Nel 2018 la semifinale del campione siciliano al Roland Garros ha aperto una nuova era: da lì in poi i trionfi Slam, la Davis e il n.1di Jannik Sinner
Miracolo italiano. È il 5 giugno 2018, il martedì che cambia la storia del nostro tennis. Sul Centrale del Roland Garros Marco Cecchinato, numero 72 del mondo, che prima del torneo non aveva mai vinto una partita in uno dei quattro tornei maggiori, batte in quattro set Novak Djokovic (sceso al n.22 del mondo dopo l’infortunio al gomito destro) e conquista la semifinale, risultato che in un Major ci mancava da quarant’anni. È il clic che serve per una rivoluzione che sta già maturando: il fermento aveva solo bisogno del lievito di un grande risultato. E adesso che otto anni dopo il movimento tricolore conquista un altro record, portando per la prima volta tre giocatori ai quarti di uno Slam, alla domanda su quale sia stato il momento di svolta, i nostri campioni impegnati oggi risponderebbero, come del resto è già accaduto, all’unisono: quel successo del Ceck. Perché se ci era riuscito lui, allora non era vero che noi italiani dovevamo essere condannati per sempre a restare fuori dalla porta. Consapevolezza e fiducia diventarono finalmente le dolci parole d’ordine che accompagnavano la rinascita.
la prima volta—
Era già accaduto che il tennis tricolore uscisse finalmente dai circoli, svestisse l’abito di sport delle classi più agiate e diventasse un fenomeno di massa. È il 1976, Panatta vince gli Internazionali, poi il Roland Garros e a fine anno trascina l’Italia a quello che fino al 2023 rimaneva l’unico trionfo azzurro in Coppa Davis. Lui e i compagni Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli sono le nuove star dei rotocalchi e in quei giorni tutti i bambini chiedono ai genitori di avere una racchetta in regalo. Ma il movimento italiano non possiede la forza economica, le strutture e l’organizzazione per cavalcare il boom e sfruttare l’onda lunga di quella popolarità e di quei successi. Appena 25 anni dopo, nel 2001, la nazionale italiana è retrocessa in serie B (e due anni dopo finiremo addirittura in C), gli Internazionali d’Italia, il nostro torneo più prestigioso, rischiano il declassamento se non addirittura il trasferimento all’estero e al 31 dicembre il miglior azzurro in classifica è Andrea Gaudenzi, n.54. Un quadro di macerie che richiede un sovvertimento totale. A incarnarlo arriva, alle elezioni federali di quell’anno, un ex giocatore poi dirigente d’industria, Angelo Binaghi. Da presidente neoeletto, sono due i punti fermi del programma: da un lato, salvare gli Internazionali, vetrina in grado di creare fatturato e attirare investimenti; dall’altro, creare una struttura tecnica che possa alimentare con continuità giocatori di livello tra gli uomini (le donne vincono due Slam e 4 Fed Cup, nel frattempo), perché se è vero che il fuoriclasse è mandato dal cielo, la base si può decisamente costruire. Dopo l’exploit di Cecchinato, la vittoria di Fognini a Montecarlo nel 2019 — il primo Masters 1000 di un azzurro — è il detonatore che accende la miccia e ispira i Berrettini, i Sinner e i Musetti che stanno muovendo i primi passi verso la gloria. Nel 2021 Matteo raggiunge una storica finale a Wimbledon, un traguardo che per 144 anni ci era sembrato un’utopia irrealizzabile; nel 2023 Jannik ci trascina al secondo trionfo in Davis dopo quello del 1976 annullando tre match point a Djokovic in semifinale e sull’abbrivio, meno di due mesi dopo, in Australia riporta a casa uno Slam, impresa che tra gli uomini non ci riusciva da 47 anni. La rivoluzione è compiuta, con l’apoteosi del n.1 della classifica raggiunto da Sinner nel giugno 2024, perché produrre il più forte giocatore del mondo è il compimento di un percorso tecnico ed emozionale. Fino al 2025, l’anno del primo Wimbledon, sempre con Jannik: l’erba dell’immortalità italiana.