Il fratello della vittima in tv: «Su di noi troppo fango». Gli inquirenti che hanno definito il suo atteggiamento oppositivo «Non mi hanno convinto» spiega il 37enne che da tempo vive in Veneto. Il dispiacere per i genitori intercettati
Pur per motivi opposti, con le sue cugine Marco Poggi condivide da quasi 19 anni il destino di vivere con addosso il «mirino» del tribunale dei social. Le «gemelle K» perché fin dal giorno uno si esposero a favor di telecamere. Il fratello di Chiara per il motivo contrario. Per essersi «inabissato» lontano da attenzioni spesso morbose. La sua riservatezza, il web l’ha trasformata in «colpa». E in accuse infamanti. Di essere l’assassino. O il complice di Andrea Sempio, suo storico amico, lui sì indagato per l’omicidio. «Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, di essere un autore, è una cosa che difficilmente mi andrà più via». E «tutto il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso».
T-shirt nera. Testa rasata. Folta barba. Marco parla alle telecamere di Quarto Grado. È ormai un 37enne ben diverso dal 19enne ripreso ai funerali di Chiara. O dal ragazzo nelle foto della vacanza nei giorni del delitto. Aspetto anche questo messo in dubbio dal popolo di detective virtuali e aspiranti criminologi, alimentati anche da qualche «suggestione» di troppo, ad esempio di Massimo Lovati, fino a ottobre legale di Sempio. «Ho imparato a conviverci». «Non ho mai sopportato tutta questa esposizione mediatica», spiega Marco alla trasmissione Mediaset. Disturberebbe anche sua sorella, che «non credo avrebbe mai voluto insinuazioni sulla sua doppia vita, o sulla sua vita privata».
Finora, da lui, mai nessuna parola. Le sue immagini erano pochissime (aveva dribblato i flash anche in occasione delle tre convocazioni degli inquirenti). Da tempo Marco sta in Veneto, dove vive e lavora. Dopo la chiusura delle indagini — «È giusto vadano avanti» — ha scelto di rompere il silenzio. Segnala il «dispiacere» per la scoperta che i genitori fossero intercettati, e l’«amarezza» per essere stati «tenuti sempre da parte, quasi non esistessimo»: «Mi aspettavo che all’apertura delle indagini ci convocassero per dirci banalmente “So che siete convinti di altro. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva, però siamo convinti di un’altra cosa e abbiamo deciso di aprire quest’indagine”». In tv Marco ripercorre i temi dell’inchiesta. Dai video intimi di Chiara, che nega di aver visto e condiviso. All’impronta «33» sulle scale per la cantina, ribadendo di ricordare d’esserci andato con gli amici. E poi, i soliloqui di Sempio. «La mia reazione a caldo è stata di incredulità».
Quando glieli hanno fatti sentire «sono uscito abbastanza confuso». Poi, riascoltandoli «non riesco a essere sicuro vengano dette determinate parole», anche se «non sono io che devo giudicare». Gli inquirenti, che hanno definito il suo atteggiamento a volte «oppositivo», «non mi hanno convinto». E sull’innocenza del suo amico «non ho cambiato idea». Perché Chiara non la conosceva. «Si saranno incrociati», ma non li ricorda averli mai visti parlare. E se Sempio avesse provato ad approcciarla, «non vedo perché non abbia dovuto chiamarmi per dirmi: “Guarda, questo mi sta veramente dando fastidio”». I Poggi restano fermi sulla colpevolezza di Stasi e sul fatto che «le sentenze dei processi siano la verità». Però «non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità per tutti — chiarisce —. Quello che ci dispiace è che non ci sia rispetto». Se si potesse «mettere un punto» alla vicenda, «saremmo i primi a volerlo, perché siamo stanchi di rivivere tutto». E ora? «Spero possa finalmente essere lasciato in pace il ricordo» di Chiara, conclude Marco, «finire questo gioco che c’è nei confronti della sua morte e della sua vita». E che anche lei «possa avere un po’ di tregua».
6 giugno 2026
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