di
Massimo Gaggi

Il miliardario fondatore di Palantir e PayPal e l’affinità elettiva con il leader argentino

«Un anarcocapitalista incontra un altro anarcocapitalista che sta rivitalizzando il sistema». Il modo in cui Javier Milei ha descritto il suo ultimo incontro con Peter Thiel offre una possibile lettura ideologica della decisione del fondatore di Palantir e PayPal di trasferirsi (provvisoriamente) in Argentina con tutta la famiglia: ha comprato una sontuosa villa da 12 milioni di dollari in un quartiere esclusivo di Buenos Aires, Barrio Parque, e ha iscritto i due figli in una scuola locale.

Non è un mistero che Thiel sia un ammiratore del presidente argentino: tutti e due libertari e iperliberisti. Stesso pantheon intellettuale nel quale brillano le stelle di Ayn Rand e Joseph Schumpeter. Stessa visione del futuro dell’Occidente: scarso (o nessun) interesse per la difesa della liberaldemocrazia; allergia a regole, vincoli, protezioni; fiducia assoluta nella liberazione della forza della «distruzione creatrice» del capitalismo e dell’innovazione tecnologica. Di certo Thiel è più vicino alle idee di Milei che a quelle di Donald Trump, da lui sostenuto per convenienza e perché lo ha considerato un personaggio di rottura, ma del quale di certo non condivide lo statalismo, l’interventismo in campo economico: dal governo che acquista quote di imprese alla distorsione del mercato con un’abnorme politica dei dazi.



















































C’è, poi, chi dà una lettura imprenditoriale della scelta del fondatore di Palantir. L’Argentina come possibile Eldorado dove sviluppare gli enormi data center per l’intelligenza artificiale: sempre più difficili da costruire negli Usa e in Europa per l’opposizione dei cittadini e per gli enormi costi energetici, mentre la Patagonia può essere la soluzione perfetta. Ha spazi immensi, popolazione quasi inesistente, temperature basse che facilitano il raffreddamento delle macchine, riducendo il fabbisogno di energia.

Ma l’avvicinamento di Thiel all’Argentina è stato progressivo: quattro visite col marito, il finanziere Matt Danzeisen, incontri coi ministri economici, acquisti di tenute in Argentina e anche in Uruguay. Nei ragionamenti di un tycoon nato in Germania, naturalizzato americano, divenuto nel 2011 anche cittadino della Nuova Zelanda mentre nel 2022 ha chiesto pure il passaporto di Malta, quella di andare a vivere nel Sud del mondo è una scelta complessa, che ha anche altre motivazioni.

Intanto c’è un obiettivo immediato di tipo fiscale: Thiel, che odia essere tassato, vuole allontanarsi dalla California dove un referendum popolare potrebbe introdurre una tassa sui miliardari pari al 5% del loro patrimonio. Quale rifugio migliore dell’Argentina di Milei che definisce le imposte un furto e descrive chi vuole tassare i ricchi come mosso solo dall’invidia? L’altra motivazione, di più lungo periodo, è legata alla ossessione di Thiel e di molti altri miliardari della tecnologia: creare un luogo nel quale rifugiarsi in caso di cataclismi bellici, sociali o ambientali. Un posto dove ricostruire una vita se crolla il mondo nel quale sei divenuto ricco. In passato lui — come altri miliardari, anche Sam Altman — ha pensato alla remota Nuova Zelanda. Ma anche l’Argentina offre buone garanzie. Economiche con Milei, criticabile per i suoi eccessi ideologici e la mancanza di sensibilità sociale, che sta comunque sradicando il corporativismo peronista e sta stabilizzando l’economia (inflazione scesa dal 290 al 32%). E di politica estera: dal terzomondismo al ritorno nell’Occidente.

Sono, poi, in molti a pensare che, qualora dovesse scoppiare una nuova guerra mondiale tra le grandi potenze, l’America Latina potrebbe cavarsela. Lo dice apertamente al New York Times Martin Varsavsky, miliardario tech sudamericano amico di Thiel: «Quando la Cina si prenderà Taiwan o la Russia invaderà la Lituania, io me ne starò tranquillo a Buenos Aires: il mio piano b per tenere in vita la civiltà».

31 maggio 2026