Un centro per combattere “la guerra ibrida“, specialità in cui eccelle la Russia di Vladimir Putin. Una commissione interforze per decidere le nomine ai vertici delle Forze armate. Appalti veloci per acquistare sistemi d’arma innovativi e bypassare, al bisogno, l’infinita trafila di controlli burocratici e autorizzazioni ambientali. E ancora, la tutela legale di militari e carabinieri che finiscono a processo per danni causati a civili «in situazioni eccezionali»: sarà lo Stato ad aprire il portafoglio.

Il governo è pronto a mettere la firma su una vera e propria rivoluzione della Difesa italiana. Una bozza di riforma racchiusa in un Ddl di quindici articoli, che Il Messaggero ha letto in anteprima e che finirà nelle prossime settimane sul tavolo del Consiglio dei ministri per un primo via libera.

La svolta

Mentre Donald Trump batte i pugni sulle spese Nato, mentre il governo si divide sui prestiti militari europei, prende forma la ristrutturazione della Difesa targata Guido Crosetto. Carriere, armi, appalti, finanziamenti. Ma ha senso partire dalla vera svolta: le nomine. Chi deciderà d’ora in poi le carriere apicali delle forze armate, dall’Esercito alla Marina militare, dall’Aeronautica all’Arma dei carabinieri? Sarà una commissione interforze a nominare i generali di divisione e i gradi equivalenti. Al tavolo, insieme al Capo di Stato maggiore della Difesa, siederanno i capi di Stato maggiore delle singole forze armate interessate e il capo del Covi (Comando operativo vertice interforze).

Insomma un organo centrale, sotto la guida dello Stato maggiore della Difesa e del ministro, deciderà chi potrà arrivare in cima. Attenzione, non sono quisquilie da addetti ai lavori, ma dettagli che riscrivono importanti equilibri di potere dentro e fuori il mondo militare. Tutto si accentra. Il governo voleva separare le carriere dei magistrati. Finirà invece per “unire” quelle dei militari. Scardinando una struttura di comando da sempre verticale e verticistica all’interno delle singole forze armate. Come? Con una norma inserita nel Ddl che prevede un nuovo requisito obbligatorio per il militare che aspira a una promozione di vertice (al grado di generale di corpo d’armata ed equivalenti): «Aver svolto uno o più incarichi in ambito interforze». Almeno un anno di carriera “fuori” dai ranghi della propria Forza, due anni obbligatori a partire dal 2033.

Può un generale dell’Aeronautica non avere idea di come funziona una nave da guerra o un carro armato? O ignorare come si comanda un drone, che la riforma paragona ufficialmente alle navi e agli aerei da guerra? No, non può, spiegano fonti tecniche del ministero a conoscenza del testo. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente costringono a svecchiare e aggiornare le Forze armate italiane. Di qui l’istituzione del “Centro interforze di addestramento per il combattimento e per il contrasto alla minaccia ibrida”. Che dovrà fra l’altro scrivere una vera e propria “dottrina” di contrasto alla guerra ibrida. Quella teorizzata più di dieci anni fa dal generale russo Valery Gerasimov per contrastare l’Occidente e composta da un mix di tecniche offensive: guerra convenzionale, attacchi cibernetici, disinformazione online, attacchi alle centrali elettriche. Ne sa qualcosa Volodymyr Zelensky. E lo stesso Crosetto che sul tema ha pubblicato un paper lo scorso autunno. Qui la riforma entra in un terreno sensibile, su cui da tempo è in corso un “derby” fra apparati italiani: la cybersicurezza. Spetterà al Capo di Stato maggiore – oggi Luciano Portolano – definire lo «spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa dello Stato». Cioè «l’insieme delle infrastrutture informatiche, comprensivo di hardware, software, capacità, dati, connessioni fisiche ed elettromagnetiche». Accanto all’acqua, l’aria, la terra, l’Italia riconosce ufficialmente lo spazio cibernetico come «quarto dominio».

La Difesa si attrezza aprendo a nuove professionalità: nasce il brevetto di «specialista militare cyber». E il Capo di Stato maggiore potrà autorizzare «anche in tempo di pace» operazioni cibernetiche «in patria e all’estero», missioni che spettano già oggi al Comando per le operazioni in rete (Cor). Terreno scosceso, dicevamo, quello della cybersecurity. Viminale, Servizi, Difesa, tutti rivendicano la propria “zolla”.

Il derby cyber

Nel progetto iniziale di riforma Crosetto aveva chiesto di estendere ai militari che effettuano operazioni cyber offensive le «garanzie funzionali» degli agenti segreti italiani. In sostanza uno scudo legale: uno 007 in servizio può commettere un reato senza finire a processo. Ma di quelle garanzie non c’è traccia, per ora, nella bozza di riforma ed è questo il risultato di una trattativa lunga e non priva di tensioni fra apparati dello Stato. Da un lato la Difesa, dall’altro Palazzo Chigi e il sottosegretario Alfredo Mantovano che presiede i Servizi. Intanto il governo porta avanti la riforma.

Parola d’ordine: correre. Deroghe ai controlli ambientali, sperimentazioni di sistemi d’arma anche in centri esterni alla Pa se i poligoni della Difesa sono saturi. E corse veloci per gli appalti. In caso di necessità, per «garantire la prontezza operativa dello strumento militare», il ministero potrà procedere subito all’aggiudicazione del contratto – basterà un’autocertificazione dell’impresa – che eventualmente potrà essere revocata. Antimilitaristi (citofonare Lega) avvisati. Sul riarmo e le spese per la Difesa, bollette e rincari permettendo, si marcerà spediti.


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