di
Carmine Aymone
Prima volta da protagonista assoluto nello stadio della città: due ore di musica, ledwall monumentali e una folla che canta ogni brano dall’inizio alla fine
«Comme cazz sì bell Stadio Diego Armando Maradona». Sono le 21.30 esatte quando la frase che tutti aspettano rompe l’attesa e accende definitivamente la notte di Fuorigrotta. Un boato attraversa i quarantacinquemila presenti (sold out) mentre gli amplificatori entrano in funzione e la gigantesca muraglia di ledwall che avvolge il palco si anima all’improvviso.
Luci, immagini e giochi visivi esplodono sui maxi schermi laterali e centrali, trasformando lo stadio in una grande scenografia futuristica.

Poi appare lui. Liberato entra tra fumo, bagliori e applausi assordanti. È il suo primo concerto da protagonista assoluto nello stadio intitolato a Diego Armando Maradona, il luogo simbolo della città. E la risposta del pubblico è immediata: un coro collettivo che accompagna ogni gesto e ogni parola dell’artista più enigmatico della musica italiana.
La scaletta è costruita come una lunga sequenza di successi. Da “Guagliò” a “Turnà”, passando per “Tu me faje asci’ pazz”, “Anna”, “Niente”, “Te voglio bene assaje”, “Lucia”, “Tre”, “9 Maggio”, “E te vengo a piglià”, “Oi Marì”, “Viennarì” e “Goodbye”. Un repertorio che negli anni è diventato la colonna sonora sentimentale di un’intera generazione.

Ma il concerto non è soltanto musica. È un rito collettivo. Il pubblico diventa parte integrante dello spettacolo, canta ogni parola, danza, ondeggia all’unisono e accompagna con i corpi la narrazione sonora e visiva che scorre sul palco.
Migliaia di telefonini illuminano gli spalti come una costellazione urbana, trasformando il Maradona in un cielo artificiale di luci bianche. Nei momenti più intensi le voci dei presenti coprono quasi quella dell’artista, in una partecipazione che va oltre il semplice concerto.

A colpire è anche il nuovo look di Liberato. Archiviato il total black che aveva caratterizzato le sue apparizioni degli anni passati, l’artista sceglie un’estetica a metà strada tra suggestioni medievali e immaginari futuristici.
Un costume che richiama a tratti l’universo visivo di “Dune”, ma che per alcuni evoca anche Moon Knight, il vigilante della Marvel avvolto nei suoi mantelli misteriosi. Una trasformazione coerente con l’evoluzione di un progetto artistico che continua a reinventarsi senza mai svelarsi completamente.
Nella seconda parte dello show arrivano “Me staje appennenn’ amò”, “We Come From Napoli”, “Partenope”, “Si’ ttu”, “Essa”, “Nunn’a voglio incuntrà”, “A’ fotografia”, “Tu t’e scurdat’ e me” e “O core nun tene padrone“. Brani che consolidano il legame quasi simbiotico tra Liberato e il suo pubblico, tra l’artista e una città che nelle sue canzoni continua a riconoscersi.

Per oltre due ore il Maradona diventa una grande piazza emotiva dove convivono elettronica, tradizione napoletana, romanticismo urbano e immaginario cinematografico. Un concerto che segna una tappa storica nella carriera di Liberato: la prima volta da solo nello stadio della sua Napoli, e forse anche la consacrazione definitiva di un fenomeno capace di trasformare un concerto in un racconto collettivo della città, delle città.

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5 giugno 2026 ( modifica il 5 giugno 2026 | 23:34)
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