di Valeria Vignale

L’attore, a sorpresa Palma d’oro alla Carriera a Cannes, debutta alla regia con “Volo notturno per Los Angeles”, da venerdì su Apple TV. «Il sogno di volare è nato quando avevo 4 o 5 anni e non l’ho più lasciato», racconta. La co-protagonista è la figlia Ella: «Ho cercato inquadrature per presentarla al mondo come si sarebbe fatto con Audrey Hepburn, Liz Taylor o Grace Kelly»

Non è da tutti restare bambini a 72 anni. «E io lo sono ancora» ride lui. John Travolta è tornato all’infanzia con un film, il suo sorprendente debutto alla regia presentato in anteprima al Festival di Cannes: Volo notturno per Los Angeles, in streaming dal 29 maggio su Apple Tv, è una fiaba per tutte le età ambientata in un 1962 ricostruito con ironia, citazioni cinematografiche e dettagli vintage. Racconta l’emozione di un ragazzino appassionato di aerei, Jeff nella finzione, lui nella vita, al suo primo viaggio attraverso l’America: «Mangiare un hot dog a 900 chilometri orari: cosa c’è di più bello?» dice il protagonista. «Il sogno di volare è iniziato quando avevo 4 o 5 anni» racconta l’attore, che a Cannes ha ricevuto a sorpresa una Palma d’onore tra gli applausi al ritmo di Saturday Night Fever. 

«Sono cresciuto nel New Jersey, vicino all’aeroporto di Newark. I velivoli decollavano passando a 600 metri sopra il tetto di casa. Potevo vedere la scritta della compagnia, guardare le lucine di notte, fantasticare chi fossero e dove andassero i passeggeri». A 16 anni, già coinvolto in balli e musical scolastici, John usa i guadagni dei suoi primi lavoretti per prendere lezioni da pilota. A 22, un anno prima de La febbre del sabato sera, ottiene la prima di una quindicina di licenze. Ed è guidando il suo jet privato, 50 anni e oltre 100 film dopo, che è arrivato a Cannes per raccontare la sua prima, vera febbre in una storia che ne racchiude altre. 



















































Volo notturno per Los Angeles è la favola iniziale, seppure romanzata, del volto pop di Grease diventato icona di un cult come Pulp Fiction di Quentin Tarantino (Palma d’oro nel 1994). Un ragazzo dalle mille arti a cominciare da quella di saper rinascere. Cantante, ballerino, ora anche scrittore, produttore e regista di un progetto personale e famigliare. Terapeutico, anche. Dedicato al figlio Jett, scomparso nel 2009 per una caduta durante una crisi epilettica, e alla moglie Kelly Preston, mancata nel 2020 per un tumore. Ha voluto sul set tre dei cinque fratelli (Ann, Sam e Joey Travolta) ed è stata un’altra di loro, Ellen, a trovare il protagonista Clark Shotwell, che sembra lui in miniatura. 

«Sono l’ultimo di sei figli molto legati, nella tradizione italo-americana del papà e quella irlandese di mamma. Siamo cresciuti nell’amore per il teatro e il cinema: mia madre insegnava arte drammatica». Ma soprattutto il film è un lancio mondiale per la figlia Ella Bleu, 26 anni, attrice già a 9 in Daddy Sitter accanto ai genitori, qui nel ruolo della hostess bella e gentile che affascina il piccolo Jeff. E inorgoglisce papà Travolta: «Sarò di parte ma sono convinto che sia nata una stella. Ho cercato inquadrature per presentarla al mondo come si sarebbe fatto con Audrey Hepburn, Liz Taylor o Grace Kelly».

Arrivano insieme all’appuntamento per l’intervista. Lui sempre con il basco, bianco sullo smoking per il red carpet, ora marrone. Lei chic e disinvolta, senza timidezze da figlia d’arte al debutto sulla Croisette. «Ella ha girato il mondo con me, sugli aerei privati dove ho voluto ricreare l’atmosfera e gli arredi di un tempo» dice lui. «Adoro questo film perché mostra il fascino romantico degli anni Sessanta, quando ci si vestiva eleganti perché il viaggio era un evento, che papà mi ha fatto rivivere» racconta lei, poi lascia la parola all’attore-regista. Era il 1997 quando Travolta ha scritto Propeller One-Way Night Coach, il racconto ora portato sullo schermo e narrato dalla sua voce fuori campo. Il film vede Jeff in volo verso Hollywood dove la madre single spera di trovare spasimanti e ruoli da attrice (Kelly Eviston-Quinnett). I due viaggiano di notte facendo molti scali e incontri buffi, e tutto viene raccontato con gli occhi della meraviglia infantile.

