di
Elisabetta Andreis
Assenza di posti nelle strutture, sarà accolto da don Burgio
Da tre anni vive a Niguarda senza poter mettere una ruota della carrozzina fuori dalla porta. Sempre dentro quel labirinto, come nel film The Terminal. Il supermercato interno conosce i suoi gusti. Il barista gli tiene da parte il caffè. Infermieri e medici sanno ormai come prenderlo. Reparto dopo reparto, piano dopo piano, Alex è diventato una presenza familiare: eppure non ha bisogno di cure intensive. In Italia è arrivato da solo, dopo un viaggio infinito e doloroso. E fino a ieri non si era trovato nessuno che lo ospitasse. Parte dal Gambia giovanissimo, attraversa l’Africa e arriva in Libia. Poi il Mediterraneo, Bergamo, Cremona e infine Milano. Una sera del 2020 è in corso Como al momento sbagliato. Una spinta. La caduta da un muretto. Chi lo ha aggredito finisce in carcere. Lui entra in ospedale.
All’Unità spinale del Niguarda comincia la battaglia da tetraplegico. Operazioni, riabilitazione, esercizi infiniti. Alex risponde con una determinazione che sorprende. Riconquista l’uso delle braccia e impara l’italiano da autodidatta. «Mai avrei pensato che potesse recuperare una simile autonomia. Ci siamo commossi e affezionati tutti», osserva Michele Spinelli, primario dell’Unità spinale. Dopo l’emergenza Covid viene accolto temporaneamente in una comunità per persone con disabilità. Ottiene la licenza media e poi si iscrive al serale di grafica del Kandinsky. Lungo la strada incontra educatori, operatori, volontari. Conserva con ostinazione ogni numero, ogni piccolo legame.

Nel 2023 torna al Niguarda per curare alcune piaghe da decubito. Doveva essere una parentesi. Diventa un limbo. Dopo, nessuna struttura lo vuole. Comunità piene, requisiti incompatibili. Una volta le dimissioni sono già fissate. Il giorno stabilito arriva una Pec: il posto non c’è più. Alex resta. Da anni osserva Milano dalle finestre del reparto senza potersi allontanare neppure per una passeggiata. Quella stanza è la sua unica garanzia di assistenza. «Li chiamiamo pazienti in-dimissibili, e aumentano, ma Alex ha battuto di gran lunga tutti i record. Oggi ha 27 anni, il suo è stato un tempo infinito», dice Spinelli. Le sue cose stanno dentro alcuni sacchetti. La più preziosa è una copia del Piccolo Principe, «regalo di una ragazza che ho conosciuto in ospedale e non vedo più». Un giorno Alex scrive su Instagram a don Claudio Burgio. Il fondatore della comunità Kayros va a trovarlo, ed è la svolta. Tra poche settimane, per la prima volta dopo tre anni, Alex lascerà finalmente l’ospedale. I ragazzi di Kayros gli stanno preparando una stanza al piano terra, adatta alla carrozzina. «La prima sfida sarà aiutarlo a tornare dentro la vita sociale, ha passato tantissimo tempo sostanzialmente solo», sorride il don. «Dopo tutto quello che ho passato non posso fallire — sussurra il ragazzo —. Sono qui per costruire il mio futuro. Ed è quello che farò».
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8 giugno 2026 ( modifica il 8 giugno 2026 | 14:28)
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