Di retrospettive dedicate a Marisa Merz ce ne sono state diverse negli anni, ospitate presso le più prestigiose istituzioni pubbliche e private al mondo, a partire dalla prima grande antologica americana “The Sky Is a Great Space”, allestita nel 2017 al Metropolitan Museum of Art di New York e all’Hammer Museum di Los Angeles. Ma quella che si aprirà il 29 ottobre prossimo al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, alla Galleria d’Arte Moderna di Torino e alla Fondazione Merz (sarà visitabile fino al 4 aprile 2027) «è una retrospettiva senza precedenti e difficilmente replicabile nella sua completezza e profondità» assicurano gli organizzatori. È “La danza delle ore”, una mostra in tre atti, un progetto corale realizzato grazie al sostegno della Fondazione Crt in occasione dei cento anni dalla nascita di Maria Luisa Truccato, in arte Marisa Merz.
Un team curatoriale formato da Chiara Bertola, Sébastien Delot, Francesco Manacorda, Beatrice Merz, Chiara Parisi, Marianna Vecellio (due per ciascuna sede espositiva) affronta, attraverso sculture, installazioni, disegni, diversi aspetti di questa protagonista dell’Arte Povera, scoperta dal famoso gallerista Gian Enzo Sperone che, affascinato dalle sue Living Sculptures, la lanciò ospitando nel 1967 nella sua galleria la prima personale dell’artista torinese.
Il capitolo rivolese della mostra pone l’accento, spiegano i suoi curatori, il direttore Manacorda e Vecellio, «sulla dimensione ambientale della pratica di Marisa Merz, dando vita a un racconto polifonico che parla del cielo e del volo, di universi paralleli e della sfera lunare, spirituale, nonché femminile».
E lo fa a partire dall’installazione nella Manica Lunga al terzo piano del Museo de “E il naufragar m’è dolce in questo mare”, importante progetto che Marisa presentò nel 1980 alla galleria torinese Tucci Russo per poi replicarla lo stesso anno alla Biennale di Venezia. In esposizione anche opere di artiste che si ispirano alla visione della Merz. Sperimentazione e inediti sono, invece, i temi proposti alla Fondazione Merz da Beatrice Merz e Délot, così da svelare il lato più inatteso della ricerca dell’artista. Alla Gam, infine, il capitolo «più intimo, capace di evocare la dimensione domestica» nelle parole delle curatrici, la direttrice Bertola e Chiara Parisi. Inoltre, nella Galleria di via Magenta, in occasione della mostra ritorna fruibile, dopo un restauro a cura del Centro di Conservazione e Restauro di Venaria, l’opera “Living Sculpture” del 1966, appartenente alle collezioni della Gam. La scultura è realizzata con lamierini tagliati a strisce e assemblati con una cucitrice a punti metallici, materiali duttili e malleabili molto amati dall’artista che si avvaleva anche di tecniche legate al mondo femminile, come il lavoro a maglia.