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Nella sinagoga del Parco archeologico di Ostia Antica, tra le rovine del più antico edificio ebraico conosciuto dell’Occidente romano, torna “Arte in Memoria”, la rassegna biennale, ideata da Ada Chiara Zevi, che da ventiquattro anni mette in dialogo arte contemporanea, archeologia e identità culturale. L’idea nasce da un’intuizione semplice e potente, maturata a Stommeln, in provincia di Colonia: una sinagoga sopravvissuta al nazismo, dove dal 1990 ogni anno un artista è invitato a creare un lavoro originale per quel luogo. Un gesto di presenza, di resistenza, di bellezza ostinata contro l’oblio.

Ad Ostia antica quel gesto si rinnova da dodici edizioni. Le opere non vengono importate da fuori: nascono per la Sinagoga, pensate e realizzate appositamente per quello spazio, per quella luce, per quella storia. È un modo di fare arte che richiede umiltà e ascolto. E i risultati, nel tempo, hanno costruito un patrimonio straordinario: cinquantasei artisti internazionali che hanno attraversato questo luogo lasciandovi una traccia indelebile. E dando vita a un museo di arte contemporanea all’interno del Parco archeologico.

La dodicesima edizione, inaugurata eccezionalmente il 24 maggio anziché il 27 gennaio, data tradizionale del Giorno della Memoria, si carica quest’anno di un significato ancora più intenso e dolorosamente attuale. La decisione di posticipare l’apertura, è stato spiegato durante la presentazione, è maturata in un contesto internazionale segnato da guerre, tensioni e timori per la sicurezza. E proprio questa fragilità del presente attraversa profondamente i lavori delle due artiste invitate: l’israeliana Ella Littwitz e la polacca Natalia Romik, entrambe chiamate a confrontarsi con uno spazio che non è mai neutro, ma custode di una memoria stratificata, spirituale e civile.

Ad aprire la cerimonia è stato il direttore del Parco archeologico di Ostia antica, Alessandro D’Alessio, che ha ricordato il lungo cammino della manifestazione nata nel 2002 grazie ad Ada Chiara Zevi e ha sottolineato il valore simbolico di Ostia come luogo storico di integrazione culturale e religiosa, crocevia del Mediterraneo antico dove convivevano culti romani, orientali, ebraismo e cristianesimo. Un’eredità che oggi continua attraverso il lavoro di tutela e valorizzazione della sinagoga, per la quale il Parco ha ottenuto importanti finanziamenti destinati al restauro e agli scavi dell’area del mikvah, il bagno rituale ebraico scoperto recentemente.

Accanto alla dimensione archeologica, la mostra si muove però soprattutto sul terreno della memoria morale. Lo storico dell’arte Francesco Spina ha letto le opere esposte come una riflessione sull’assenza: assenza che diventa presenza, vuoto che custodisce significato. Il riferimento centrale è l’arca santa evocata dall’installazione “For they have seen (y)our nakedness” di Ella Littwitz, realizzata in legno e collocata nello spazio dell’antico “Aron” (arca santa) della sinagoga.

Un’arca “estranea”, portatile, aperta e priva dei rotoli della Torah (i testi sacri della Bibbia ebraica), che espone invece un frammento di testo tratto dalle Lamentazioni: “Perché hanno visto la (vostra) nostra nudità”.

L’opera dell’artista israeliana diventa così una meditazione sulla perdita della moralità e sullo smarrimento spirituale contemporaneo. Tuttavia rimane l’orientamento dell’arca verso Gerusalemme: un gesto di “Tikkun” di riparazione, una necessità di ricostruire un ordine etico dopo la distruzione.

Ada Chiara Zevi, curatrice e anima storica della manifestazione, ha parlato esplicitamente della necessità di mantenere aperto il dialogo culturale proprio nel momento in cui il mondo appare dominato dalla violenza. “Mai come in questa edizione – ha detto – il lavoro delle artiste mette il dito nelle piaghe del presente per denunciare orrori e ingiustizie ma anche per indicare una via di riscatto nella memoria”.

Se Littwitz affronta il trauma del presente israeliano, Natalia Romik lavora invece sulla memoria cancellata dell’ebraismo polacco. Architetta e artista, Romik da anni indaga i nascondigli utilizzati dagli ebrei durante la Shoah: cavità, sottotetti, armadi, cantine, spazi invisibili diventati luoghi estremi di sopravvivenza.

Per Ostia ha realizzato “Flickering Architecture”, installazione composta da candele di purissima cera nera modellate sulle tracce architettoniche della Varsavia ebraica distrutta. Impronte di ringhiere, stele funerarie e frammenti urbani si adagiano sulle antiche superfici della sinagoga romana creando un dialogo tra rovine lontane nel tempo ma accomunate dalla vulnerabilità della memoria.

Le candele, lentamente consumate dalla combustione, diventano metafora dell’architettura stessa della memoria: fragile, instabile, bisognosa di cura continua per non scomparire. È un’opera che parla di erosione e oblio, ma anche della responsabilità collettiva di custodire le tracce del passato.

In questo intreccio tra archeologia, spiritualità e contemporaneità, “Arte in Memoria” conferma la propria unicità nel panorama artistico italiano. Non una semplice mostra, ma un esercizio civile di ascolto e confronto dentro uno dei luoghi simbolicamente più potenti del Mediterraneo antico. Qui, dove duemila anni fa convivevano lingue, culture e religioni differenti, l’arte continua a interrogare il presente e a chiedere se sia ancora possibile trasformare il vuoto della storia in uno spazio di incontro.


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