di
Gian Guido Vecchi
La messa del Corpus Domini è uno dei momenti centrali del viaggio di Prevost in Spagna, eppure «non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica»
Da Plaza de Cibeles è difficile rendersene conto, anche i viali tappezzati di fiori che vi confluiscono sono colmi di gente, i fedeli dietro le transenne hanno accompagnato dalla nunziatura tutto il percorso dell’auto scoperta di Leone XIV e le riprese dei droni rimandano dagli schermi l’immagine di una marea indistinta, gli organizzatori stimano un milione e duecentomila persone. La messa del Corpus Domini è uno dei momenti centrali del viaggio di Prevost in Spagna, eppure «non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico», avverte il Papa: «Se nella celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi: Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati».
Il Papa è tornato nel cuore della Vecchia Europa, in un Paese di antica tradizione cristiana ma sempre più secolarizzato, per esortare a «ritornare alle radici della fede» che ha modellato la storia del continente. La festa del Corpus Domini «non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro». Perciò «non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo».
La storia e la cultura stessa della Spagna, come ricordava sabato re Felipe VI, «non sarebbero comprensibili senza la fede cattolica». E basterebbero del resto gli autos sacramentales, i drammi religiosi che nel Siglo de Oro accompagnavano le celebrazioni del Corpus Domini, scritti da giganti come Lope de Vega o Calderón de la Barca. «Il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese», fa notare il Papa.
Proprio come i classici, si tratta anche del presente e del futuro. «Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi», scandisce: «Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune».
Prevost cita un canto di san Giovanni della Croce, grande mistico spagnolo del Cinquecento: «Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte». Lo scriveva mentre era incarcerato a Toledo, ricorda il Papa. «Gesù è “quell’eterna fonte nascosta”, fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare», conclude solenne Leone XIV: «Abbeveriamoci di nuovo a questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza».
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7 giugno 2026 ( modifica il 7 giugno 2026 | 13:16)
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