L’ex attaccante della Roma, oggi immobiliarista: “Moratti mi disse che sarei diventato una bandiera dell’Inter’, due mesi dopo ero alla Roma. Potessi tornare indietro nel tempo rigiocherei la finale di Euro 2000 con la Francia. Con gli immobili è come in area: devi fiutare l’occasione prima degli altri”

All’appuntamento al tramonto arriva in tenuta sportiva, puntuale come se dovesse ancora andare ad allenarsi. Marco Delvecchio ha smesso da anni, ma il calcio gli è rimasto addosso: nel passo e nella disciplina. Anche al bar, il suo di fiducia, dove non deve neanche ordinare: caffè amaro a prescindere dall’orario, perché “gli zuccheri fanno male”. Oggi compra, vende e affitta immobili nel centro di Roma. Il settore immobiliare gli ha regalato una seconda carriera, non un’altra vita. “La mentalità è la stessa del Delvecchio attaccante”. Cambia il campo, non il modo di stare al mondo. E pensare che una volta quel mestiere provò perfino a nasconderlo. Quando conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie, non le disse di essere un calciatore. Lei lo scoprì allo stadio: il posto accanto al suo era vuoto. Perché Marco non era in tribuna. Era in campo.

Dica la verità: si vergognava di fare il calciatore?
“No, non era vergogna. È vero, lo avevo nascosto alla mia ex moglie, ma perché non volevo che si avvicinasse a me solo perché ero un giocatore di Serie A…. dovevo capire se ci fosse altro”.

Quando la conobbe era ancora il giovane attaccante su cui l’Inter stava costruendo il futuro.
“Sì, la fiducia la sentivo. Mi avevano lanciato in Serie A e con Moratti mi sono sempre trovato benissimo. Due mesi prima di cedermi mi aveva detto che sarei diventato una bandiera dell’Inter. Poi arrivò lo scambio con Branca e finii alla Roma. Oggi posso solo ringraziare quella scelta”.

La Roma voleva un bomber alla Balbo o Voeller, io non ero quel tipo di attaccante e me lo facevano pesare

Marco Delvecchio

Ad accoglierla nella Capitale c’è Carlo Mazzone.
“Mazzone era un uomo spettacolare. Appena arrivato mi disse: ‘Davanti abbiamo due fenomeni, Balbo e Fonseca, e poi dietro c’è un ragazzino fortissimo che vuole giocare titolare. Tu ti ritaglierai il tuo spazio’. Quel ragazzino era Francesco. Io pensai: ‘E allora che sono venuto a fare?’. Poi le cose andarono diversamente”.

Mazzone in un flash?
“Un uomo forte, deciso, ma anche pieno di ironia. Ricordo l’ultima partita con lui, contro l’Inter. Entrò nello spogliatoio e disse: ‘Ragazzi, non avremo vinto nulla, però quanto ci siamo divertiti?’. Quello era Carlo”.

Quando nel 1997 arriva Zeman, arrivano anche le critiche nei suoi confronti.
“La Roma in realtà cercava un centravanti diverso, un bomber alla Balbo o alla Voeller. Io non ero quel tipo di attaccante e una parte della tifoseria me lo faceva pesare. Si arrivò a parlare di uno scambio con Trezeguet, ma alla fine non se ne fece nulla con il Monaco”.

12 Nov 2000:  Francesco Totti and Marco Del Vecchio of Roma in action during the Serie A 6th Round match between Roma and Reggina played at the Olimpico Stadium, Rome.   DIGITAL CAMERA Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Da quei fischi nasce un’esultanza diventata iconica: le mani dietro le orecchie.
“Comincia per sfida: volevo far capire che il mio lavoro lo stavo facendo. Poi, dopo un confronto con i tifosi a Trigoria, quel gesto cambiò significato. Non era più per sentire i fischi, ma l’esultanza della gente. È diventato il mio modo di celebrare la Roma”.

Roma, invece, l’ha celebrata soprattutto nei derby.
“Erano le partite più importanti dell’anno, ma le vivevo con leggerezza. Forse era quello il segreto: quando una gara la senti troppo, rischi di sbagliarla”.

Nesta mi diceva: ‘Sei diventato famoso grazie a me’

Marco Delvecchio

E in quei derby c’era sempre un avversario che sembrava soffrirla più degli altri: Nesta.
“Alessandro era un difensore molto corretto e questo mi avvantaggiava. Eravamo anche simili fisicamente, nel modo di correre. Forse per quello riuscivo a metterlo in difficoltà, fino a farlo scivolare. Quando ci incontravamo in Nazionale lo prendevo spesso in giro, ma lui mi rispondeva: ‘Tu sei diventato famoso grazie a me’”.

Di tutti i derby, ce n’è uno che porta più nel cuore?
“Quello dell’11 aprile 1999. Quel giorno andò tutto bene: vincemmo 3-1, segnai due volte io e una Francesco. Ci furono anche le magliette: la sua, ‘Vi ho purgato ancora’, è rimasta nella memoria perché era uno sfottò. La mia un’autocelebrazione da derby”.

In fondo quella partita racconta anche un’altra storia: quella sua e di Francesco Totti.
“Francesco è stato la costante di un’intera epoca. La bandiera e l’ottavo re di Roma. Il più grande giocatore con cui abbia mai giocato. Insieme abbiamo condiviso una vita di ricordi”.

Ne racconti uno che lo rappresenta bene.
“Tornavo dal Mondiale in Giappone e Corea e non avevo ancora fatto un allenamento. Pensavo di essere lì solo per fare gruppo. Alla riunione Capello legge i titolari e sento il mio nome. Francesco scoppia a ridere, si gira verso l’allenatore e dice: ‘Ma questo è matto?’. Alla fine giocai e segnai pure”.

Quell’intesa era stata decisiva per Capello soprattutto nell’anno dello scudetto.
“A luglio del 2000 Fabio mi chiamò e mi disse: “Quest’anno giocherò con Totti e Batistuta davanti, però tu devi farmi tutta la fascia. Solo così possiamo vincere lo scudetto”. Io accettai e lui ebbe ragione”.

Se esistesse una macchina del tempo, dove tornerebbe?
“A Euro 2000. Rifarei quella finale contro la Francia identica, cambiando soltanto gli ultimi venti secondi. Segnare in una finale europea con la Nazionale è stato straordinario. Prendere quel gol di Wiltord al 93’, invece, è stato uno dei dolori più grandi della mia carriera (si andrà poi ai supplementari col golden gol di Trezeguet, ndr). Secondo solo all’addio alla Roma”.

Oggi il suo campo è un altro: l’immobiliare.
“La chiave è rimasta esattamente la stessa: fiutare l’occasione prima degli altri”.