo in onda da un tendone da circo collocato nelle vicinanze di uno stadio nel quale si disputava una gara di cartello di Serie A. A fine partita, in smoking, entravo dentro lo stadio ormai vuoto e mi sostituivo alla moviola, imitando i gol che erano stati realizzati. Ripetendolo tutte le settimane, il tam tam fece sì che i tifosi presenti in curva rimanessero lì anche dopo il match. Era diventato un rito propiziatorio”.

Nel 1991 Chiambretti interruppe il sodalizio con la gente comune e puntò in alto. “Mi posi come scommessa il desiderio di frequentare politici e personalità importanti”. Venne quindi partorito “Il Portalettere”, con il conduttore che, vestito da postino, andava a consegnare le cartoline di Andrea Barbato. Era il periodo delle ‘picconate’ di Cossiga e quell’edizione si concluse proprio con un indimenticabile incontro col Capo dello Stato.

La linea ‘itinerante’ proseguì con “Il Laureato” e “Fenomeni”, con cui si chiuse la sua prima fase di percorso quasi interamente in esterna. “Ho portato in televisione quello che non c’era. Ma se tu esci, poi escono tutti. E quando la tv è uscita io mi sono chiuso in studio”.

Se la Rai 3 di Guglielmi fu la rete della formazione e dell’assegnazione di una chiara identità, la Rai 2 di Freccero lo modellò ulteriormente con “Chiambretti c’è” che, tra le altre cose, lanciò Alfonso Signorini nel panorama televisivo.

L’approdo a La7 dopo l’addio alla Rai (“Non ho mai capito perché”)

Scaricato dalla Rai (“non ho mai capito come e perché”), nel 2004 compì il primo grande salto della sua carriera, sbarcando su La7. Non la La7 di oggi. Il primo approccio – ancora in strada – fu con “Pronto Chiambretti”, messo in piedi attorno ad una vera cabina telefonica di piazza Cordusio a Milano, per varare successivamente “Markette”, gioiellino di nicchia che accese i fari con largo anticipo su una moda che in tv si sarebbe tramutata in una regola ferrea: “Tutti vanno in televisione a fare marchette, telepromozioni di sé – spiegò – chiunque trova l’occasione di promuovere il suo ultimo libro, il suo disco, il suo spettacolo, la sua invenzione. Se stesso. Telepromozioni costanti. Bene: noi abbiamo portato tutto ciò allo scoperto e abbiamo chiamato le cose con il loro nome”.

Qui concesse ampio spazio a Gianfranco Funari, con il merito di essere stato il miglior gestore dell’ultima fase della sua vita. “Ero molto affezionato lui, nonostante gli inizi burrascosi. Pian piano maturò un’amicizia che si trasformò in collaborazione”.

Il Sanremo di Chiambretti

Durante la permanenza a La7, Chiambretti ottenne il lasciapassare per la guida di un DopoFestival (nel 2007) e del Sanremo del 2008, al fianco di Pippo Baudo. Una responsabilità condivisa alla pari, per quella che – fin dal principio – si presentò come un’edizione sfortunatissima. “La tragedia dei fratellini di Gravina ci condizionò parecchio. Inoltre, fu l’ultimo anno con una contro-programmazione feroce. Nonostante tutto continuo a difendere quel Sanremo, è bello condividere i successi e gli insuccessi, soprattutto se hai a fianco un artista come Baudo. Nonostante l’amarezza continuammo nel nostro percorso, consapevoli che una volta che parti male non può che finire peggio. La rotta non la puoi invertire. Nella mia carriera ho partecipato ad uno dei Festival meno visti e a uno dei più visti. E’ un privilegio, non una maledizione”.

