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di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi
Eretto tra gli Anni 50 e 60 tra Duomo e piazza IV Marzo, dopo aver abbatuto un palazzo del Seicento, doveva rappresentare l’«efficienza accessibile. Un sondaggio l’ha definito il «meno amato in città». Che farne?
È probabilmente l’architettura più controversa tra quelle realizzate a Torino nel corso del 900, pochissimo amata e ancor meno compresa. È il Palazzo per gli uffici tecnici comunali in piazza San Giovanni, edificato tra gli Anni 50 e 60 nel pieno del centro monumentale della città, proprio di fronte alla Cattedrale di San Giovanni Battista. Nel maggio del 2001 un sondaggio dell’allora principale quotidiano cittadino lo elesse a furor di popolo (cioè di lettori votanti) come l’edificio «meno amato», addirittura con il 46% dei suffragi, surclassando il grattacielo di piazza Castello e quello della Rai a Porta Susa. Ribattezzato da qualcuno «il Palazzaccio» (forse con poca fantasia ma con gran successo, bisogna dire), l’edificio in piazza San Giovanni è opera di tre architetti, che hanno variamente legato il proprio nome alla storia architettonica e culturale di Torino: Mario Passanti, Paolo Perona e Giovanni Garbaccio.
Perchè fu costruito il «Palazzaccio»
Il palazzo che oggi ospita l’Archivio Edilizio comunale non nasce nel 1966 quando viene inaugurato, e nemmeno nel 1956, quando il relativo concorso viene bandito. Le sue origini, la possibilità stessa di essere edificato, risalgono invece agli anni 30 quando il regime fascista, nel pieno della sua propensione «demolitoria», si dedica al ridisegno dell’area archeologica cittadina attorno alle Porte Palatine. È in questo contesto che nel 1935, in vista della realizzazione della nuova sede della Provincia, viene decretata la demolizione dell’edificio seicentesco che lo precedeva, opera di Carlo di Castellamonte e noto come Palas dij Pòrti (Palazzo dei Portici) per la successione di archi lunga 60 metri. E proprio il portico, insieme alle dimensioni dell’edificio, rimane uno degli elementi imposti al piano particolareggiato cui soggiace il progetto di Passanti, Perona e Garbaccio. Un progetto che, oggetto di molteplici perplessità, anche da parte della Soprintendenza, sulla sua compatibilità con il contesto monumentale, negli anni subisce ben 12 varianti.
La «semplicità esibita»
L’edificio infine realizzato mostra una planimetria a «H» con due maniche parallele e un corpo centrale di collegamento, tetti piani, strutture in calcestruzzo armato e tamponamenti di mattoni facciavista. Ampie finestrature si susseguono con assoluta regolarità nelle due facciate principali, ma quella su piazza San Giovanni è interrotta da ampie vetrate in corrispondenza della sala consiliare. L’ingresso, leggermente decentrato, è allineato con quello del Duomo. Differiscono tra loro i due prospetti laterali: quello su via IV Marzo, sistemato per consentire la vista prospettica del Duomo, prevede due fronti dalle pareti smussate esagonali, mentre le testate a nord, verso le Porte Palatine, sono rettilinee per rapportarsi con il Museo d’Antichità, previsto immediatamente al di là della via e mai edificato. Ciò che caratterizza il prospetto principale è l’ampio porticato, rialzato su una breve scalinata e costituito da 10 «archi» e concluso da due leggeri sbalzi. La facciata, inizialmente pensata con vetrate continue, è oggi ripartita in finestre disposte entro 30 moduli. Ciò che spicca è la «semplicità» esibita delle soluzioni costruttive e dei materiali, quelli tipici dell’edilizia tradizionale locale e di certo neorealismo architettonico: il mattone, le lastre di pietra (che affiancano i pilastri), il calcestruzzo a vista, i serramenti in alluminio.
Cosa fare dell’edificio meno amato di Torino
Nelle intenzioni dei progettisti il palazzo avrebbe infatti dovuto rappresentare un’idea di amministrazione pubblica accessibile e vicina ai cittadini. Oggi rimane una testimonianza notevole, per quanto controversa, delle teorie e delle pratiche edilizie del secondo dopoguerra.
Al «palazzaccio», come detto, non ha arriso il successo e persino tra gli esperti c’è chi ne ha proposto la «demolizione», mentre si sono succedute le proposte di mitigazione e di (presunto) «abbellimento». Nel 1999 uno studio guidato da Roberto Gabetti ne propone l’occultamento dietro una cortina di piante ad alto fusto. Nel 2002, come parte della riqualificazione dell’intera archeologica, Aimaro Isola, Giovanni Durbiano e Luca Reinerio lanciano la suggestione di circondare il Palazzaccio con un colonnato, versione «gigante» di quello che oggi delimita il giardino tra le Porte Palatine e il Teatro romano. Ma dopo un acceso dibattito, in vista delle Olimpiadi del 2006 l’edificio viene soltanto «restaurato», ripristinando l’originario coronamento di mattoni traforati e ripulendo i laterizi e il calcestruzzo, ora verniciato e non più a vista. E così è tuttora visibile, di fronte alla facciata rinascimentale del Duomo.
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6 giugno 2026 ( modifica il 6 giugno 2026 | 09:24)
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