Prima cosa: fatevi questa iniezione di spoiler così poi non rompete a me:
Io onestamente una scena d’apertura di 60 minuti non l’avevo mai vista. E se è per questo non avevo nemmeno mai visto, se non nei film della Asylum, una scena iniziale d’azione in cui il protagonista già incontra il mostro. Comunque di certo non avevo mai visto una scena iniziale d’azione di 60 minuti in cui il protagonista incontra già il mostro, fondata per almeno il 70% sul fatto che il protagonista questo mostro non lo trovi ed è questo ciò che crea l’azione! Hope è il film più costoso della storia della Corea del Sud, e anche il film coreano che più ricorda quelli di Steven Spielberg. Pensato su un’idea di intrattenimento molto più ampia di quella solita, e capace di tenere insieme cose diverse così tecnicamente ardite da fare spavento.
È ovviamente la tecnica a far sprofondare nella poltrona in quei primi 60 minuti: una tecnica del cinema che non è solo il camerawork o il montaggio, ma comprende capacità eccezionali di scrittura, raffinate idee visive e mostruosa organizzazione del set. Un poliziotto viene chiamato perché c’è una mucca morta. Siamo in campagna, è mattina presto. Questa mucca morta è dilaniata da artigli che non si capisce cosa possa aver causato. Dopo un po’ di discussione si sentono degli spari di fucile lontani. Sta succedendo qualcosa di grave, il poliziotto monta in auto con il suo di fucile e inizia la caccia. Ci sono esplosioni, palazzi sventrati, gente maciullata, auto lanciate, tombini che volano… Ma del mostro nessuna traccia. Tutti lo vedono, gli sparano e lo combattono ma il poliziotto (e noi con lui) non riesce a entrare in azione.
Premio: miglior immagine che riassume un film intero di quest’anno
Quella cosa che costituisce l’attrattiva dei film di mostri è rimandata un numero di volte che dovremmo ritenere inaccettabile: vedere la minaccia. Rimandando di continuo la soddisfazione di scoprire cos’è che fa tutto questo, Hope rimanda proprio l’inizio del film, come se non volesse mai davvero iniziare e in realtà nel fare questo stia iniziando. Questa lunghissima preparazione capiamo essere il film stesso.
Come già era successo nell’eccezionale Goksung, in cui una sequenza di esorcismo è allargata fino a durare mezz’ora senza che sia noiosa, anzi, qui una sequenza che altrove durerebbe qualche minuto è allargata fino a durare più di mezz’ora. L’eroe (che poi scopriremo non essere proprio eroico) deve fare quello che tutte le sceneggiature prevedono: entrare in azione. E non ci riesce. Lo vorrebbe tantissimo, ma arriva sempre un minuto in ritardo, il mostro è già altrove e sta facendo altri danni. In questa corsa a perdifiato piena di tensione, incontra personaggi fenomenali. Siamo in una zona vicino al confine con la Corea del Nord, tutti sono altamente armati. Un contadino ha arco e frecce e ha visto il mostro, la sua descrizione è eccezionale per vaghezza. C’è un camioncino pieno di gente armata che gli dà un passaggio, si siede accanto a una vecchina che carica i caricatori di proiettili come di solito si snocciolano i piselli. Ma cade e perde anche questa occasione.
SPOILER: non è nemmeno lì dentro
È il territorio del western, lo sceriffo con gli stivali e il fucile che pattuglia la sua cittadina, solo che fallisce anche comicamente. A un certo punto lo troverà e partirà un inseguimento al contrario che riesce nell’impresa di essere all’altezza di tutto l’hype creato e della tensione maturata. Na Hong-jin sembra non sapere fare azione senza tantissimi personaggi, concepisce la tensione e il ritmo non come l’alternanza di stasi e dinamismo, ma come la somma di più dialoghi, intenzioni di personaggi diversi, e cose che vanno avanti contemporaneamente. Così quando finalmente l’eroe può entrare in azione arriva un’altra poliziotta, con un atteggiamento e un carattere fenomenali, a fare il grosso del lavoro.
Finiti questi primi 60 minuti ci si sente svuotati come quando in Mad Max: Fury Road dopo la tempesta di sabbia si spegne il bengala lasciando tutto buio e per un attimo si ferma il ritmo incessante dell’azione.
