di
Alessandra Muglia

Il numero due del governo di Bucarest: «I sistemi tradizionali non bastano, la Nato ci dia copertura subito»

Dieci chilometri. Quattro minuti di volo. È questo il ridottissimo margine di tempo e spazio che separa la pace dalla guerra a Galati, città romena adagiata sul Danubio, dove i droni russi diretti contro i porti ucraini sconfinano ormai con drammatica regolarità. A gestire questa trincea tecnologica sul fianco orientale della Nato c’è Radu Miruta. 

Il vicepremier romeno Miruta: «Siamo il Paese più esposto. Ogni settimana arrivano droni russi»

Già ministro dell’Economia, questo 41enne che unisce oggi le cariche di vicepremier e ministro della Difesa, affronta la crisi con la pragmatica precisione della sua formazione da ingegnere informatico di alto livello. Lo abbiamo intervistato all’indomani della sua visita al fianco del presidente Nicosur Dan al condominio centrato dal drone che ha ferito una madre e suo figlio.



















































I cittadini si chiedono perché un’area così esposta non abbia ancora un sistema anti-drone. Cosa risponde?
«La realtà tecnica è complessa. La distanza dal confine è di soli 10 chilometri. Una restrizione della Nato ci impedisce di fare fuoco dai territori alleati se non vi è la certezza che le munizioni non cadano in Ucraina. Non possiamo sparare alla cieca lungo la linea di frontiera. Durante l’ultimo sconfinamento abbiamo fatto alzare in volo i caccia F-16, ma hanno avuto una finestra di intervento di appena 4 minuti. I velivoli russi volavano a bassissima quota e gli F-16 non potevano scendere al di sotto di essi e fare fuoco dall’alto avrebbe significato far piovere detriti e fiamme nel centro della città, con conseguenze peggiori di quelle generate dal drone».

Questo incidente ha esposto le fragilità della difesa aerea sul fianco Est della Nato.
«Quello che serve urgentemente in quella zona è una rete di soluzioni anti-drone posizionate a terra. Ne abbiamo già, ma vista la frequenza con cui la Russia viola lo spazio aereo della Nato, è evidente che ne servano molte di più. Da quando sono arrivato al ministero (sei mesi fa, ndr) abbiamo avviato un piano ambizioso per l’acquisto di questi sistemi. Abbiamo approvato e firmato i progetti, ma i tempi di consegna dell’industria bellica oscillano tra un anno e un anno e mezzo. La Romania ha fatto la sua parte stipulando i contratti; ora stiamo chiedendo agli alleati una soluzione temporanea che ci copra in attesa delle consegne».

Ieri avete siglato i primi contratti del programma Safe. Di cosa si tratta?
«È il primo pacchetto di contratti per acquistare sistemi anti-drone. Il problema è che questa tecnologia si evolve a ritmi frenetici, e le aziende faticano a garantire l’efficacia dei sistemi sul lungo periodo. Inoltre, il mercato è saturo: ci sono troppi Paesi che ordinano le stesse apparecchiature. La specificità della Romania è la nostra posizione geopolitica. Prima che un drone possa anche solo avvicinarsi al cuore dell’Europa, noi ci troviamo a intercettarlo diverse volte a settimana. Il target strategico dei russi sono i porti ucraini sul Danubio, vicinissimi a noi. Per questo il numero di sconfinamenti da noi è esponenzialmente più alto che nei Paesi del nord della Nato».

La Russia sta modificando le sue strategie di attacco?
«I russi aumentano gli attacchi, modificano le tattiche e migliorano l’hardware dei droni. Noi effettuiamo il reverse engineering sui vettori abbattuti per mapparne i cambiamenti tecnici, ma la lunghezza della nostra frontiera – ben 649,5 chilometri – rende la copertura totale una sfida immane. Non possiamo difenderci solo con gli F-16. È la classica sfida tra virus e antivirus. I sistemi tradizionali erano progettati per difendere lo spazio aereo al 100% da aerei, elicotteri e missili a quote medio-alte. Il vero vuoto normativo e tecnico si gioca a quote basse, dove colline e ostacoli naturali creano zone d’ombra che richiedono radar specifici e nuove risposte terra-aria».

Da ingegnere del software, quando ritiene che la Romania sarà al sicuro?
«In politica si può mentire, ma la tecnologia non mente: non esiste un muro impenetrabile per sempre. Sviluppiamo una soluzione che blocca i droni oggi, e tra due mesi il nemico aggiornerà il software per aggirarla, costringendoci ad aggiungere un nuovo strato tecnologico alla nostra barriera. Il nostro obiettivo è neutralizzare la stragrande maggioranza delle minacce reali. Nel bilancio della difesa per il 2026 abbiamo stanziato il 40% delle risorse in nuovi investimenti, sacrificando altri ministeri e aumentando le tasse nonostante il forte deficit economico. Abbiamo dimostrato di aver fatto tutto il possibile da soli prima di chiedere aiuto. Ora, però, la Nato deve intervenire se c’è un reale interesse a proteggere i confini dell’Alleanza».

A Galati si è trattato di incidente o provocazione? Attiverete l’Articolo 4 della Nato?
«Solo dall’inizio di quest’anno abbiamo registrato 31 incidenti nello spazio aereo romeno e della Nato. Che si tratti di incidenti o provocazioni, la sostanza non cambia: non è tollerabile che questi vettori violino lo spazio aereo della Nato. Per questo, abbiamo chiesto un confronto formale in seno all’Alleanza che si terrà la prossima settimana: l’obiettivo è spingere i Paesi alleati a condividere temporaneamente con noi 4 o 5 assetti di difesa aerea già disponibili per schierarli subito sul nostro confine».

Lei è un vicepremier e un ministro ad interim per via della crisi di goverrno. Quale impatto ha avuto
 l’empasse politica in Romania  su questa crisi di sicurezza? 
«La crisi politica e la lotta politica, non solo in Romania, rallentano le decisioni che devono essere approvate dal Parlamento. Ma il nostro presidente, Nicusor Dan, ha chiesto una sorta di cessate il fuoco tra le parti in Aula per i settori legati alla difesa. E questo è stato di grande aiuto. Per poter procedere con Safe abbiamo spiegato in pochi giorni tutti i progetti, le aziende, i prezzi,  persino all’opposizione. Ed è stato il parlamento ad approvare infine la nostra richiesta. Abbiamo capito che la lotta politica poteva svolgersi in altre stanze, ma la difesa non è qualcosa che riguarda solo il partito. Solo i partiti filo russi si sono opposti, hanno tentato di bloccare tutto, ma fortunatamente non ci sono riusciti. In questi sei mesi alla Difesa, abbiamo ideato e gestito 21 progetti, superando tutti gli ostacoli della burocrazia governativa, non è cosa da poco. Gli investimenti che stiamo effettuando al ministero della Difesa sono tre volte superiori agli investimenti degli anni passati».

30 maggio 2026 ( modifica il 31 maggio 2026 | 15:14)