Il suo libro risale a oltre trent’anni fa. Lo aveva scritto prima ancora di girare «Pulp Fiction»?
«Sì, negli anni in cui ero protagonista di Senti chi parla e della saga che ne era seguita, un successo in tutto il mondo. Una notte ero chiuso in un hotel del Maine per il maltempo, dovevo aspettare le 6 del mattino per poter ripartire con il mio aereo, e non riuscivo a dormire. Vagavo nelle memorie d’infanzia, quelle del primo viaggio che ricordavo vividamente, finché ho immaginato questa storia che mescola verità e finzione, tra la mia passione per gli aerei e varie persone che ho conosciuto. Quando sono tornato a casa, mi sono messo alla macchina da scrivere: così è nato il racconto di 50 pagine».

Pensava già di farne un film?
«Sì, ma ho aspettato il momento di poterlo girare e produrre io stesso: volevo che ci fossero i miei ricordi, i dettagli dell’epoca, tutto quello che mi emozionava da bambino e mi ha portato a diventare un pilota. Ho anche lavorato per alcune compagnie aeree».

La madre di Jeff è una single smaliziata, alla quale il figlio fa notare in modo buffo le pecche degli uomini che la corteggiano. C’è anche qualcosa della sua, di madre, in questa figura?
«Il personaggio di Helen è nato dalla combinazione di più persone: mia madre, una delle mie sorelle ma anche le loro amiche più scatenate, quelle che, a differenza loro, si lanciavano in avventure con gli uomini. Mia madre non era quel tipo di donna. Era elegante, colta e di buone maniere e, come la Helen del film, apprezzava le persone che si esprimono bene e senza accento, aveva senso nella recitazione ma nella vita quotidiana tradiva la mancanza di un’istruzione come si deve. Aveva molto gusto ma, visto che i soldi mancavano, comprava abiti di Chanel e Dior usati, smessi dai ricchi, venduti nel seminterrato della chiesa. Perfino io a 11 o 12 anni ho avuto un completo di Dior di seconda mano, acquistato per 10 dollari. E così avevamo molto stile, noi Travolta, e anche per salire in aereo ci vestivamo di tutto punto».

In Volo notturno per Los Angeles c’è tutta la sua famiglia, anche le persone care che sono mancate. L’ha dedicato a suo figlio Jett e sua moglie Kelly. Un modo per averli accanto anche in questa nuova fase della vita?
«Certo, ho voluto ci fossero tutti quelli che mi hanno ispirato e sostenuto nella vita: senza il loro appoggio non avrei potuto realizzare i miei sogni, anche se ero molto determinato e avevo un’idea chiara di ciò che volevo».

Non ha avuto timori a debuttare come regista e produttore?
«Le cose che mi appassionano non mi hanno mai fatto paura. In 55 anni di carriera ho visto realizzare film di tutti i tipi, fantastici, buoni o mediocri, e so bene quello che funziona. Girare questo film è stato estenuante, più che difficile. Ho passato notti insonni perché io e il produttore Jason Berger dovevamo parlare da remoto con i collaboratori sparpagliati per il mondo, in fusi orari diversi».

Il suo film è anche un omaggio, pieno di citazioni, alla Hollywood degli anni d’oro.
«Sì, al cinema quanto all’aviazione. Dei 32 pezzi musicali che ho usato, metà sono colonne sonore di classici, da Colazione da Tiffany di Blake Edwards a Un uomo, una donna di Claude Lelouch».

Il cinema italiano, viste le sue origini, non è tra i suoi riferimenti?
«Certo. Ho amato soprattutto i film di Fellini, i suoi personaggi eccentrici. Ed è a lui che ho pensato immaginando l’uomo alto tre metri nel quale si imbatte il protagonista. Ho ammirato Sophia Loren, e pure scoperto di essere uno dei suoi attori preferiti. Lo ha detto a una cena, in occasione di un premio, dopo aver passato la serata seduta vicino a me e a mia moglie Kelly».

A proposito di Italia, è vero che il cognome Travolta non esiste?
«I miei nonni paterni sono arrivati in America da Godrano, in provincia di Palermo, ma facendo ricerche non è stato trovato nessun Travolta e quindi pensiamo si siano dati un cognome diverso da quello originale».

E a proposito di Quentin Tarantino: gli ha mostrato il suo lavoro?
«Non ancora, ma si è già congratulato con me per la Palma d’onore del Festival di Cannes. È stata un’emozione talmente grande, inaspettata. Oltre l’Oscar».

CHI E’ 

La carriera
Nato a Englewood, nel New Jersey, il 18 febbraio 1954, ha ottenuto il successo internazionale nel 1977 con un film diventato di culto, La febbre del sabato sera, di John Badham, seguito l’anno successivo da Grease, diretto da Randal Kleiser. Nel 1994 interpreta Vincent Vega in un altro film destinato a diventare un classico, Pulp Fiction di Quentin Tarantino, accanto a Uma Thurman.

La famiglia
Dal matrimonio con Kelly Preston nascono tre figli: Jett (1992-2009), Ella Blue (2000) e Benjamin (2010). Ella Blue ha debuttato al cinema nel 2010, a fianco del padre, in Daddy Sitter. Ed è ancora con lui nella prima prova da regista dell’attore, Volo notturno per Los Angeles 
(sopra, durante le riprese)

4 giugno 2026