La leggenda del Milan e della Nazionale sarà presente a Messico-Sudafrica, gara inaugurale del Mondiale allo stadio Azteca, quello di Italia-Germania 4-3: “Sul 3-3 dissi ad Albertosi ‘Ci penso io’, volevo saltare tutti e andare in porta. Oggi quel gol non l’avrei mai segnato…”

Nella targa c’è scritto “El Estadio Azteca rinde homenaje a las selecciones de Italia (4) y Alemania (3) protagonistas en el Mundial de 1970, del PARTIDO DEL SIGLO. 17 de junio de 1970”. Adesso lo chiamano (o lo chiameranno) per questioni di marketing e di business ‘Estadio Banorte’. Ma per lui resta e resterà nei secoli dei secoli il mitico Azteca. Lui è Gianni Rivera. C’era, el 17 de junio a Città del Messico. E, chiamato da Gianni Infantino, presidente Fifa, ci sarà giovedì 11, all’inaugurazione del Mundial. Rivera davanti alla “sua” targa e alla sua leggenda.

Gianni Rivera

Ex trequartista

Leggenda del Milanm con cui ha vinto tutto, incluso il Pallone d’oro 1969. In Nazionale, 60 presenze, 14 gol e il titolo europeo del 1968.

“Insomma. Sono felice di tornare lì dopo tanti anni. È stata una grande partita, siamo entrati nella storia del calcio”.

Il momento più bello della sua vita?

“Uno dei momenti. La mia è stata una vita piena di cose bellissime. Ho fatto quello che mi piaceva, giocare a pallone. Poi c’è stata la famiglia. L’amore per Laura, mia moglie. I miei figli. Il calcio era il mio hobby, è diventata una professione e conservo ricordi molto dolci”.

Ricordiamo ‘quel’ gol. Mancano 9 minuti alla fine dei supplementari, siete sul 3-3 e…

“Passaggio di Boninsegna e faccio gol: 4-3. Ma sa una cosa? Oggi non l’avrei fatto”.

“Avrei dato il pallone indietro a Boninsegna, che l’avrebbe dato indietro a De Sisti, che l’avrebbe dato indietro a Facchetti, che l’avrebbe dato indietro al portiere Albertosi. Oggi si gioca così. Meno male che il mio calcio era un’altra cosa”.

Italia Germania 4-3

Cosa le ha detto Albertosi dopo il terzo gol della Germania?

“Non me lo ricordo più, non l’ho voluto sentire, gli ho detto soltanto: ‘Adesso ci penso io’. Sono andato a centrocampo con un’idea fissa: scarto tutti i tedeschi ed entro in porta con la palla. Ma mi trovo di fronte un muro bianco. Allora tocco a De Sisti, che allunga a Facchetti, che lancia Boninsegna. Io corro verso la porta. Bobo crossa all’indietro. Io mi preparo a tirare di collo sinistro nell’angolo destro. Vedo il loro portiere, Maier, che sta per tuffarsi proprio lì. Cambio piede, cambio direzione, e la metto di piatto destro nell’angolo sinistro. Maier sta per prenderla di piede, ma ormai è a terra, la palla entra. Un tuffo al cuore, bello, bellissimo, meraviglioso”.

Voi entrate nella targa e nella leggenda. L’ ultima Italia è uscita anche dalla cronaca. Per la terza volta fuori dal Mondiale. Ma si può?

“È successo. Non nascono i campioni ed è dura senza di loro ottenere grandi risultati. Lo dico e ripeto sempre: le società non credono più alle politiche che creavano, costruivano e facevano crescere i fratelli Baresi e i Maldini. In Serie A, e anche in B, i pochi calciatori bravi ormai sono praticamente stranieri”.

“Soprattutto dei club che, invece di far crescere i ragazzi e portarli ad alti livelli, hanno lasciato tutto in mano ai procuratori”.

Quindi comandano i procuratori?

“Hanno invaso il calcio, pensano prima di tutto a migliorare le loro tasche. So di molte famiglie che hanno rinunciato a far proseguire i loro figli perché non avevano i soldi per pagare gli agenti. Quei bambini magari oggi sarebbero in Nazionale”.

Posizioni molto critiche…

“Senta, la mia non è una crociata contro la figura del procuratore, che considero comunque una delle cause dei problemi che mettono in crisi il sistema calcistico. Faccio riflessioni precise. C’è la svalutazione del talento, gli agenti hanno un potere eccessivo e i giovani sono pesantemente penalizzati. Qualcuno deve dare una mano, io sono pronto. Ma non la mano de dios di Maradona, come 40 anni fa proprio all’Azteca… Bisogna cambiare a livello istituzionale”.

Abete e Malagò due persone perbene. Ma io scelgo Abete

Gianni Rivera

Il 22 giugno c’è l’elezione del presidente della Federcalcio. Lei chi sceglie? Abete o Malagò?

“Sono due persone perbene, due uomini di sport. Io scelgo Abete perché ha sempre amato il calcio e lo conosce profondamente e, soprattutto, perché condivido tutti i punti chiave del suo programma elettorale: riforma strutturale dei campionati, revisione dei format, pianificazioni, agevolazioni, valorizzazioni dei vivai, rilancio delle Nazionali e tanto altro. Mi dispiace, amareggia invece che l’associazione calciatori sostenga il programma di Malagò”.

Lei è uno dei padri dell’Associazione…

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“Appunto. L’abbiamo fondata nell’estate del 1968, due anni prima di Messico 70. C’ero io, c’erano Mazzola, Bulgarelli, De Sisti, l’avvocato Sergio Campana, diventato presidente. Allora il Movimento studentesco sventolava la coscienza di classe, noi calciatori parlavamo di coscienza professionale. Quando siamo partiti eravamo considerati nababbi, c’erano molti pregiudizi. Per la gente eravamo una categoria di miliardari viziati. Ma i privilegiati erano pochi, siamo diventati un importante movimento. Il calcio è dei calciatori, l’associazione è nostra. Adesso è tutto condizionato e inquinato dai procuratori. Questo mi dà molto fastidio”.