di
Pierpaolo Lio
Ricostruito il blitz omicida dei Latin Kings. «Assalto a freddo»
In stazione risuona il rumore delle bottiglie trascinate a terra. È la colonna sonora che accompagna l’accerchiamento di Gianluca Ibarra Silvera. E il segnale che anticipa l’assalto. Robe da I Guerrieri della notte, con quello sbattere ritmico del vetro delle birre e l’invito minaccioso a «giocare a fare la guerra» che precede lo scontro finale tra gang. Solo che qua la pandilla è una sola. Latin Kings. E questa non è la Coney Island degli anni Settanta, ma un pezzo di periferia milanese. Stazione Certosa, poco dopo le 22 del 26 maggio scorso. La «caccia» scatenata dalla banda termina con il 22enne «Luquita» — una vita casa e lavoro — abbandonato in un angolo a morire dissanguato. Per quell’aggressione brutale, a cui sono scampati il fratello 20enne della vittima e un amico 32enne, è stato fermato Jefferson Smit Echevarria Verano. Peruviano, 19 anni e svariati precedenti violenti, è accusato di omicidio volontario, aggravato dalla premeditazione e dall’aver agito in gruppo. Un secondo ragazzo è ancora ricercato: sarebbe scappato all’estero. Mentre altri sei — tutti tra i 20 e i 22 anni — risultano indagati, e nove sono in fase d’identificazione.
Gli investigatori della squadra mobile, guidati dal dirigente Alfonso Iadevaia e dalla funzionaria Chiara Nocera, coordinati dalla procura, hanno ricostruito la dinamica di un assalto «a freddo». Forse nato come «vendetta» per un breve diverbio avuto con i fratelli Ibarra neanche mezz’ora prima, quando la gang li aveva incrociati casualmente per strada mentre erano di ritorno da un minimarket insieme al padre che vive in zona. In quell’occasione era arrivata la minaccia che decretava quello spicchio di periferia territorio de los reyes, i Latin Kings, appunto.
Al secondo incontro, la scena scorre invece come in un film western. I 17 pandilleros si schierano lungo la prima banchina, per mostrare la forza dei numeri, e per impedire e intercettare ogni possibile via di fuga. Poi avanzano all’unisono verso il «binario 5», dov’erano i tre «bersagli» del gruppo. Trascinano rumorosamente a terra le bottiglie, scagliano pietre, e mettono mano ai coltelli. Nonostante l’accerchiamento si faccia sempre più stretto, Gianluca, il fratello e l’amico riescono a scappare correndo disperatamente lungo i binari. «Fermatevi, figli di put…a, str..zi». Si apre la «caccia». Che termina quando gli inseguitori riescono a spintonare «Luquita» a terra, sulle traversine. E ad avventarsi in gruppo su di lui. Seguiranno una trentina di coltellate un po’ su tutto il corpo. Compresa quella fatale, che gli ha reciso l’arteria femorale. Dal nascondiglio che ha trovato nella fuga, l’altro Ibarra vede Jefferson assestare a Gianluca almeno quattro fendenti. A una gamba e alle braccia. E osserva poi il gruppo trascinare il fratello lungo i binari, scaraventarlo in un’intercapedine vicino alla recinzione, e abbandonarlo morente in una pozza di sangue, dove sarà soccorso dal fratello e, in un secondo momento, dal padre.
I tentativi di salvarlo, dopo l’allarme lanciato dal 20enne, saranno inutili. «Luquita» morirà poco dopo il suo arrivo al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Il pm Elio Ramondini e l’aggiunto Bruna Albertini, che coordinano le indagini, hanno disposto l’autopsia sul corpo della vittima, che si svolgerà mercoledì prossimo. La gang si era allontanata in parte a piedi, in parte salendo su un treno. Le analisi delle telecamere (in stazione, come quelle nelle vie attorno) hanno però permesso agli inquirenti di identificare buona parte del gruppo e di fermare il 19enne, che sarà interrogato oggi dalla gip Sara Cipolla per la convalida.
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7 giugno 2026
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