di
Vera Martinella

I dati dello studio presentato al convegno Asco: quasi un malato su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento

Una nuova strategia terapeutica è destinata a cambiare l’attuale standard di cura per i pazienti con un carcinoma epatocellulare non operabile. Gli esiti dello studio di fase tre (l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura) EMERALD-3, presentati al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago, indicano infatti che la combinazione di una doppia immunoterapia  unita alla chemioembolizzazione può rallentare la crescita del tumore e allungare la sopravvivenza dei pazienti. Obiettivi importanti soprattutto in considerazione del fatto che  il cancro al fegato è una ancora oggi patologia difficile da curare, spesso individuata tardi e, di conseguenza, con una prognosi spesso sfavorevole.

Situazione attuale: le cure standard finora

Ogni anno in Italia sono stimate oltre 12.500 nuove diagnosi di tumore del fegato e, a cinque anni dalla diagnosi, è vivo in media il 22%dei pazienti. Il tipo più comune di tumore al fegato è il carcinoma epatocellulare (rappresenta oltre 8 casi su 10) che viene spesso diagnosticato in fase avanzata, quando l’intervento chirurgico, che potrebbe far sperare nella guarigione, non è più un’opzione praticabile. In fase avanzata della malattia, circa il 30% dei pazienti è idoneo al trattamento con TACE, la chemioembolizzazione transarteriosa: ovvero una procedura di radiologia interventistica che blocca l’afflusso di sangue alla neoplasia e permette di somministrare la chemioterapia o la radioterapia direttamente nel fegatoPer oltre 20 anni questo è stato il trattamento standard per le persone con epatocarcinoma non operabile, ma la malattia spesso riprende a crescere o si diffonde nei pazienti entro un anno dal trattamento e per questi pazienti attualmente non esistono altre cure approvate né in Italia né altrove.



















































Lo studio EMERALD-3: un terzo dei pazienti vivo a 2 anni dalla cura

«È in questo contesto che s’inserisce lo studio EMERALD-3 che ha sperimentato il regime STRIDE, basato su un innovativo approccio di doppia immunoterapia con una singola dose di tremelimumab seguita da durvalumab in monoterapia – spiega Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica all’Humanitas University e responsabile dell’Oncologia epatobiliopancreatica all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano -. I pazienti affetti da tumore al fegato idonei all’embolizzazione hanno urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche per ritardare la progressione di malattia e migliorare la prognosi e i risultati presentati a Chicago aprono uno spiraglio». La sperimentazione ha coinvolto 760 partecipanti che sono stati divisi in tre gruppi: uno trattato con STRIDE e lenvatinib (una target therapy) più TACE (293 partecipanti); uno con  STRIDE con TACE (175 partecipanti) e l’ultimo con l’attuale cura standard, TACE da sola (292 partecipanti). «Gli esiti indicano che un’unica somministrazione di tremelimumab, infatti, è in grado di fornire una “spinta” alla risposta immunitaria, offrendo maggiore efficacia: quasi un partecipante su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento. Si tratta di un progresso significativo associato a una tendenza al miglioramento della sopravvivenza (con o senza l’aggiunta di lenvatinib)».

Speranze di guarigione

Il regime STRIDE in combinazione con lenvatinib e TACE ha dimostrato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia o di morte in assenza di progressione rispetto alla sola TACE.  È probabile che questi risultati cambino l’attuale trattamento standard e siano un punto di svolta per questa patologia: «Lo studio EMERALD-3 evidenzia il ruolo importante del regime immunoterapico STRIDE in combinazione con la TACE, quando la funzionalità epatica non è compromessa – commenta Vincenzo Mazzaferro, professore di Chirurgia all’Università degli Studi di Milano e direttore della Chirurgia oncologica (epato-gastro-pancreatica) e trapianto di fegato alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano- . Sulla base di questi risultati è verosimile che sarà significativo il numero di pazienti in cui il livello di risposta tumorale sarà compatibile con terapie che possono portare a guarigione, come la resezione del tumore o il trapianto. Va ricordato che la miglior gestione dell’epatocarcinoma, che frequentemente complica un quadro di cirrosi, richiede il contributo di diversi specialisti, che compongono i team multidisciplinari».

Otto casi su 10 si potrebbero evitare

Una recente indagine ha evidenziato che quasi l’80% dei tumori al fegato si può evitare solo con la prevenzione: «La maggioranza dei casi, infatti, è riconducibile a fattori di rischio noti, quali l’infezione da virus dell’epatite B e C – ricorda Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Negli ultimi anni, però, si è osservato un progressivo incremento dei casi “non virali”, cioè collegati a sovrappeso e diabete oppure a questi fattori e all’eccesso di bevande alcoliche, dato che la cirrosi epatica predispone all’insorgenza di questa neoplasia. Questo cambiamento epidemiologico è dovuto all’effetto positivo della vaccinazione anti-HBV, in Italia obbligatoria da più di 30 anni, e alle terapie antivirali per l’HCV che hanno fatto calare il rischio di cancro». D’altro canto però qualcosa lo ha fatto salire: gli stili di vita scorretti diffusi in molti Paesi Occidentali e pure in Italia, specie l’alimentazione eccessiva e ricca di grassi, la sedentarietà e l’abuso di alcolici. «La sorveglianza con ecografia epatica semestrale delle persone a rischio (cioè con epatopatia cronica) consente la diagnosi di tumore del fegato in stadio precoce, con interventi potenzialmente guaritivi, e permette di migliorare la sopravvivenza – conclude Di Maio -. L’immunoterapia ha già dimostrato di essere efficace nello stadio metastatico, dove è diventata standard di cura. I risultati dello studio EMERALD-3 sono un esempio della possibilità di sperimentare l’impiego di trattamenti già dimostrati efficaci nella malattia avanzata anche in stadi più precoci, come accaduto in molti tipi di tumori».

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1 giugno 2026 ( modifica il 1 giugno 2026 | 15:19)