L’ex centravanti rossonero: “Nel calcio come nella vita ci sono dei cicli. Bisogna imparare ad ammettere l’errore. Troppe volte vedo ragazzi messi in panchina dopo uno sbaglio. Il Mondiale? Cuore diviso tra gli Usa di mio figlio e il Brasile”
Una pantera si aggira per New York. Ha uno scatto felino, muove rapide le gambe, è forte e insolitamente resistente. La pantera compirà infatti sessant’anni a ottobre. La sua più celebre corsa in velocità, ottantacinque metri coperti in quattordici secondi, ne ha quasi trenta. Eppure nonostante il caldo di Manhattan, George Weah, scatta quasi come un tempo. C’è di più: non fa il centravanti, ma l’uomo a tutta fascia (la destra) nel sette contro sette tra le leggende italiane e le vecchie glorie della Mls. Succedeva due giorni fa al Rocco B. Commisso Soccer Stadium, tremilacinquecento posti, stadio voluto dall’ex presidente della Fiorentina. Qui domenica pomeriggio si è raccolta la comunità italiana della città per divertirsi con gli ex campioni della Nazionale: se quelli di oggi non regalano successi ed emozioni, gli idoli di qualche generazione fa sono ancora riconosciuti, amati, acclamati. La Fifa, per volere del presidente Gianni Infantino, ha scelto di portare qui un po’ di storia azzurra: e mentre Roberto Baggio, Pirlo, Nesta, Ambrosini, Vieri, Pagliuca, Panucci, Zaccardo e Iaquinta sono già in campo, ecco sbucare la pantera dagli spogliatoi. A George, altra “legend” e capo del team che guida le battaglie al razzismo, è stata riservata la maglia numero 9, azzurra per i suoi trascorsi italiani, con davanti tutte le bandiere dei paesi Fifa. Che è anche una grande macchina organizzativa: George era a New York, impegnato in altri eventi, ma ha subito risposto presente alla convocazione. Quando è entrato in campo ha abbracciato per primo l’ex compagno rossonero Roby: insieme hanno condiviso due stagioni al Milan. Poi Weah saluta con affetto Panucci e Ambrosini, altri amici del grande Milan del passato. E c’è ancora traccia di grandezza quando Weah finisce la sua partita con le leggende: trascorre decine di minuti scattando foto e firmando autografi ai tifosi americani.
Weah, non si offenderanno le leggende azzurre: è di gran lunga più in forma di molti di loro…
“Ma no! È che quando torni in campo e trovi vicino a te dei mostri simili come compagni di squadra ti tornano subito la voglia e lo scatto. Con loro ho giocato tantissime volte insieme o da avversari. Ho ritrovato dei grandi amici come Baggio e Panucci. È stato un bellissimo pomeriggio, sono molto felice”.
Ha ritrovato amici che con lei sono stati grandi campioni. Oggi l’Italia non è al Mondiale per la terza volta. Che effetto le fa?
“L’Italia è il paese del calcio. La vostra è una tradizione storica, la più grande. Ma il calcio, come tutti gli sport, funziona così. Ci sono i cicli. Non ho una spiegazione da dare sui motivi, ma so che ci sarà di nuovo una grande Italia”.
Sarà spettatore del Mondiale?
“Certo. Tiferò per il Brasile di Carlo Ancelotti, la squadra che amavo fin da quando ero bambino. E ovviamente per gli Stati Uniti di mio figlio Timothy: avrò il cuore diviso a metà”.
Ai giovani va lasciato il tempo per lavorare e crescere. Non tutti nascono Lamine Yamal, non tutti sono subito fenomeni
A proposito di cuore: cosa sta succedendo al suo Milan? In rossonero ha vinto due scudetti. Oggi la risalita ai vertici è molto faticosa.
“Come dicevo per la Nazionale italiana, il calcio è strano. Tutte le squadre si modificano, si evolvono. In generale è cambiato sicuramente il livello del campionato. Al Milan però resta una pressione enorme (e qui George agita le mani proprio per sottolineare il concetto…) e va dato tempo ai giocatori di ambientarsi. Oggi c’è una squadra giovane a cui servono lavoro e tanta pazienza. Ci vuole calma, ma tornerà grande”.
Alla squadra del futuro servirebbe proprio un grandissimo centravanti…
“Quanto ho appena detto valeva in realtà anche per me. Sono arrivato al Milan a 28 anni, se fosse successo prima probabilmente non sarei stato pronto. Ho conosciuto San Siro dopo anni al Monaco e al Paris Saint Germain. Ero maturo e ho saputo cogliere l’opportunità. Altrimenti non so se ce l’avrei fatta. Questo dico agli italiani e a chi fa parte del vostro campionato: serve pazienza, dovete ammettere l’errore. Troppe volte vedo ragazzi messi in panchina dopo uno sbaglio. Ma non è così che funziona, va lasciato il tempo per lavorare e crescere. Non tutti nascono Lamine Yamal, non tutti sono subito fenomeni”.
Proprio il Milan e la Juve, ex squadra di Timothy, sono le delusioni del campionato: fuori dalla Champions. Perché?
“Ripeto: serve un sistema che faccia crescere, certi successi non nascono in un giorno ma derivano da un lungo processo. La fiducia è alla base di tutto: incoraggiate i vostri ragazzi, accompagnateli. È quello che ho cercato di fare con mio figlio Timothy: prima di entrare nel settore giovanile del Psg è stato per anni al Gottschee, qui a New York. Poi sono arrivati i grandi club. Per emergere occorre avere più di una chance, questa è una generazione di calciatori e ragazzi che può avere una mentalità diversa”.
Weah, in questi giorni è qui in America di passaggio. Lei vive nella sua Liberia, di cui per sei anni è stato il Presidente. Come è oggi la situazione nel Paese?
“Quando ero alla guida ho fatto tutto il possibile per promuovere stabilità a pace. La cosa che mi fa più felice è che ancora oggi all’interno del nostro paese non ci siano guerre”.
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