di
Francesca Visentin
«Riprendersi l’anima», il nuovo saggio dello psichiatra e scrittore. «Gli angeli aiutano, sono le persone incrociate per caso nella vita. Negli anni sono diventato più indulgente»
È dedicato «agli angeli» il nuovo saggio di Paolo Crepet Riprendersi l’anima (HarperCollins, 336 pagine, 19,90 euro). Quegli angeli «che magari sono persone incrociate per caso nella vita», capaci di lasciare il segno. Un libro denso di incontri e momenti di vita personale, per la prima volta l’esigenza è stata anche raccontarsi. Una narrazione intima e collettivo, contributo al pensiero contemporaneo, che si addentra nelle complessità del mondo, dalla tecnologia e l’AI sempre più disumanizzanti, ai conflitti globali, all’isolamento sociale. La riflessione si snoda attorno a parole chiave. E parte dalla domanda: «Che fine ha fatto l’anima?». Tra le pagine, oltre alla riflessione, arriva la speranza e la consolazione, «parola rivoluzionaria». Per non lasciarsi andare allo sconforto, le parole aiutano. «L’antidoto all’indifferenza è nell’uso delle parole – dice Crepet – . Non basta resistere bisogna cercare la propria ribellione». Psichiatra, sociologo, saggista, scrittore, laureato in Medicina a Padova, Crepet ha vissuto per lunghi periodi nel Veneto e ora si è stabilito a Venezia. Proprio a Venezia, al Teatro Goldoni, il 10 maggio presenta il libro (ore 21).
Crepet, che fine ha fatto l’anima?
«Io ho cercato di riprendermela scrivendo. La prima azione l’ho fatta su di me e spero con questo libro di avere instillato riflessioni anche in chi lo legge. Molti giovani mi hanno detto di avere trovato spunti interessanti. Sentivo il bisogno di restituire qualcosa dell’enorme bagaglio che mi è stato dato, anche da persone incontrate per caso».
Il suo sguardo negli anni è cambiato?
«Sì, è uno sguardo più indulgente, ma anche più preoccupato per ciò che accade nel mondo, non solo le questioni planetarie, anche i riflessi che hanno su di noi, il cambiamento delle relazioni e del modo di stare insieme, c’è una sorta di imbarbarimento di fondo».
Scrive che per riprendersi l’anima «bisogna cercare con tenerezza la propria ribellione».
«Bisogna cercare la ribellione come antidoto emotivo all’indifferenza. E non significa spaccare le vetrine con le pietre, ma è una ribellione interiore che porta cambiamenti. Anche la bellezza è trasgressione, basta pensare alla pittura del Tintoretto…».
Cosa pensa della tecnologia più spinta, la robotica, l’AI?
«Non mi voglio adattare a un mondo in cui non c’è empatia, capacità di ascolto, tenerezza. Un certo tipo di innovazione tecnologica è sconcertante, non capisco come non produca rabbia in molti intellettuali, ma consenso paludato».
Il libro inizia con la passeggiata alla porta di Brandeburgo con il suo maestro Franco Basaglia. Cos’ha significato per lei?
«Era un’anima critica e libera, conoscerlo è stato un grande insegnamento. Incontrare «maestri» di tale spessore è un dono».
Ha citato lo sfarzoso matrimonio vip di tre giorni a Venezia, «festa del marketing» come occasione sprecata per una riflessione sulle ricadute culturali.
«Ho ammirato negli anni molte personalità del teatro, dell’arte, della musica, ben diverse da chi oggi si circonda solo di sfarzo. Peggy Guggenheim, ad esempio, andava a mangiare nelle trattorie. Se sei veramente potente lo sei anche dentro un bacaro. All’Harry’s bar oggi vedo solo sfarzo, sfoggio di lusso e potere».
Come vede la vecchiaia?
«La vecchiaia mi appare seduttiva. Ho sempre osservato con interesse le persone anziane, possiedono qualcosa che solo la vita può dare, esperienza e saggezza, questo per me ha grande fascino. La mia vecchiaia? Mi spaventa il giusto».
Con Ornella Vanoni c’è stata una delle ultime telefonate prima che morisse.
«Nella nostra ultima telefonata voleva che l’accompagnassi in una scuola per parlare alle ragazze. “Devo andare a raccontare chi sono”. “Che cosa vuoi dire?” le ho chiesto. Lei: “Che sono una ragazza che si è buttata nel fuoco”. Era una persona intransigente e diretta, anche dura a volte».
La sua amicizia con Harry Styles ha fatto notizia, cosa le piace di lui?
«È una persona che non è stata offuscata dalla notorietà, non è ombelicale, nè innamorato di sé».
Nel libro racconta che la poetessa del rock Patti Smith ha comprato la vecchia casa d’infanzia di Arthur Rimbaud nel nord-est della Francia. Anche il Padiglione della Santa Sede per la Biennale Arte di Venezia ha voluto Patti Smith…
«Sono piccole rivoluzioni. E questo dimostra che la Biennale porta anche cose più interessanti delle polemiche».
Un consiglio per migliorare le relazioni tra genitori e figli?
«I genitori devono cercare di vivere al meglio di loro stessi, questo è molto educativo. È uno stimolo, un esempio, anche senza tante parole. Fare le cose è il vero insegnamento, l’esempio che conta di più».
Come affrontare la paura?
«Bisogna guardarla, farla propria, insegnare a non temerla, è anche con la paura che si costruisce il futuro. Il mio amico pittore Erben sul lago di Bolsena mi ha portato in un borgo dove c’era un grande albergo abbandonato, il nome era “Angst”, in tedesco “Paura”. Un albergo che era stato bellissimo, frequentato dai reali di mezza Europa chiamato “paura”. Come la vita, che è stupore ma anche paura…».
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1 giugno 2026 ( modifica il 1 giugno 2026 | 17:36)
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