di
Paola Stroppiana

La vettura guidata da Norma Desmond nel capolavoro di Billy Wilder è oggi conservata al Museo Nazionale dell’Automobile di Torino. Un viaggio straordinario tra lusso, politica e Hollywood. Ma sedusse molte celebrità

«Abbiamo un’auto. Non una di quelle robacce cromate tenute assieme con lo sputo, ma un’Isotta Fraschini. Mai sentito parlare dell’Isotta Fraschini? Tutta fatta a mano. Mi è costata ventottomila dollari», dice una indimenticabile Gloria Swanson a William Holden in Sunset Boulevard, il capolavoro di Billy Wilder del 1950, pietra miliare del cinema di tutti i tempi: un noir sontuoso, ritratto ironico e dolente del mondo della settima arte e dei suoi spietati meccanismi. Questa stessa automobile la ritroviamo al Museo Nazionale dell’Automobile di Torino nella collezione permanente. 

Non un modello simile: proprio lei. Si tratta dell’Isotta Fraschini 8A Landaulet de Ville del 1929. Le iniziali «ND» di Norma Desmond, la diva del muto interpretata dalla Swanson che ambisce a un grandioso ritorno sulle scene (e ci riuscirà, in qualche modo) sono ancora incise sulle portiere posteriori: la sua storia, prima e dopo il set, è, se possibile, ancora più leggendaria del film che l’ha resa immortale.



















































Isotta Fraschini, inteso come marchio, affonda le sue radici nella Milano del 1900, quando Cesare Isotta e i tre fratelli Fraschini — Antonio, Oreste e Vincenzo — fondano una piccola officina dedita al rimessaggio e alla vendita di vetture estere. Il salto di qualità avviene nel 1903, quando l’azienda costruisce «un autovettura leggera» con il suo motore; la sezione motoristica vedrà numerose applicazioni in campo industriale, navale e aereonautico. In ambito automobilistico il successo è dirompente. Le Isotta Fraschini si trasformarono dapprima in vetture sportive d’avanguardia, in grado di affermarsi in prestigiose competizioni sportive, quindi in autentiche supercar ante litteram: automobili sfarzose, destinate a regnanti e capitani d’industria. 

Persino un pontefice, Papa Pio XI, la ricevette in dono dal Reale Automobile Club d’Italia di Milano. Del modello 8A (un motore a otto cilindri in linea) uscirono dalle officine 950 esemplari: automobili dal costo già imponente per il solo chassis, capaci di superare le 180.000 lire con l’esclusiva carrozzeria «landaulet», che prevedeva anche la presenza di un autista; per fare un paragone le macchine più costose del tempo si aggiravano sulle 80.000 lire. Ciascun esemplare era un unicum: la casa produttrice forniva il telaio-motore, mentre la carrozzeria era costruita da case specializzate (come Castagna o gli Stabilimenti Farina) secondo i desiderata dei clienti. Era l’emblema stesso del lusso tra le due guerre, destinato all’élite internazionale, amato da aristocratici e protagonisti del jet-set di tutto il mondo.

Proprio l’8A fu l’ultima automobile di Gabriele d’Annunzio, la preferita di Rodolfo Valentino (ne aveva addirittura due) e dello Zar di Russia: uno status symbol e manifesto di potenza anche per le dimensioni, un oggetto di desiderio assoluto. Dopo varie vicissitudini — fino al fallimento nel 1949 — oggi il marchio Isotta Fraschini Motori Spa appartiene alla Fincantieri per la produzione di motori navali e industriali (con sede a Bari). Il marchio auto, pur senza perdere la sua allure sofisticata nell’immaginario comune (anche Ugo Tognazzi in Amici Miei Atto II del 1982 la cita col rimpianto di un antico fasto: «Quando i Conti Mascetti andavano in giro con l’Isotta Fraschini, lo chauffeur, il maggiordomo e un orso bruno al guinzaglio!») ha visto alterne fortune e solo in anni recenti è stato rilevato da un consorzio di imprenditori milanesi. 

Nella pellicola di Wilder l’Isotta non è un semplice oggetto di scena, ma addirittura un pretesto narrativo, se non un personaggio. È la vettura e non l’attrice a catalizzare l’attenzione dei responsabili della Paramount che la cercano con insistenza al telefono: mentre Norma si abbandona alla consolante fantasia di essere nuovamente richiesta dagli studios, ciò che realmente desiderano è soltanto l’automobile italiana, necessaria per esigenze di scena, e già all’epoca considerata una reliquia vintage, bella ma totalmente inattuale. «Andate via!» ringhia ai trovarobe incuriositi — che vorrebbero salirci — Eric von Stroheim, nel film ex marito della diva, grande regista e suo antico scopritore, ridotto a farle da autista e maggiordomo pur di starle vicino.

Ma come è arrivata l’Isotta in California e da lì fino a Torino? La vettura era stata donata da Vittorio Emanuele III, su insistenza di Mussolini, interessato ad approfondire i rapporti con il Centro e Sudamerica, ad Arturo Araujo, dal 1931 presidente del San Salvador. La storia successiva è stata ricostruita grazie alla testimonianza di Thomas Peterson, discendente per via materna della famiglia Araujo, che nel 2013 ha scritto al Centro di Documentazione del museo una lunga lettera. La sua antenata Dora Morton — futura signora Araujo — era una ragazza inglese brillante, ambiziosa e ostinata; ebbe una relazione con Arturo quando questi studiava nel Regno Unito e pretese che il giovane la sposasse, minacciando uno scandalo per la famiglia. 

Dopo i primi tempi la nuova first lady non aveva alcuna intenzione di vivere nel «provinciale» Salvador: ottenne di tornare a Londra portando con sé l’Isotta di Stato e un autista personale. Poco tempo dopo il marito la richiamò in patria e decise di liberarsi dell’auto: la mise in palio in una lotteria benefica, ma il vincitore non ci pensò nemmeno a ritirarla. L’auto fu spedita negli Stati Uniti alla sorella di Arturo, residente a Los Angeles. Anche lei, però, non sapeva come gestire un colosso che richiedeva un autista, un garage e grandi mezzi. L’Isotta venne messa in vendita: era l’inizio degli anni ’30 e a comprarla fu la Paramount Pictures, che poi la cedette alla Pacific Auto Rental, la più importante agenzia hollywoodiana per il noleggio di auto d’epoca. 

Per Sunset Boulevard la vettura fu restaurata e trasformata, gli interni rivestiti in tessuto leopardato, dotata persino di un telefono placcato oro. Negli anni Settanta la Pacific Auto Rental iniziò a dismettere parte del proprio parco auto e nel 1972 tre collezionisti torinesi la acquistarono per il Museo dell’Automobile, riportandola in patria: la restaurarono con cura filologica, lasciando sulle portiere il citato monogramma «ND».
Così l’Isotta, dopo aver percorso il Centro America, Londra e gli Stati Uniti, aver goduto dell’attenzione di capi di Stato e i riflettori di Hollywood, ha ritrovato il suo posto al sole in Italia, prezioso pezzo unico che gode ancora dell’apprezzamento del pubblico in visita al Mauto. Una parabola degna di una vera diva. 


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4 giugno 2026 ( modifica il 4 giugno 2026 | 11:27)