Prima del rap, di Netflix e dei giudici, c’era il corpo e il movimento. «Ero ballerina, facevo hip hop e breakdance. Ho iniziato a 15 anni». Mariateresa Pini, in arte Jelecrois, oggi è una delle figure più riconoscibili della nuova scena musicale italiana, ma la sua storia nasce lontano dai riflettori: nei parcheggi e nei cortili delle periferie di Napoli dove l’hip hop non era linguaggio estetico ma identità.
«Ho abbracciato l’hip hop quando non era cool. Era troppo underground, non lo prendevano sul serio. Facevo breakdance per strada, con il cartone a terra e chiedevo la corrente ai supermercati per attaccare le casse». Poi tutto si interrompe. Non per scelta, ma per contesto. Il lockdown spezza il ritmo della danza, chiude le sale, allontana. Le lezioni diventano schermi, la fisicità sparisce.

«Mi sentivo bloccata. Senza la crew non era la stessa cosa». Ed è in quel vuoto che entra la musica, quasi per caso. «Mi uscì una pubblicità su Instagram: microfono e casse a 100 euro. Lo comprai per riempire la depressione della quarantena». Con l’amico El Ninho comincia a scaricare beat da YouTube e a registrare. «Facevamo musica così, di pancia. In maniera sincera. Senza pensare a niente». Un gesto nato come terapia d’urgenza diventa direzione. «All’inizio era un’alternativa alla danza. Poi è diventata una prima scelta».
Milano, “Nuova Scena” e la “cazzimma”
Prima della musica, c’era già una predisposizione alla scena: teatro, provini, danza e anche un passaggio davanti alla macchina da presa. «Ho fatto la comparsa in Mare Fuori, è stata la mia unica esperienza con il cinema. Ma amo l’arte visiva. La canzone non è tutto: c’è l’immagine, l’idea». Una dichiarazione che spiega molto del suo approccio: Jelecrois non è solo voce, è presenza. «Io non voglio stare ferma sul palco. Voglio ballare mentre canto».

La svolta arriva con “Nuova Scena – Rhythm + Flow Italia”, il reality musicale di Netflix Italia. A intercettarla è lo scouting del programma, colpito dal video virale di Nasty realizzato proprio con El Ninho. «Quando sono arrivata a Milano ho visto gli altri concorrenti e ho pensato: mi eliminano subito. Erano tutti stilosi, io ero vestita male». Un disallineamento iniziale che si trasforma in fame.
«Poi ho tirato fuori la “cazzimma”». Dentro il programma, la costruzione è quotidiana. Non solo performance, ma resistenza mentale. «Mi parlavo da sola prima delle puntate. Mi davo coraggio. Ogni giorno era una novità». Il resto lo fanno i giudici. Geolier apprezza immediatamente la sua presenza femminile nel rap. Rose Villain diventa un punto di riferimento. «È una persona magnifica. Se crede in te lo dimostra sempre». Il legame si estende oltre lo show: Jelecrois arriva anche ad aprire un suo concerto alla Casa della Musica di Napoli. Fabri Fibra, invece, rappresenta l’autorità. «Era il boss. Molto serio. Un gigante».
«Vado a duemila»: famiglia, studio e disciplina imperfetta

Dietro l’impulso artistico c’è una traiettoria personale segnata da accelerazioni e rallentamenti. «Da quando ho 15 anni sono un treno che non si ferma. Vado a duemila». Eppure il percorso scolastico non è lineare. «Ero intelligente ma non mi applicavo». Momenti di discontinuità, poi una laurea in Scienze della Formazione arrivata dopo “Nuova Scena”. «Mi sono laureata quattro mesi dopo il programma». Un traguardo che si intreccia anche con la dimensione familiare. I genitori desideravano per lei un futuro legato agli studi, ma si sono ricreduti non appena sono arrivati i primi riconoscimenti: «Non mi hanno mai ostacolata».
Il riconoscimento, gli insulti e il filtro del cinismo

Oggi la dimensione quotidiana è cambiata. «Scendo di casa e mi riconoscono. È la porta più grande: conquistare le persone». I numeri su Spotify seguono la stessa traiettoria, con Danza del Ghetto tra i brani più ascoltati dopo la diffusione del programma. Ma l’esposizione ha anche un rovescio. «Gli insulti che ricevo sono spesso omofobi. Mi scrivono cose assurde, tipo “lesbica di m***a”». La reazione non è difensiva, ma controllata. «Non mi ferisce quasi niente. Sono molto cinica». A volte risponde. «Mando un selfie e diventano miei fan». Il confine, però, è chiaro. «Non mi prendete in giro. Quello lo odio».
Stadi e un nome che è una promessa
Il futuro non è una proiezione astratta, ma una direzione dichiarata. «Sogno gli stadi. Tipo il Maradona». E insieme agli stadi, l’uscita dai confini nazionali. «Vorrei lavorare all’estero, migliorare con le lingue. A volte l’Italia mi sta stretta». Nel frattempo costruisce il proprio percorso discografico. L’EP Androgino è il lavoro a cui è più legata. «È un figlio.
Racconta tanto di me».
Tra i brani, Borse Celine con 8blevrai occupa un posto centrale. «Ha un’aura particolare. È fuori dagli schemi». E Fiori nel cemento, con Settembre, nasce da un processo segnato dal perfezionismo. «L’abbiamo ascoltata per un mese prima di finirla».
Infine, il rapporto con Madame, conosciuta proprio durante il programma. «Abbiamo fatto un remix di Tu mi hai capito. È stato incredibile. Lei è bravissima, il suo ultimo disco è un capolavoro». Un futuro featuring? Una pausa, poi il sorriso. «Io la sto aspettando». Perché, alla fine, tutto torna lì. Nel nome scelto. Jelecrois. «Io ci credo».
Ultimo aggiornamento: giovedì 4 giugno 2026, 10:06
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