di
Simona Lorenzetti

L’omicidio a Nizza Monferrato (Asti) il primo marzo 2024: Makka, allora 18enne, uccise con due coltellate il padre Akhyad. In primo grado era stata condannata a 9 anni e 4 mesi. Il legale: «È stata fatta giustizia»

Il verdetto è arrivato oggi, venerdì 5 giugno, dopo poco più di un’ora di camera di consiglio. La corte d’assise d’Appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ragazza (all’epoca 18enne) che il primo marzo 2024 uccise a coltellate il padre Akhyad, 50 anni, per difendere la madre dall’ennesima aggressione violenta dell’uomo. 

«È stata fatta giustizia», sono state le prime parole pronunciate dall’avvocato Massimiliano Sfolcini, legale di Makka. «Questa ragazza non meritava la sentenza di primo grado. Ora l’emozione è tanta, è forte. In aula ha pianto, finalmente è libera. È stato stravolto l’impianto accusatorio, si parlava di premeditazione, in appello è stata assolta per legittima difesa», aggiunge l’avvocato. «Forse la sentenza sarà impugnata dalla Procura generale in Cassazione, ma nel frattempo Makka è libera», sottolinea ancora Sfolcini. Il legale aggiunge poi che «il tema della violenza domestica deve essere affrontato con un approccio differente rispetto a quello del processo di primo grado. La violenza domestica – spiega – è un fatto culturale. Le vicende come quella che abbiamo appena esaminato non si possono gestire e trattare con gli strumenti che ordinariamente si utilizzano per altri casi». 



















































Il delitto è avvenuto in un piccolo alloggio di Nizza Monferrato, in provincia di Asti. Quel giorno era iniziato male, con attriti e contrasti. Il padre aveva deciso di licenziarsi, non voleva più fare il lavapiatti e pretendeva che anche la moglie lasciasse il proprio lavoro in un ristorante. «Appena arrivi a casa ti stacco la testa», scrisse l’uomo alla donna che aveva osato rimproverarlo per essersi licenziato. Quella mattina lui le inviò una raffica di messaggi minatori che lei girò uno dopo l’altro alla figlia. Makka era terrorizzata, convinta che lui avrebbe ucciso la madre. Così uscì di casa a comprare un coltello e lo nascose in camera sua. 

È nel pomeriggio che in casa si scatena l’inferno. Quando Akhyad rientra, aggredisce la moglie in cucina. Makka prova a mettersi in mezzo e lo colpisce con alcuni pugni alla schiena. Fa ciò che da tempo aveva imparato a fare: essere lo scudo della madre vittima da anni – come il resto della famiglia – di maltrattamenti e vessazioni. Nella stanza accanto alla cucina ci sono i fratelli minori, con loro c’e una giovane maestra, Martina Bonini, che sta dando loro ripetizioni. Quando si sentono le prime urla, uno dei fratellini inizia a registrare quei momenti. «Perché?», gli chiede Martina. E lui risponde: «Devi sapere che papà picchia spesso la mamma». 

Le urla sono sempre più intense e strazianti: sono un crescendo di dolore e paura. Quando Martina si affaccia nel corridoio, Akhyad tiene madre e figlia per i capelli, le sta trascinando in camera per picchiarle. Martina prova a dirgli di smettere: «Non si picchiano le persone». Lui insiste, colpisce madre e figlia con schiaffi e gomitate allo sterno. La maestra corre a telefonare ai carabinieri: «Sbrigatevi, le sta picchiando».

In casa c’è confusione, ma la cronologia degli eventi è nitida nell’audio registrato dal fratello della 18enne. La registrazione restituisce le urla delle due donne e gli insulti in lingua cecena che l’uomo rivolge alla moglie. È nella camera di Makka che si consuma il delitto: l’uomo spinge la moglie in un angolo e l’aggredisce ed è in quel momento che Makka afferra il coltello che aveva nascosto nell’armadio e colpisce il padre per poi urlare: «Mamma scappa». Poco dopo la 18enne infliggerà al padre una seconda coltellate. Quando arrivano i carabinieri, l’uomo è morto. 

Makka ha sempre sostenuto di aver ucciso il genitore per difendere la madre. Le indagini e poi il processo di primo grado davanti alla Corte d’assise di Alessandria restituiranno il contesto violento in cui viveva la famiglia, ostaggio di un padre padrone violento e brutale. Ed è quella la cornice in cui è maturato l’omicidio. L’avvocato Massimiliano Sfolcini a lungo ha insistito nella sua arringa sulla legittima difesa, invitando la Corte d’assise d’Appello di Torino ad ascoltare lo strazio e il terrore che emergono dall’audio del delitto. E insistendo sul fatto che Makka ha agito in un momento di pericolo reale, in un momento in cui non aveva alcuna altra scelta se non uccidere il padre. Da qui la richiesta di assoluzione o in subordine di eccesso colposo di legittima difesa. 

Diversa la tesi sostenuta dalla procura generale del Piemonte e della Valle d’Aosta che aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado. «È un processo che nessuno vorrebbe fare – ha detto il Pg Massimo Baraldo -, ma i cittadini non possono farsi giustizia da sé. Bisogna ristabilire il primato della legge».


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5 giugno 2026 ( modifica il 5 giugno 2026 | 17:36)