Roma, 7 giugno 2026 – Ebola, il Congo potrebbe essere solo punta di un iceberg. A dirlo è il virologo Fabrizio Pregliasco, che avverte: “Non dobbiamo fare allarmismo, ma neppure sottovalutare il problema. “L’emergenza non può essere considerata conclusa”.
“I numeri ufficiali sono quelli che conosciamo, ma potrebbero rappresentare soltanto la punta di un iceberg epidemiologico più ampio”, continua il direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva Università degli Studi di Milano.
L’agenzia Usa per la prevenzione ha previsto diversi scenari di rischio e, secondi i dati emersi, ci sarebbe il pericolo concreto che il focolaio africano raggiunga i 20mila casi entro tre mesi. “Potrebbe diventare una delle più grandi epidemie di Ebola mai registrate”, dicono dal Cdc statunitense.

“È complesso intercettare tutti i casi”
“L’epidemia si sviluppa in aree dove i conflitti, gli spostamenti di popolazione e le difficoltà di sorveglianza rendono complesso intercettare tutti i casi. Per questo l’emergenza non può essere considerata conclusa e richiede un forte impegno internazionale”. Così Fabrizio Pregliasc commenta la risalita del numero di casi e vittime dell’ebola nella Repubblica Democratica del Congo.
Secondo i dati ufficiali diramati ieri, il numero di casi confermati di Ebola è salito a 488, con 86 decessi causati dalla malattia. Ma il focolaio è arrivato anche in altre zone dell’Africa centrale, con casi anche in Uganda.
Usa: “Potrebbe diventare una delle più grandi epidemie di Ebola mai registrate”
“É già il più grande focolaio da virus Bundibugyo (Bvd) conosciuto e ha il potenziale per diventare rapidamente una delle più grandi epidemie di malattia da Ebola mai registrate”. Questo il quadro che emerge dall’analisi dell’agenzia statunitense per la prevenzione delle malattie Ccd. Per gli Usa, per evitare che diventi una pandemia è necessario intensificare gli sforzi per contenere il virus.
Per dare un’idea dei numeri, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità l’epidemia record che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, superò quota 28mila contagiati e più di 11mila morti. Il Ccd ha simulato diverse proiezioni di scenario per comprendere morbilità e mortalità future possibili.

Un membro dello staff dell’ospedale CBCA Virunga (Congo) controlla la temperatura di una donna, utilizzando un termometro a infrarossi
Le previsioni dell’agenzia americana: 4 scenari
Il modello ha considerato l’applicazione di interventi non farmacologici per la riduzione della trasmissione, ed è stato calibrato su tre ipotetici conteggi cumulativi di decessi e proiettato per quattro possibili scenari di intervento, che vanno da livelli bassi (20%) a livelli estremamente elevati (95%) di isolamento e trattamento delle persone sintomatiche.
L’analisi ha suggerito anche come plausibile che l’evento di spillover o salto di specie – cioè la trasmissione di un virus dal suo serbatoio animale naturale all’uomo – si possa essere verificato tra la metà e la fine di febbraio 2026.
“C’è il 65% di rischio di superare i 20mila casi in tre mesi”
Con bassi livelli di isolamento dei pazienti affetti da virus Bundibugyo (20% entro 2 giorni dai sintomi) e senza altri interventi, la probabilità di un focolaio che superi i 20mila casi entro 3 mesi è risultata del 65%. Se, tuttavia, un’alta percentuale di pazienti dovesse entrare in isolamento (70%), si prevede solo una probabilità su 20 che si verifichi un’epidemia con 10mila casi o più entro questo arco temporale.
Si tratta di proiezioni che, precisano gli autori, hanno dei limiti, fra cui anche il fatto che il numero reale di decessi per Bvd avvenuti fino al 24 maggio 2026 è sconosciuto e che i cambiamenti comportamentali che riducono il rischio di infezione non sono stati inclusi nel modello e potrebbero contribuire a limitare le dimensioni dell’epidemia.
Cosa si può fare per arginare il focolaio
In ogni caso però, concludono gli esperti, l’analisi suggerisce che “è necessario un intervento urgente e costante in termini di sanità pubblica per impedire che l’epidemia raggiunga o superi le dimensioni dell’epidemia di Ebola del 2014-2016 in Africa occidentale”.
“Questo sforzo – precisano gli analisti Usa – potrebbe richiedere risorse paragonabili a quelle impiegate per la risposta a quella epidemia. L’identificazione rapida dei casi, il tracciamento dei contatti, l’isolamento e il trattamento delle persone affette da Bvd, il coinvolgimento della comunità e il ricorso a sepolture sicure e dignitose per le persone morte di Ebola sono elementi essenziali per il controllo dell’epidemia”.
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