La stessa ricerca di “realtà”, o meglio di una replica credibile di una realtà orrorifica, ha animato altri fenomeni successivamente emersi, fatti di strani e inquietanti filmati per il web, di creazione/elaborazione di leggende metropolitane, in sostanza del cosiddetto creepypasta. Inevitabile quindi giungere a un’ibridazione di questi fenomeni per dare nuova linfa al puro e semplice found footage, stremato dall’inane ripetizione cui è stato sottoposto nel corso degli anni, e provocarne una sorta di superamento.
Backrooms – con il found footage presentato come citazione e riferimento più che come elemento costitutivo, anche se il suo utilizzo non è propriamente né minimale né marginale – rappresenta uno sviluppo concreto di questa ibridazione, un nuovo punto di passaggio se non di partenza (certamente non di arrivo, va da sé): in definitiva, un superamento dei vincoli di utilizzo preponderante o addirittura esclusivo del format del found footage per trarne invece le qualità più significative rinvigorendolo attraverso un uso moderato e, per così dire, responsabile.
Opera di un giovanissimo filmmaker, Kane Parsons, il progetto nasce sul web, con una serie di filmati divenuti nel tempo virali e approdati all’essere una vera e propria serie, fondata su un concetto semplice, ma al tempo stesso intrigante e inquietante, con una visione che si espande in un’altra realtà dimensionale sfuggente e del tutto misteriosa nella quale i personaggi si trovano a entrare, come avveniva in un famoso e influente episodio di “Ai confini della realtà” (Little Girl Lost, 1962) scritto da Richard Matheson, in cui una bambina, attraverso un’invisibile porta dimensionale situata in una parete (proprio come avviene anche in Backrooms), si perdeva in un altrove impossibile da sondare e, anche solo per questo, molto pericoloso.