di
Sara D’Ascenzo

In sala il film di Travis Knight che tenta il live action impossibile. Ma il pubblico fa la fila per «Backrooms». Ecco perché

«Masters Of The Universe» di Travis Knight

Una voce impostata con la classica ironia da film americano (quel misto di «mi prendo sul serio ma mi prendo anche in giro», inaugurato probabilmente da «Shreck» ormai un quarto di secolo fa) racconta che cosa è Eternia, un mondo da sogno in cui tutto scorre al riparo dalle brutture del mondo. Finché non arriva il cattivissimo Skeletor con i suoi sgherri – una squadra raccogliticcia di mostri alla Suicide Squad – e il piccolo Adam, principe designato, vede sparire in un lampo il suo mondo: i genitori catturati e lui, mingherlino e solo, scaraventato in una cittadina dell’America. È lui stesso a raccontarlo, con dovizia di particolari, a un’ignara ragazza conosciuta su un’App di incontri. Che ovviamente sparisce dall’inquadratura prima ancora che il racconto epico e decisamente distopico sia finito. Adam (l’attore Nicholas Galitzine) è dunque un figlio degli anni Zero alla ricerca della spada che ha perso atterrando malamente in America anni prima. Ma soprattutto Adam ha il compito di provare a riempire il vuoto lasciato nel cuore dei fan dal cartone animato inventato dal personaggio Mattel negli anni Ottanta. Chi non è cresciuto al suono di «He-Man, He-Man» non può capire. E forse non proverà quella delusione che l’ammiratore della serie originale sente. Perché il film alla fine è godibile, un buon prodotto d’intrattenimento seppure per nulla originale, con meccanismi oliatissimi e dunque scontati, ma non troppo noioso, anche se una sforbiciata di mezz’ora avrebbe giovato. A essere insoddisfatti sono dunque quelli cresciuti a latte e biscotti davanti al cartone di Italia 1. Per loro la segreta speranza che dopo il film torni il cartone. Come quando erano piccoli.
Voto: 6. Un buon ritmo, qualche lungaggine, ma si lascia guardare. Anche se qualche minuto in meno avrebbe fatto alzare il gradimento.  

«Smart Working» di Svevo Moltrasio

Giuliano (Maccio Capatonda) è convinto che lo smart working gli abbia risolto la vita: più tempo per sé, ma soprattutto più tempo per stare col figlioletto e la moglie incinta (Sara Lazzaro). Ma in questo meccanismo all’apparenza perfetto messo in moto dal lavoro da casa, si inseriscono alcune variabili: i colleghi, lontani dalla routine d’ufficio, lavorano meno; la moglie voleva fare la scrittrice ma è vittima del blocco creativo e si ritrova oggetto di una proposta tentatrice da parte di due amici che hanno una casa editrice; e come se non bastasse c’è la ricerca di una nuova casa più grande e un presunto stalker che sembra seguirla. Il film di Moltrasio è un oggetto strano: utilizza un comico come Capatonda e ne fa l’elemento serio del gruppo; sfrutta la comicità naturalmente surreale di Maurizio Nichetti per gestire una sorta di ufficio clandestino che si installa a casa di Giuliano con i colleghi che finalmente tornano produttivi; ma se alcune presenze come quella di Nichetti sono delicate, altre finiscono per essere caricaturali, come la suocera – tanto “sciura” – e soprattutto i colleghi, un campionario un po’ troppo macchiettistico. Dove si salva è nel registro un po’ surreale in capo a Capatonda e Nichetti, che con Lazzaro – misurata ma giusta per il ruolo – tengono in equilibrio per quanto possibile una storia che fa un po’ troppa acqua.
Voto: 6–. Peccato perché ad osare un po’ di più e a sfoltirlo di qualche turpiloquio gratuito, la farsa sullo smart working avrebbe potuto essere molto più feroce e dunque godibile.



















