Il riferimento positivo è al 1997, con Mike Bongiorno e Valeria Marini sul palco e Chiambretti appeso in aria nei panni di un angelo: “In realtà quel Festival avrei dovuto farlo con Raffaella Carrà, ma nei mesi precedenti ebbe una delusione d’amore e disse di non sentirsela più. Pensai dunque che da solo non sarebbe stata una cosa buona. Venivamo dall’epopea di Baudo, serviva che il pubblico di Raiuno oltre a me avesse una rassicurazione, un’aspirina per tutte le malattie. Proposi Mike e lui rispose subito di sì”.

Raffaella, ad ogni modo, la incrociò all’Ariston nel 2001. “Aveva scelto come suoi partner Papi, Ceccherini e Megan Gale. Io ero in crisi dopo il flop del mio film e mi ero trasferito in Messico. Mi contattarono per partecipare come giudice di una fantomatica giuria di qualità. All’insaputa della Carrà e d’accordo in parte con Japino organizzai un mio spazio autonomo che fu molto gradito. Venni consacrato da quegli interventi”.

Lo sbarco a Mediaset (inimmaginabile)

Nel 2009 avvenne l’inimmaginabile: il matrimonio con Mediaset. La presentazione del “Chiambretti Night” si tenne, provocatoriamente, nel circolo Arci di via Bellezza a Milano, con l’accordo che fu definito un “compromesso storico”.

L’estetica e l’attenzione al colpo d’occhio – caratteristiche ereditate dall’amato Gianni Boncompagni – divennero a questo punto tratti distintivi del suo stile: “Ritengo che la forma sia il contenuto e che il contenuto sia la forma. Credo fortemente in questa visione. Così come un abito di Armani è distinguibile a distanza di cinquant’anni, lo stesso può valere per me. Il Chiambretti Night era la fotografia del locale che avrei sempre voluto frequentare da cliente”.

Archiviato il “Night” dopo tre stagioni, Chiambretti alternò titoli differenti accomunati da una sostanziale somiglianza di fondo. Un’accusa a cui ha sempre replicato con decisione: “Ho la mia griffe, qualcuno confonde questo concetto pensando che faccia sempre la stessa trasmissione, ma posso assicurare che di uguale ci sono io, che ho la continuità nel mio stile. Disegno vestiti su misura che devono avere per forza un elemento che si ripete”.

Nel 2018 approdò su Rete 4 con “La Repubblica delle Donne” siglando il record di copertura di tutti i canali generalisti, dall’uno al sette. Lo spettacolo, idoneo per una seconda serata ma piazzato in prime time e spalmato sulle tre ore, alzò bandiera bianca nel marzo 2020 a causa dello scoppio della pandemia, che segnò nel profondo Chiambretti.

Il covid e la morte della mamma Felicita

Il coronavirus, nel pieno della sua aggressività, lo colpì assieme alla madre Felicita, che gli morì a pochi metri di distanza: “Eravamo nella stessa stanza. Il covid che prendemmo noi fu il primissimo, non si sapeva nulla, sembrava di essere in guerra. Lei aveva altre patologie e in cinque giorni il virus le mangiò completamente i polmoni”.

A livello professionale, l’occasione si ripropose con “Tiki Taka” e “La tv dei 100 e uno”, trasmissione quest’ultima capitanata da cento bambini che non riscosse il successo sperato.

Il ritorno a Rai 3

Una delusione che due anni fa lo convinse a riabbracciare Rai 3, nel momento il cui il canale subiva una profonda crisi di riconoscibilità, per via degli addii di Fabio Fazio, Bianca Berlinguer e Lucia Annunziata.

“Donne sull’orlo di una crisi di nervi” e “Fin che la barca va” sono le ultime fatiche di un talento indiscusso perseguitato dal rimprovero di essere portatore di una televisione sempre uguale: l’intervistato seduto e lui, in piedi, pronto all’interrogatorio. Ma se ci si guarda attorno, non si impiega troppo tempo a rilevare che pure De Filippi, Scotti, Carlucci e Bonolis portano avanti schemi identici da almeno un quarto di secolo. 

Chiambretti, perlomeno, si impegna a cambiare lo ‘sfondo’.








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