di
Laura Cuppini

Al congresso dell’American Society of Clinical Oncology i risultati di un lavoro mostrano come alcuni pazienti oltre i 40 anni con carcinoma mammario ormono-sensibile non traggano beneficio dalla chemio

Alcuni pazienti, donne e uomini, con diagnosi recente di tumore al seno possono evitare di sottoporsi alla chemioterapia grazie ai test genetici, risparmiando effetti collaterali non necessari e senza aumentare il rischio di recidiva. Lo conferma uno studio dell’University College di Londra (OPTIMA, Optimal personalised treatment of early breast cancer using multi-parameter analysis), presentato al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago.

La chemioterapia viene regolarmente offerta alle persone con tumore al seno in fase iniziale diffuso ai linfonodi vicini, poiché riduce il rischio di recidiva. Sebbene sia generalmente efficace, molte pazienti con il tipo più comune di tumore al seno, quello ormono-sensibile, possono trarre scarso o nessun beneficio dalla chemio, pur subendo effetti collaterali pesanti. Sono dunque preziosi i test di espressione genicagià utilizzati, in grado di supportare le decisioni relative alla chemioterapia nelle donne con carcinoma mammario iniziale.



















































Lo studio OPTIMA ha analizzato i risultati offerti da uno specifico test, Prosigna (che misura l’attività dei geni coinvolti nella crescita del cancro al seno). Hanno partecipato 4.429 donne e uomini di età superiore a 40 anni, sottoposti a intervento chirurgico per carcinoma mammario con recettori ormonali positivi ed HER2 negativo, seguite dal 2017 al 2025. Nella maggior parte dei casi il tumore si era diffuso ai linfonodi ascellari, con alto rischio di recidiva. Per questo motivo, il trattamento standard prevedeva sia un ciclo di chemio sia la terapia ormonale per un periodo da 5 a 10 anni.

I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi:
gruppo di trattamento standard: i pazienti hanno ricevuto chemioterapia seguita da terapia ormonale;
gruppo sottoposto a test mirato: i pazienti sono stati sottoposti al test Prosigna (eseguito su campioni di tessuto tumorale); coloro che hanno ottenuto un punteggio elevato (superiore a 60) hanno ricevuto chemio e terapia ormonale, mentre quelli con un punteggio basso (inferiore o uguale a 60) sono stati trattati con la sola terapia ormonale. Radioterapia e altri trattamenti sono stati somministrati a entrambi i gruppi.

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Delle 4.429 persone che hanno partecipato alla sperimentazione, più di due terzi (68%) hanno ottenuto un punteggio Prosigna basso. Per questo gruppo, i risultati hanno mostrato esiti molto simili sia con la chemio sia senza. Cinque anni dopo il trattamento, il 94,8% di coloro che hanno ricevuto la chemio insieme alla terapia ormonale era ancora in vita e non presentava recidive del tumore al seno; il 93,6% dei pazienti trattati con la sola terapia ormonale era ancora in vita e libero da recidive. Un test statistico ha dimostrato che solo il 2% dei pazienti con basso punteggio Prosigna trarrebbe beneficio dalla chemioterapia.

«Lo studio OPTIMA affronta una sfida di lunga data nella cura del tumore al seno: identificare chi trae realmente beneficio dalla chemio e chi no. I nostri risultati dimostrano che molte pazienti possono evitarla in tutta sicurezza, senza compromettere i risultati – commenta Rob Stein, responsabile del lavoro e professore di Oncologia mammaria presso l’University College -. Lo studio ha utilizzato la biologia del tumore per guidare le decisioni, anziché basarsi esclusivamente sulle caratteristiche cliniche tradizionali. Per i pazienti, ciò significa che molti potrebbero essere risparmiati dal peso fisico ed emotivo della chemioterapia e dai suoi potenziali effetti collaterali a lungo termine. Per i sistemi sanitari, rappresenta un utilizzo più efficiente delle risorse».

Il team di ricerca ha anche esaminato se i risultati differissero per specifici gruppi di pazienti. Gli esiti sono risultati simili per le donne in pre e post menopausa e non sono state osservate differenze in base al numero di linfonodi interessati. Al contrario di studi precedenti, che si concentravano principalmente su donne in post menopausa con un coinvolgimento linfonodale limitato, OPTIMA ha incluso donne in pre menopausa e pazienti con una malattia più estesa. Alcuni uomini hanno partecipato allo studio, ma il loro numero era troppo esiguo per trarre conclusioni definitive. Infine, non è noto se i risultati siano applicabili a persone di età inferiore ai 40 anni.

«Lo studio indica la possibilità di utilizzare un altro test genomico oltre a quello già disponibile e maggiormente usato (Oncotype DX), per decidere se aggiungere la chemio alla terapia ormonale nei pazienti con recettori ormonali positivi ed HER2 negativo – spiega Lucia Del Mastro, direttore della Clinica di Oncologia medica all’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, Università di Genova -. Oncotype DX ha già dimostrato da anni la capacità di evitare la chemio in oltre il 30% dei casi. L’aspetto più interessante del nuovo test è la performance nelle pazienti in pre menopausa con linfonodi positivi, dove Oncotype DX non si è dimostrato utile. Un limite etico dello studio riguarda il fatto che gli autori, nel braccio di controllo, avrebbero dovuto usare proprio Oncotype DX, come raccomandano le linee guida. Quindi, rispetto alla pratica clinica attuale, l’effettiva riduzione dell’uso di chemio è in realtà molto più bassa».

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30 maggio 2026 ( modifica il 30 maggio 2026 | 17:25)