Una rappresentazione drammatizzata di io alla fine di quei primi 60 minuti
Questo film intitolato Hope, è stato in concorso al festival di Cannes, nel tempio del cinema con gli occhiali, perché i maglioni a collo alto sanno riconoscere quando stanno vedendo una cosa che sposta in avanti di un po’ cosa è possibile fare con i film.
Il cinema coreano non ha problemi con le narrazioni piene di personaggi e sottotrame, e così finita questa prima scena veniamo introdotti alle molte storie contemporanee che si svolgono, in una fase più di dialogo, in cui viene spiegato qualcosa ma nella quale c’è anche il momento più esilarante di tutto il film: una sequenza comica che non stonerebbe in un film di Stephen Chow. Nel curare i feriti della devastazione portata dal mostro si scopre che uno di questi, la sera prima in una battuta di caccia, ha visto questi mostri, e quindi ce ne sono altri. Il suo è un racconto atterrito, pieno di tensione, rievocato con voce austera da “vecchio che conosce la maledizione e ammonisce gli altri”, ma anche con una serie di dettagli inutili sul fatto che aveva mangiato pesante e ha visto i mostri mentre si era appartato nel bosco per defecare.
È questa una delle molte maniere in cui Hope dimostra di aver imparato tantissimo da Spielberg, innanzitutto a livello di scrittura: mette l’umorismo nella tensione, stempera di continuo, allarga il suo pubblico e concepisce l’azione come qualcosa di divertente per davvero, che racconta l’assurdità umana mentre questa è minacciata.
Non finisce qui, chiaramente. Dopo questa fase arriva quella più discussa, almeno se vi siete interessati alla prima ricezione festivaliera del film. La terza parte comincia a imbastire una mitologia, mostra più mostri (che poi sono alieni, lo scopriamo dal trailer quindi stiamo calmissimi, non c’è spoiler) e insieme agli altri mostri fa vedere anche qualche limite. Ora. Liberissimi tutti di infastidirsi perché il design delle creature in computer grafica è scadente. Perché è vero. Sembra la computer grafica del cinema medio del 2007. E cosa molto più grave non solo sono fatti male, ma è da quattro soldi anche il design. La copia della copia della copia. Va bene non avere le risorse tecniche, ma è ingiustificabile non avere quelle creative.
Se ne avete bisogno quindi I 400 calci vi rilasceranno un piccolo lasciapassare che vi autorizza a parlare male del film e dire che “eh ma allora qui cade tutto, ma che cos’è? Ma insomma, uno schifo!”. Va bene. Se davvero vi preme più quello che le cose fuori dal mondo che Hope fa noi non vi giudicheremo (cioè sì vi giudichiamo eccome, solo lo facciamo alle vostre spalle come tutte le persone per bene).
Allegoria del mondo in attesa dell’uscita di Hope
Sappiate però che proprio quando monta la disaffezione per tutta questa computer grafica insufficiente e questa terribile mancanza di creatività, parte l’ultima lunghissima scena d’azione. Anche qui è una scena sola dilatata da morire, giocata tra 2-3 location diverse con un inseguimento auto/mostro/cavallo che io non ho capito come è possibile che sia stato girato. Onestamente, non mi tornano alcune cose, dovrei vederlo e non garantisco che riuscirei a risalire alle dinamiche di set. È una scena classica, con il mostro sempre lì lì per agguantare i personaggi, ma con cinque persone in scena che parlano continuamente sovrapponendosi, con grida: uno scemo del villaggio alla guida, gente armata fino ai denti, un unlikely hero che per me è il vero eroe del film, e soprattutto un’idea di cinema come saturazione visiva e sensoriale che asfalta ogni critica.
Hope non ha bisogno di difesa perché è un film clamoroso, ma lo stesso qui si difende a spada tratta questa idea di cinema: il fatto che si possa mettere il massimo della scrittura al servizio del massimo dell’azione, e fare cinema sperimentale (questo è, alla fine) creando qualcosa di mai visto prima, irreplicabile per definizione.
Festival quote:
“Il primo film di una saga che non sarà mai all’altezza del suo primo film”
Jackie Lang, i400calci.com

