Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje) è nella stanza privata con Maddy quando Ali entra nello Silver Slipper in uniforme militare con una borsa pesante. Prima spara a G all’inguine — come promesso — poi urla il nome di Alamo. Quello che segue è la scena più cinematografica dell’intera stagione, e probabilmente dell’intera serie: Alamo usa Maddy come scudo umano, poi la spinge a terra e si fa dare una pistola da Bishop. I due si fronteggiano nel locale vuoto, tra sedie ribaltate e spogliarelliste rannicchiate sotto i tavoli.

Alamo fissa i termini del duello come un vero cowboy: Kitty farà rotolare una bottiglia di champagne sul bancone, e quando toccherà terra si potrà sparare. Un ultimo atto di teatralità per un personaggio che ha costruito tutta la sua vita come una performance. «Sa che ha una partita da regolare», dice Alamo a Bishop riferendosi ad Ali, con quella strana lucidità che i grandi antagonisti hanno nei momenti finali. E poi aggiunge, sommessamente, quasi per se stesso: «Sono solo un altro schiavo con qualche soldo in più in mano.»

È la resa dei conti più attesa della stagione, e Levinson la risolve con un colpo di scena che è al tempo stesso il più semplice e il più efficace: la pistola di Alamo non è carica. Bishop ha tolto i proiettili. Alamo preme il grilletto nel vuoto, e nel silenzio di quel clic — il suono del tradimento, il suono di chi ha costruito la propria fortuna sulla lealtà comprata e scopre che non esiste lealtà comprata — Ali spara. Una volta. Due. Tre. Bishop lascia cadere i proiettili sul pavimento. «Che Dio abbia pietà.»

Akinnuoye-Agbaje ha raccontato che il finale originale era diverso: Alamo moriva sul tetto del mondo, dopo aver sconfitto Laurie e la DEA, in un momento di trionfo. Poi l’attore e Levinson hanno parlato, e hanno capito che mancava qualcosa. «Era il suo viaggio davvero solo una questione di soldi e donne?» Nel finale che vediamo, Alamo è seduto in una stanza privata con Maddy e le propone matrimonio. Figli. Il sogno americano. «Biblico», lo chiama. Ma il sogno americano che descrive è un quadro di Norman Rockwell — la mogliettina scalza e incinta ai fornelli, la famiglia al tavolo, la bandiera fuori dalla finestra. Un delirio di normalità pronunciato da un uomo che ha costruito tutto su corruzione, violenza e schiavitù altrui. «Sono solo un altro schiavo con qualche soldo in più in mano», dice poco prima, e in quel momento di lucidità involontaria c’è tutto Alamo: un uomo che si è convinto di essere libero e non lo è mai stato, che ha imbrogliato tutti — i rivali, le ragazze, la DEA, Maddy — e alla fine ha imbrogliato pure se stesso, scambiando il potere per felicità e non capendo la differenza. Che incubo sarebbe stato, per il mondo, quell’Alamo borghese.

E poi il duello. Alamo lo propone come una cosa d’onore — Kitty che fa rotolare la bottiglia di champagne sul bancone, e quando cade si può sparare. Un codice cavalleresco applicato a un locale di spogliarelliste, da un uomo che il codice lo aveva già violato prima ancora di proporlo: spara prima che la bottiglia tocchi terra. Il grilletto cede nel vuoto. La pistola non è carica. Bishop — forse il criminale più indecifrabile e imprevedibile degli ultimi vent’anni di serie televisive, uno di quei personaggi secondari che sembrano decorativi e si rivelano architettonici — ha tolto i proiettili. Non sappiamo quando ha deciso. Non sappiamo perché, esattamente. «Che Dio abbia pietà», dice lasciando cadere i proiettili sul pavimento, e poi offre un passaggio a Maddy. Niente spiegazioni. Niente manifesti. Solo un gesto, silenzioso e definitivo, come sempre i gesti che cambiano tutto.