Nei giorni scorsi il tedesco ha chiarito le sue condizioni per legarsi al Milan. Ora tocca al numero uno di RedBird scegliere, tra budget, equilibri interni e sostenibilità
Palla nella propria metà campo, costruzione dal basso – molto dal basso – cercando la via migliore per uscire dalla pressione e dare vita alla fase offensiva. La metafora di gioco rende bene per raccontare l’attuale momento del Milan, obbligato a uscire dall’impasse e a costruire. È ciò a cui è chiamato Gerry Cardinale, che ha preso possesso della situazione in prima persona e deve restituire un volto alle quattro poltrone liberate simultaneamente il giorno dopo lo sprofondo col Cagliari. “Costruire” non è un verbo casuale, è uno dei termini su cui si basa l’intera carriera di Ralf Rangnick, che indipendentemente dal ruolo – in panchina o nel management – non si è mai limitato a eseguire le direttive aziendali: ha utilizzato il suo modello e la sua visione. E sì, in questo momento il pallone è proprio nella metà campo rossonera perché è RedBird che in questi giorni deve decidere se Ralf sia l’uomo giusto per la ricostruzione del Diavolo. Lui ha consegnato a Cardinale le sue condizioni e le sue di solito sono condizioni non trattabili. Pacchetto completo, prendere o lasciare. Gerry riflette e mette sul tavolo pro e contro. Ce ne sono diversi, in entrambe le caselle.
pro—
Rangnick non è un dirigente, un gestore o un pianificatore. O meglio: lo è, ma non inteso come entità singola. È un intero modello operativo, sviluppato e perfezionato nel corso dei decenni grazie alle sue esperienze sia in panchina, sia nella dirigenza di un singolo club, sia nel management di un intero gruppo (Red Bull). È quindi perfettamente in grado di portare una visione d’insieme sulla gestione dell’area sportiva, proprio perché ci ha lavorato indossando diversi vestiti. Sarebbe oggettivamente un grande punto di forza in un contesto come quello rossonero dove occorre ripartire praticamente da zero sotto molti aspetti. La capacità particolare di Rangnick è quella di tenere legati sotto lo stesso ombrello i capisaldi dell’area sportiva di un club: mercato, scouting, sviluppo del settore giovanile. Un altro punto in comune con RedBird è la strategia: il tedesco ha affinato il suo bagaglio professionale sviluppando con successo un modello – quello Red Bull – che prevede espressamente l’autosostenibilità basata su ricerca, creazione e sviluppo dei talenti in casa propria. Tradotto: si spalanca l’allettante mondo delle plusvalenze, che non sono sempre necessariamente l’unico obiettivo finale, ma di certo costituiscono un’opzione interessante. Cardinale, poi, in Rangnick troverebbe un “dominus” riconosciuto e riconoscibile, che vuole scegliere allenatore, ds e capo scouting, che si porta dietro uno staff di persone di propria fiducia. In teoria, un blocco unico che dovrebbe evitare le incomprensioni, i litigi e le differenze di visione progettuale come avvenuto più volte in questa stagione.
contro—
Alcuni dei “pro”, però, portano con sé anche dei “contro”. Lo staff, appunto, è decisamente nutrito in termini banalmente numerici. Troppo nutrito: più persone tra Casa Milan e Milanello, più stipendi da pagare. Il progetto è costoso. E poi c’è l’incognita più grande di tutte: affidarsi a un gruppo di lavoro monolitico, ovvero facente capo a una sola figura, significa anche correre il rischio di dover ripartire nuovamente da zero se le cose disgraziatamente non funzionassero. Nel sistema calcio italiano tradizionale, siamo abituati a vedere un allenatore che salta se non arrivano i risultati, o un ds licenziato se il mercato non ha reso secondo le aspettative. Ma qui si parlerebbe di un sistema integrato dove tutto è interconnesso. Se il progetto non decollasse, il Milan si ritroverebbe a essere una scatola vuota esattamente come adesso. È anche su questo che sta riflettendo parecchio Cardinale. Così come pensa agli equilibri interni, scottato dall’annata appena conclusa. Rangnick oltre a essere figura autorevole, è anche personaggio autoritario: quando arriva, arriva per comandare. Contraddittorio: pochino. L’altra grande questione quindi verte sulla volontà, o meno, del numero uno di RedBird di mettere nelle mani di un uomo solo la scelta dell’allenatore, del ds e del responsabile scouting. Poi, certo, l’ultima parola sarebbe quella di Gerry, ma nel momento in cui decidi di affidarti a Rangnick, scegli di affidarti a un modello conosciuto e con pochi compromessi. Prendere o lasciare, dunque. È davvero arrivato il tempo di decidere.
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