Ciao! Come va? Pensando di farti cosa gradita, ti avverto che la linea degli spoiler in questa recensione inizia molto presto. Si tratta di spoiler generici (non è un film con il colpo di scena), ma:
– Se sei completamente vergine di Backrooms e vuoi che la tua prima volta con Backrooms sia come l’hai sempre sognata, è meglio che prima tu vada a guardare il film in una sala cinematografica tutta liminale.
– Se invece conosci la webserie da cui il film è tratto, o se non ti spaventa qualche spoiler amorevole ma non particolarmente piccante (diciamo un peperoncino su tre), allora puoi continuare a leggere tranquillamente. Mi terrò sul vago q.b.
– Se infine vuoi solo sapere se il film è bello o no, te lo dico subito: sì per un buon tratto, poi no per un breve tratto, poi di nuovo sì. Media aritmetica: sì. E Renate Reinsve com’è? Sempre più bella. E sempre più alta.
Tutto chiaro? Bene. D’ora in poi non si accettano lamentele. Bacetti.

Oh, spazioso è spazioso

Sembra ieri che ascoltavo un podcast che mi ha molto colpito, e non a caso era proprio ieri. Era un podcast che raccontava la storia di Jean-Albert Dadas, un francese che sul finire dell’800 si ritrovò affetto da quella che gli psichiatri dell’epoca chiamarono dromomania: un impulso irresistibile a uscire e andare. Succedeva così: prima sentiva un gran mal di testa, poi non ricordava più niente e dopo giorni, settimane, a volte mesi, si risvegliava esausto a Istanbul o in Russia, circondato da sconosciuti in abiti strani o arrestato da guardie che non capivano chi fosse quel povero mentecatto senza documenti. Quando a uno psichiatra illuminato venne in mente di ipnotizzarlo, dalle stanze nascoste della sua mente uscirono incredibili racconti picareschi di marce chilometriche, navi e treni presi di straforo, risse, sconfinamenti, e un mondo vastissimo pieno di confini da varcare compulsivamente. Erano gli anni d’oro dei viaggi in treno, Parigi stava diventando la ville lumière e l’Oriente era ancora misterioso. La mente di questo “alienato”, così lo chiamavano, era piena di altrove. Quando morì, Dadas morì di logoramento e sfinimento perché continuava ad ANDARE, suo malgrado, anche se era vecchio, anche se era debole e avrebbe voluto starsene a casa sua. Nel 1907, morì. Kane Parsons, il regista di Backrooms, è nato nel 2005. ESATTAMENTE un secolo dopo (ok, novantotto anni in realtà, ma fatemi contento e dite anche voi “esattamente un secolo” perché fa più effetto). Quando questo sito muoveva i primi passi, Parsons aveva quattro anni. Il secolo ESATTO che è trascorso è il secolo in cui l’umanità ha subìto il maggior numero di cambiamenti e compiuto il più grande passo della sua breve storia, decidendo arbitrariamente che la sua natura fosse stanziale e che il suo scopo ultimo si sarebbe potuto raggiungere soltanto IN INTERNI. Se qualcuno oggi ipnotizzasse noi, e per noi intendo sia quelli giovani come Parsons, quelli un po’ meno giovani tipo me, quelli ancora meno giovani come gli altri miei colleghi dei 400 Calci, quelli ancora meno giovani come tu che stai leggendo, pirla, e su su fino ai nostri genitori – Se qualcuno oggi ci ipnotizzasse, dicevo, cosa uscirebbe dalle nostre stanze? Prima ancora: come sarebbero fatte, quelle stanze?

“Se buttiamo giù questo muro la stanza le diventa molto più liminale”

E ora guardate con quanta sapienza lascio in sospeso queste domande e passo alla sinossi del film. Backrooms: c’è Clark (Chiwetel Ejiofor) che è stato mollato dalla compagna e vive solo e tristanzuolo nel suo enorme, semivuoto e orrendo negozio di arredamento orrendo, che pubblicizza con demenziali spot in cui è vestito da pirata. La vita non gli è andata per il verso giusto e lui questa cosa ce l’ha scritta a caratteri fosforescenti su tutta la faccia. La sua psicologa è Mary (Renate Reinsve, e qui direi che ci siamo passati un po’ tutti, dai. Chi di noi non ha una psicologa Renate Reinsve?) che durante le sedute lo guarda tutta norvegese senza lasciar trapelare la pena che prova per lui e anche per sé stessa – giacché in una serie di flashback assistiamo ai suoi irrisoltissimi traumi infantili per gentile concessione di madre castrante e paranoica. Insomma, tutto molto soffocante, tutto molto monocromatico, tutto molto chiaramente espresso da una messa in scena oppressiva e da scenografie gialline (questo è, per inciso, un film molto più giallo di qualsiasi altro film giallo abbiate mai visto). Un giorno, Chiwetel Ejiofor scopre che nel piano interrato del suo negozio c’è un muro attraverso cui si può passare, proprio così, plof, e dall’altra parte ci sono le Backrooms. “Ehi, ma è il titolo del film!”, esclama lui, e inizia a vagare per corridoi infiniti, porte che non portano da nessuna parte, stanze con brutti mobili deformati e altre robe comunissime che diventano inquietanti nel momento in cui appaiono lì senza uno scopo, nel momento in cui la loro assenza di senso prende il centro della scena e diventa evidente. Quel che accade dopo non ve lo sto a raccontare nel dettaglio, anche perché Kane Parsons si concede un bel po’ di tempo per sguazzare negli spazi liminali da lui ideati, veri protagonisti della webserie da cui Backrooms è tratto; questi ambienti sono il suo elemento e Parsons è molto bravo a renderli, almeno all’inizio, in ugual misura affascinanti e spaventosi, familiari e alieni. Poi ovviamente si inizia a capirci di più: Chiwetel si rintana nelle Backrooms perché ha scoperto cosa sono, Renate lo va a cercare e il resto non ve lo dico.

