di
Luca Angelini

Mohammed bin Zayed, il presidente degli Emirati arabi uniti, è forse il più grande sconfitto della guerra tra Usa, Israele e Iran: detto «il Metternich del Golfo», da 15 anni aveva varato il cantiere per trasformare Abu Dhabi in un unicum mondiale. Ora quel cantiere è in frantumi

(Questo articolo è apparso sulla Rassegna stampa, la newsletter che il Corriere riserva ai suoi abbonati. Per riceverla occorre iscriversi a Il Punto, e lo si può fare qui

Quando finalmente si metterà la parola fine alla guerra nel Golfo, si discuterà su chi avrà vinto e chi avrà perso, fra Washington e Teheran. Ma, per cercare il grande sconfitto, forse bisognerà in realtà guardare ad Abu Dhabi. Perché Mohammed bin Zayed (o MbZ, come lo chiamano), presidente degli Emirati arabi uniti, ha visto andare in pezzi il sogno che stava coltivando da almeno una quindicina d’anni. Quello di fare del suo Paese una «Singapore araba», ma con assai più potere geopolitico rispetto a quella originaria (l’ex segretario Usa alla Difesa, James Mattis, era arrivato a paragonare gli Emirati a «Atene e Sparta allo stesso tempo»: uno Stato moderno, prospero e, al contempo, fortemente militarizzato).



















































A dirlo, in un’intervista-fiume a Le Grand Continent, è il giornalista occidentale che lo conosce meglio di tutti: Robert F. Worth, per anni corrispondente del New York Times da Beirut e poi collaboratore dell’Atlantic. «L’intera strategia di Mohammed bin Zayed – spiega Worth, che in passato è anche riuscito nell’impresa di intervistare MbZ, allergico alle luci della ribalta mediatica – si fondava su un’idea ben precisa: credeva di poter stabilizzare il Medio Oriente contrastando simultaneamente due forze che considerava letali per il suo Paese e per il Golfo: l’islam politico sunnita e l’espansione iraniana. Per oltre un decennio, la costruzione di un nuovo ordine regionale da lui ideata ebbe come unico scopo il contenimento di queste due forze. Questa struttura è ora sempre più fragile a causa della guerra in Iran, che rappresenta la peggiore minaccia che gli Emirati abbiano affrontato negli ultimi decenni, sia sul piano economico che militare».

La guerra in Iran, in diretta

Worth sottolinea alcune delle tappe che hanno forgiato le convinzioni geopolitiche di MbZ. La prima è stata l’attentato alle Torri Gemelle, nel 2001. «Quando scoprì che due emiratini erano tra i terroristi coinvolti, avviò una riorganizzazione sistematica dell’apparato di sicurezza: dal monitoraggio dei circuiti finanziari alla lotta contro le reti jihadiste, passando per la revisione dei programmi scolastici e l’emarginazione degli islamisti nell’amministrazione e nell’istruzione». È lì che l’allora quarantenne bin Zayed, pur educato in gioventù da un insegnante egiziano affiliato ai Fratelli Musulmani, rafforza la sua convinzione che le ambizioni politiche dei Fratelli Musulmani erano incompatibili con la sopravvivenza delle monarchie del Golfo e, di conseguenza, con quella della sua stessa famiglia.

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

Per questo motivo, l’altro punto di svolta sono le Primavere arabe. «Per comprendere la geopolitica di MbZ, bisogna tornare al 2011. All’epoca, interpretò la Primavera araba come l’inizio di un terribile collasso regionale – dice Worth -. La caduta dei regimi uno dopo l’altro, la vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani, la prosperità delle milizie jihadiste in Libia e Siria, l’emergere dello Stato Islamico insieme a reti legate a Teheran e la sua avanzata in Iraq e Yemen: tutti questi elementi furono interpretati da MbZ come i semi di un’unica crisi storica che minacciava direttamente il suo Paese.

Tutta la sua politica sarà quindi definita in reazione alla Primavera araba: questa è quella che io chiamo la controrivoluzione di MbZ».

