Una Signora pensa sia tutto oro quello che luccica e sta comprando una scala per il paradiso. Una volta superati i cinquanta uno ha almeno il privilegio di sapere a memoria l’attacco di una canzone di otto minuti che, nel 1971, i “Led Zeppelin” offrirono sul lato A del loro quarto album. Nel secolo scorso i dischi si chiamavano così e questo ha il quadro col vecchio colle fascine sulle spalle in copertina.

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Stairway to heaven” la si affronta con un barré al quinto tasto, qualche mese di chitarra e la sai fare. L’educazione sentimentale di molti adolescenti di allora è scorsa su e giù lungo quell’arpeggio di la minore. Qualcuno a Londra a Trafalgar Square, dinanzi alla National Gallery, lo abbiamo beccato a suonarla pochi giorni fa, a prova che l’identità di un paese sono le canzoni, fissatrici di memoria e storia. Poi c’è la scala, metafora potente e scontata. A Londra come a Napoli. E noi, che di scale siamo forniti, che si decida di scendere da piazza San Martino o da via Luigia Sanfelice, al paradiso ci eravamo arrivati oltre vent’anni prima dei Led Zeppelin.

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Napoli è una storia di scale. Però la più famosa è lunga. Ma lunga, lunga, lunga, lunga e nessuno la vuole comprare; semmai immaginarla in un dormiveglia, col suono dei tacchi di una ragazza un poco sciagurata che ci ha mollato per un pittore (perdipiù forestiero). Scritta nel 1948 da Enzo Bonagura e Giuseppe Cioffi, “Scalinatella” è la nostra “Stairway to Heaven”. Non c’è modo migliore di spiegare cosa si intende per allitterazione (bastino quel “longa” ribattuto e le lettere z u c reiterate fino a distendersi nell’intera parola).

Giocata su aggettivi diminutivi e affettuosamente peggiorativi la canzone sancisce la duttilità del napoletano; più che una lingua, una super lingua, una “stralingua”. Ardua da tradurre a rischio di smussarne gli angoli (come rendere, senza mortificarne il sapore, sgarrupatella o sciaguratella?), “Scalinatella” è piuttosto difficile da cantare con quell’andamento da nenia, che si avvita su di sé. Ormai quarantenne Murolo fu il primo a provarci, come fosse un brasiliano, in punta di voce. Sergio Bruni la ricovera sotto un tappeto di archi. Perfetto tratto d’unione tra i due, Fausto Cigliano la porge con onestà. Massimo Ranieri spinge sul pedale arabeggiante. Quanto alle voci femminili, meritano la versione di Maria Pia De Vito e quella di Monica Sarnelli, che prova a raffreddare un classico napoletano al fuoco, per esempio, dei “Subsonica”. D’altronde “Scalinatella” racconta qualcosa anche di storia dell’arte (chi dipinge Capri non è un maestro locale perché sono stati gli stranieri a scoprire e a farci scoprire il nostro paesaggio). Dopodiché chiederci se siamo nei pressi dei Faraglioni o a Positano è sciocco o inutile. La scalinata, come si legge nei cattivi romanzi, è un luogo dell’anima e ciascuno sale o scende la sua.