“Sì, esatto, sono una psicologa come tante”

Se temevate che Backrooms fosse la normalizzazione hollywoodiana di una serie cult e criptica, una stiracchiatura da 1h50 di un’idea buona per qualche breve found footage dell’internet, tranquilli: Kane Parsons, sa dio come, è già un regista maturo che ha capito moltissimo del presente (forse perché c’è nato dentro) e riesce praticamente con due soli personaggi (uno dei quali è, ci tengo a ripeterlo, Renate Reinsve) a inventare un immaginario horror che con pochissimo dice un’infinità di cose sul vicolo cieco in cui noialtri, intesi come specie nella nostra interezza, abbiamo stabilito che fosse imprescindibile andare a rintanarci e marcire. Questo vale sia per Clark, il più classico dei perdenti del cinema americano, dotato di tutti gli optional dei perdenti del cinema americano (cioè non ha una famiglia e non ha successo nel lavoro), ma vale esattamente allo stesso modo per Mary (Renate), che ama presentarsi come professionista illuminata che salva i tapini dalla loro coazione a ripetere, ma sa benissimo di essere nello stesso identico buco giallo.

Cena solitaria davanti alla tv, che in americano vuol dire che sei infelice

Una buona prima metà del film è così, e funziona benone. Parsons prende la sua bella struttura da slow horror e la contamina in maniera intelligente con il found footage (che era una delle basi della sua webserie); stavo per dire “si rifà a un trend un po’ fuori moda”, poi mi sono reso conto che quando è uscito The Blair Witch Project i genitori di Kane Parsons probabilmente non si erano nemmeno resi conto di piacersi, figuriamoci fare un figlio regista, quindi forse, dal suo punto di vista, ha più senso dire che “riesuma un genere sepolto” e lo fa funzionare a meraviglia nel contesto che ha creato. Poi, come accennavo all’inizio, c’è un passaggio in cui il film ha rischiato di perdermi completamente. Una scena, verso la metà del film, che temevo fosse il culmine della narrazione (per fortuna non lo era, anche se succede una cosa importante) in cui le motivazioni del protagonista diventano di colpo pretestuose e sembra che Backrooms stia per imboccare dinamiche risapute. Senza contare che, sempre in quel punto, Parsons cerca di variare e rimpolpare l’aspetto visivo con trovate un po’ troppo “strambe per il gusto dello strambo” che svariano pericolosamente verso la parodia di un horror A24 fatta da qualcuno che non ha mai visto un horror A24. Lì per lì mi tornavano in mente il matrimonio di Beetlejuice e “La metà del film” di The meaning of life, che non credo fossero i riferimenti voluti, e stavo già corrugando la fronte e cancellando il contatto di Renate Reinsve dalla rubrica del cell. Poi per fortuna il film si riprende e anche bene, arriva quella garanzia di Mark Duplass in uno dei ruoli da “burocrate di cose misteriose” più smitizzanti e deprimenti della storia recente, e Backrooms si chiude con un gran bel finale zitto e raggelante e aperto quanto basta, perfettamente in tono coi suoi momenti migliori.

Che non si dica che non ho messo abbastanza foto di Renate Reinsve

Se dalle stanze della mente di Jean-Albert Dadas uscivano luoghi lontani e la pulsione (malata e deleteria quanto volete, ok) a uscire e scoprire, le backrooms dei nuovi secoli sono ugualmente malate ma decisamente più antiestetiche e opprimenti, sintomo di un’umanità che in cent’anni ha smesso di cercare soluzioni fuori e ha iniziato, semplicemente, a incistarsi nella catatonia. Come tutte le grandi location dell’orrore, queste Backrooms sono luoghi fisici e mentali insieme, incubi che diventano cartongesso e cartongesso che diventa incubi, senza che sia mai ben chiaro qual è la causa e quale l’effetto. In tutto ciò, la più grande intuizione di Parsons è che queste proiezioni della mente moderna sono sempre tutte inevitabilmente AL CHIUSO, sono vaghi reparti, sale d’aspetto, un Mercatone Uno di cose fatte in serie e fatte al risparmio, di esperienze sfiorate e ricordate male da soglie di attenzione sempre più basse, fondamentalmente perché gli unici luoghi che ci definiscono sono luoghi in cui vegetiamo a non far niente che valga la pena ricordare. Non so nemmeno se esista ancora il Mercatone Uno, ma cristo se erano brutti quei cataloghi per posta. Se tutto questo l’ha capito cosi bene Kane Parsons, che aveva quattro anni quando questo sito muoveva i suoi primi passi su internet, io posso solo augurargli di smettere di costruire backrooms, uscire, e andare. Vediamo dove arriva.

DVD-quote suggerita:

“Lavorare, lavorare, lavorare: preferisco il rumore bianco”
(Luotto Preminger, i400calci.com)

>> IMDb | Trailer

Dove guardare Backrooms

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