Si potrebbe dire, visto che Worth chiama MbZ «il Metternich del Golfo», che la Primavera araba è stata per lui un po’ l’analogo della Primavera dei popoli del 1848 (e, prima ancora, delle guerre napoleoniche) per il diplomatico e cancelliere d’Austria. Non fosse che il presidente degli Emirati non ha in testa una restaurazione ma, appunto, una controrivoluzione. Che non è soltanto politica o economica, ma vorrebbe essere quasi antropologica. «È evidente che Mohammed bin Zayed desidera costruire un modello alternativo, in grado di competere con l’Islam politico. Il suo obiettivo è quello di creare un’autocrazia tecnologicamente avanzata, economicamente prospera e relativamente liberale dal punto di vista sociale. Per trasformare gli Emirati in una sorta di Singapore araba, ha riformato la burocrazia, sviluppato i settori non petroliferi, investito massicciamente nella tecnologia e ha cercato persino di trasformare la società emiratina stessa attraverso il servizio militare, la disciplina sociale e una forma di nazionalismo modernizzatore. (…) Mohammed bin Zayed non si limita a proteggere il suo regime; mira a creare un nuovo tipo di società araba. Crede che la ricchezza derivante dal petrolio abbia generato popolazioni passive, dipendenti e indisciplinate, vulnerabili alle ideologie religiose. Gran parte del suo progetto consiste quindi nel creare cittadini più resilienti, più nazionalisti, più militarizzati e più orientati all’efficienza. (…) Il suo potere possiede una dimensione quasi pedagogica: vuole trasformare i comportamenti stessi. Un ex diplomatico racconta che si prendeva gioco della stretta di mano degli emiratini, considerandola “debole” e incapace di stabilire un contatto visivo. Ha introdotto il jiu-jitsu nelle scuole, tenuto riunioni durante lunghe passeggiate, guida personalmente le sue auto, fa apparizioni a sorpresa nei ristoranti e pilota i propri elicotteri. Questo genere di aneddoti ha alimentato la sua reputazione di leader energico e imprevedibile, ben diverso dall’immagine tradizionale delle monarchie petrolifere».

In questo ha trovato un compagno di strada (e anche un emulo) nel principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Con le stesse contraddizioni fra modernizzazione e repressione: «Gli Emirati dedicano tempo ed energie considerevoli a presentarsi come modello di convivenza religiosa e culturale. Hanno persino creato un “Ministero della Tolleranza”. Anche il Louvre Abu Dhabi è diventato uno dei simboli di questa strategia: un museo universale dove l’arte europea, araba, indiana e cinese è presentata all’interno di un’unica narrazione di civiltà. Questa ostentazione di tolleranza è, ovviamente, profondamente politica. Mohammed bin Zayed vuole costruire un islam nazionale compatibile con il commercio globale, il turismo, la finanza internazionale e le ambizioni geopolitiche degli Emirati, che mirano a presentarsi come una società aperta, futuristica e multiculturale. Questa apertura si fonda su un controllo politico estremamente rigido: sorveglianza digitale, spionaggio e repressione degli islamisti, ma anche degli oppositori più laici. Le autorità ritengono che il minimo allentamento delle restrizioni potrebbe consentire all’Islam politico o all’influenza iraniana di infiltrarsi nel Paese. Anche le app di messaggistica presentate come moderni strumenti di comunicazione vengono in realtà utilizzate per la sorveglianza».

Il più grande successo di MbZ è stata la caduta, nel 2013, del governo Morsi, sostenuto dai Fratelli Musulmani, in Egitto Caduta alla quale ha contribuito in modo occulto ma, si dice, decisivo. E si può ben capire perché: «Si dice spesso che la notizia della caduta del Muro di Berlino, mentre era un agente del Kgb a Dresda, sia stata il momento cruciale che ha plasmato l’intera visione geopolitica di Vladimir Putin. Per MbZ, il caso egiziano rappresenta un trauma della stessa portata: quando Mohamed Morsi salì al potere nel 2012, ha pensato che i Fratelli Musulmani stessero prendendo il controllo del più grande Paese arabo e che, se avessero avuto successo in Egitto, avrebbero poi potuto espandersi in tutta la regione».

