di
Giovanni Cortesi e Giampiero Rossi
Gli operai raccontano il caporalato nella costruzione della rappresentanza diplomatica: «A pranzo mangiavamo pesce marcio, guadagnavamo 1,43 euro l’ora»
«La preghiamo di far rientro nel suo Paese d’origine senza indugio». La lettera che comunica la fine del rapporto di lavoro usa questa formula, garbata ma brutale. Ma, nei fatti, il licenziamento è stato ancora più brusco: «Siamo arrivati in cantiere e ci hanno detto che non avevano più bisogno di noi e che entro due giorni dovevamo lasciare la casa».
Adesso sono lì, nei pressi di uno dei due residence in cui li aveva sistemati l’azienda e dove non possono più abitare. Alcuni dormono nei parchi, altri hanno trovato ospitalità. Sono quattro kenioti e due indiani, tra i 29 e i 51 anni, accomunati dal lavoro per la Caddell nel cantiere per la nuova sede milanese del Consolato Usa. I quattro kenioti, in precedenza, avevano lavorato per la Caddell anche per l’ambasciata americana a Nairobi, in condizioni di lavoro molto simili.
Non esitano a raccontare, mostrano documenti, buste paga, badge di accesso all’area dei lavori, ma chiedono di non comparire con nomi e volti, perché sono spaventati dalle possibili conseguenze. Però, nel loro inglese, descrivono le condizioni imposte nel cantiere, che ieri era operativo, ma molto meno popolato del solito, come raccontano i testimoni della zona. «Lavoravamo sei giorni a settimana 12 ore al giorno, con una pausa pranzo di un’ora. Se saltavamo un solo giorno, non ci pagavano per i tre successivi e se qualcuno non si presentava al lavoro per tre giorni la sanzione era il rimpatrio».
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Le voci si accavallano e aggiungono dettagli, sempre con la stessa premessa: niente nomi. «A pranzo mangiavamo quello che ci eravamo preparati noi, perché il cibo là è terribile: pesce scaduto che puzza, riso non cotto, insalata orribile, pane durissimo». E poi per ogni pasto venivano detratti 6 euro dallo stipendio, l’equivalente di quasi cinque ore di lavoro. Perché, a conti fatti, la retribuzione oscillava tra 1,43 e 1,80 euro l’ora. Ma poi le buste paga venivano compilate in modo da apparire regolari. «Alle sei del mattino passava un bus per portarci al cantiere, chi lo perdeva rischiava una multa di tre giorni di paga. E poi i turchi ci minacciavano, se sul cantiere scambiavamo due chiacchiere». Perché, spiegano, i superiori sono quasi tutti turchi. I lavoratori erano di diverse nazionalità: in prevalenza indiani — circa 500 — una quarantina di kenioti e una minoranza di turchi e romeni. E i contratti erano diversificati proprio in base alla provenienza: «I turchi hanno un trattamento diverso, il loro capo li paga bene e non hanno problemi». E lo stesso vale per gli italiani, che «lavorano dalle 8 alle 16 e stanno a casa sia il sabato che la domenica».
Al pomeriggio, ritorno con lo stesso bus verso i rispettivi residence, a Pieve Emanuele e a Garbagnate. Per turchi e romeni sistemazione in monolocali da dividere in due e compresi nella retribuzione, gli altri dovevano starci in tre e pagare 510 euro al mese ciascuno. «E durante la giornata libera eravamo controllati anche nel residence, perché non volevano che parlassimo con gli italiani, che qualcuno potesse denunciare». Anche adesso che il velo è stato sollevato, loro continuano a essere molto impauriti. Intanto sindacati di categoria, Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil hanno convocato per domani alle 9 un presidio di solidarietà di due ore in via Achille Papa 22B, cioè proprio davanti al cantiere del nuovo consolato statunitense.
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2 giugno 2026 ( modifica il 2 giugno 2026 | 15:54)
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