«Hen – Storia di una gallina» di György Pálfi

Si inizia dall’origine del mondo: la nascita di un uovo, con un’inquadratura decisamente azzardata. E si finisce dove tutto era cominciato. In mezzo lo sguardo vacuo e stralunato di una gallina, colta da quando è un pulcino nero in mezzo a un mare di pulcinetti gialli, a quando, gallina adulta, subisce ripetutamente gli assalti del gallo nel pollaio nel quale è finita. “Hen” è un film ad altezza di gallina, dove lo sguardo dell’animale è la soggettiva da cui osservare e interagire col mondo. Gli umani sono comparse che provocano solo disastri, mentre la vera trama è tutta incollata a questa gallina – nella realtà ne sono state necessarie otto, tutte simili, per dare l’idea della continuità – che attraversa il mondo con la sua pacatezza senza mai farsi travolgere dagli eventi. Dove il film zoppica è proprio sugli umani, per i quali è stata immaginata una trama un po’ troppo convenzionale, mentre finché il film rimane ad altezza di pollaio il regista sforna le inquadrature più interessanti. Se fosse solo un film di umani, le scene del pollaio sarebbero di una violenza incredibile, con la donna ridotta a un mero oggetto sessuale o riproduttivo. La gallina riesce invece a restituire l’inevitabilità della dinamica, con un’accettazione momentanea che sovente si trasforma in via di fuga, e per fortuna!
Voto: 6,5. La scoperta del mondo con gli occhi di una gallina, è una scoperta sbilenca e avventurosa, che zoppica solo quando si presentano gli umani: troppo presi dalle loro trite dinamiche.

«Backrooms» di Kane Parsons

All’origine di un successo planetario e di un fenomeno che dalla rete è arrivato al cinema e ora torna nella rete con le discussioni generate online, c’è l’osservazione di quanto avvenuto su Youtube, dove una leggenda metropolitana digitale  ha generato duecento milioni di visualizzazioni. In mezzo a questo diluvio di clic, un ragazzo di vent’anni, Kane Parsons, che già da adolescente era diventato cliccatissimo per aver postato anche lui, come tanti, la sua visione delle «Backrooms». Ma cosa sono le «Backrooms»? Nel film le «stanze dietro» sono quelle che il protagonista, un mobiliere infelice cacciato di casa dalla moglie, scopre nei sotterranei del suo enorme negozio una notte in cui lo sfarfallio della luce lo attira nel piano di sotto.  È l’inizio di un incubo, l’immersione in un mondo che è tante cose che al cinema si sono già viste – il sottomondo di «Stranger Things», l’effetto «homevideo» di «The Blair Witch Project» – combinate con l’infelicità dell’uomo contemporaneo, la sua solitudine allucinata, frutto di un’incapacità di accettare i fallimenti, qualsiasi essi siano. Il fallimento della vita professionale del protagonista, che avrebbe voluto fare l’architetto e invece vende mobili orrendi che si rompono in favore di telecamere mentre viene ripreso vestito da pirata zoppo. Il naufragio della sua vita sentimentale, con la moglie che lo molla dopo una lite in cui era ubriaco e le ha riversato addosso una valanga di frustrazioni. E, certo, anche il peso che si porta addosso la sua psicanalista (Renate Reinsve, qui particolarmente allucinata), sopravvissuta malamente a un’infanzia da incubo. Che cosa c’è nelle stanze sul retro? Quali mostri si celano dietro le fessure del muro? Il regista dimostra di aver visto e interiorizzato David Lynch in tutta la sua potenza destabilizzante: alcune inquadrature sono calchi di «Twin Peaks», altri di «Inland Empire» eppure tutto si tiene, perché  Parsons sta parlando anche dell’oggi. Di quell’angoscia che proviamo nell’avanzare del «nulla» (gli effetti dell’Intelligenza artificiale come avanzava il «nulla» della «Storia Infinita»), degli angosciosi livelli dei videogiochi, messi in scena come fossero piani infiniti di un condominio dell’horror, dove domina un’estetica disfunzionale alla Escher. A chi dice che l’ha già visto due volte e lo rivedrebbe bisogna credere, perché pur nella sua linearità è un film in cui si può scoprire qualcosa di nuovo alla seconda e forse anche alla terza visione, uscendone come ipnotizzati. E pur sapendo che non nasce dal nulla, che mutua l’estetica del Vhs, che parla ai giovani e giovanissimi col linguaggio di Youtube, se ne esce avviluppati da cinefili. E non è poco.
Voto: 7,5. Se ne parla e se ne parlerà ancora. E per fortuna. Va visto senza riserve, e senza paura (a patto di non dover andare mai più in cantina o in garage di notte).   


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6 giugno 2026 ( modifica il 6 giugno 2026 | 17:52)