Caduto Morsi, MbZ si è convinto che i «piccoli» Emirati potessero assumere, grazie anche e soprattutto alle cospicue forniture di armi americane, un ruolo molto più «interventista» sullo scacchiere geopolitico («Abbiamo creato un piccolo Frankestein», fu il mea culpa, qualche anno fa, di Tamara Cofman Wittes, ex funzionaria del Dipartimento di Stato Usa). E sono arrivati l’intervenuto in Libia al fianco del maresciallo Haftar, la guerra in Yemen contro gli Houthi, il contrasto agli islamisti di al-Shabaab in Somalia, l’embargo contro il Qatar, il sostegno ai ribelli di Hemedti in Sudan. Sempre con la stessa parola d’ordine: impedire l’insediamento permanente di forze islamiste o filo-iraniane nel mondo arabo perché «per lui, i Fratelli Musulmani, i partiti islamisti e i gruppi jihadisti perseguono tutti, in modi diversi, lo stesso obiettivo: sostituire lo Stato moderno con un ordine politico religioso».

In questa chiave va letta (tanto più dopo il sostegno di Obama alle Primavere arabe) anche la sua stretta alleanza con Israele, fino al convinto appoggio agli Accordi di Abramo. E, di converso, si capisce perché l’Iran dopo l’attacco americano-israeliano, abbia scagliato più missili contro gli Emirati che contro Israele.

MbZ non ha comunque potuto godersi a lungo la caduta di Morsi in Egitto. Presto sono arrivate le delusioni. La prima è stata scoprire che Barack Obama aveva deciso, senza nemmeno consultarlo (si dice che l’abbia scoperto guardando la Cnn), di scendere a patti con il regime iraniano, cercando e trovando un accordo sul nucleare. La seconda, la disastrosa campagna militare contro gli Houthi dello Yemen, iniziata nel 2015. MbZ era convinto che, grazie all’alleanza con l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, la guerra sarebbe stata questione di giorni o settimane. E, invece, dopo anni di distruzioni, orrori e carestie, gli Houthi, alleati dell’odiato Iran, sono ancora una spina nel fianco. (E anche il rapporto con MbS non è più così idilliaco: «I due Paesi sono sempre più in competizione economica, poiché MbS cerca di trasformare Riad e altre città in centri di investimento, sul modello di Dubai e Abu Dhabi. L’obiettivo è persino quello di attrarre alcune aziende internazionali che attualmente si trovano negli Emirati. MbS sembra inoltre nutrire risentimento nei confronti degli Emirati per il loro crescente ruolo militare nella regione»).

Niente, però, in confronto al disastro della guerra all’Iran scoppiata il 28 febbraio, decisa da un altro presidente americano, di nuovo senza consultarlo. «Il progetto controrivoluzionario di MbZ – dice ancora Worth – si fondava su un equilibrio molto delicato: contenere l’Iran senza provocare una guerra totale; combattere gli islamisti senza causare il collasso degli Stati in cui erano riusciti a radicarsi; costruire una potenza regionale autonoma pur rimanendo protetta dagli Stati Uniti. Dopo il blocco dello Stretto di Hormuz e i missili iraniani contro gli Emirati, questo equilibrio sta diventando sempre più difficile da mantenere. A questo proposito, Mohammed bin Zayed ha di fronte un paradosso piuttosto amaro: lui che ha trascorso dieci anni a militarizzare la regione per impedirne il collasso, ora si ritrova su una polveriera». E con un’immagine di sicurezza «alla Singapore» probabilmente andata in pezzi per sempre, anche a conflitto concluso.

La guerra all’Iran, comunque si concluda, dimostra per Worth in modo evidente una falla nel modo di vedere di MbZ: «Per lui, il Medio Oriente è un problema puramente di ingegneria della sicurezza, risolvibile attraverso la tecnologia e le armi. Tuttavia, i conflitti regionali stanno diventando rapidamente molto più incontrollabili di quanto previsto». 

2 giugno 2026 ( modifica il 2 giugno 2026 | 15:19)