di
Stefano Agnoli

Lo scenario base prevede un ritorno della produzione di Lng da Qatar ed Emirati entro agosto 2026, a capacità ridotta per via dei danni della guerra

Il 2026 doveva essere un anno relativamente tranquillo per i mercati energetici europei. Non lo è stato. In questo primo semestre la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno rimescolato le carte. Difficile, ovviamente, prevedere con certezza che cosa accadrà nella seconda parte dell’anno. Ma gli analisti di mercato di Icis, la società di analisi delle commodity, hanno messo a punto in questi giorni una mappa dei rischi per i prossimi sei mesi, che si può condensare in una manciata di punti chiave.

Il primo riguarda la domanda delle domande: quando riaprirà Hormuz? Lo scenario base prevede un ritorno della produzione di Lng da Qatar ed Emirati entro agosto 2026, a capacità ridotta per via dei danni a due dei quattordici treni di liquefazione a Ras Laffan, e limitato a un 10% della capacità. Ma si tratta di una previsione che gli stessi analisti definiscono relativamente ottimistica, considerato lo stallo attuale nei negoziati di pace. Ecco perché, tutto sommato, preferiscono lavorare su uno scenario che sconta la chiusura di un anno, ovvero fino a marzo 2027.



















































Quanto velocemente torneranno normali i flussi di Lng una volta che Hormuz riaprisse? Un riavvio completo dei dodici treni produttivi richiederà settimane. Le metaniere vuote impiegheranno giorni, se non altre settimane, per raggiungere il Qatar. Una volta caricate percorreranno la rotta attorno al Capo di Buona Speranza, ovvero quattro settimane invece dei diciotto giorni del Canale di Suez. Risultato finale: le prime forniture di Lng ex-blocco potrebbero arrivare in Europa circa due mesi dopo il riavvio.

I prezzi del gas

Proseguiamo: che cosa accadrà ai prezzi del gas? Scenderanno una volta riaperto lo Stretto? Qui ci sono almeno tre traiettorie: una risoluzione improvvisa del conflitto riporterebbe i prezzi rapidamente nella forchetta 35-40 euro/MWh, cioè appena sopra i livelli precrisi. Ma nello scenario base (Hormuz riaperto ad agosto) per l’Europa i prezzi potrebbero comunque rimanere più elevati, a causa della competizione con l’Asia nell’acquisto dell’Lng spot da utilizzare per riempire gli stoccaggi prima dell’inverno. Nel caso peggiore, poi, ovvero di blocco prolungato, il prezzo del gas potrebbe riavvicinarsi alla fascia 55-60 euro/MWh, quella toccata nelle prime fasi della guerra in Iran.

Le riserve

E le riserve di gas? L’Europa riuscirà a riempire gli stoccaggi prima dell’inverno? Quella degli stoccaggi è la questione più concreta ed urgente. I livelli attuali sono inferiori al 2025 (l’inverno scorso è stato freddino) e molto al di sotto del 2023 e 2024 (sono state stagioni più miti) avvicinandosi piuttosto ai livelli del 2022, l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina. I calcoli degli analisti sono abbastanza impietosi: mantenendo il ritmo di iniezione attuale, gli stoccaggi raggiungerebbero a novembre meno di 80 miliardi di metri cubi, pari al 73% della capacità e ben al di sotto dell’obbligo del 90% (ora si è intorno al 43%). Per colmare il divario, l’Europa dovrebbe iniettare 4 miliardi di metri cubi in più al mese fino ad ottobre, ovvero 1,3 carichi aggiuntivi di Lng ogni giorno. Ci sono poi le singole situazioni nazionali: mentre l’Italia è ben avviata (ora al 61% secondo i dati Agsi), la Germania pare ancora parecchio indietro (al 35%). Accelerando su questo fronte, e con qualche incentivo all’iniezione, ai primi di novembre l’Europa potrebbe arrivare a quota 81% di riempimento. Bene ma non benissimo.

Il sistema Ets

Ci sono altre variabili che i mercati europei dovranno affrontare. Una è politica, l’altra climatica. Che cosa accadrà con le pressioni di alcuni Stati membri dell’Ue sul fronte dei prezzi della CO2 (il sistema Ets), ritenuti oppressivi? Su questo fronte l’attenzione è sul prossimo 15 luglio, quando la Commissione Ue presenterà la sua proposta di riforma. Il pezzo più rilevante è l’ “Investment Booster”: l’asta di 400 milioni di quote per raccogliere circa 30 miliardi di euro da destinare alla decarbonizzazione industriale. Secondo Icis, tuttavia, è improbabile che la legislazione venga ratificata prima del secondo semestre 2027, il che significa che le aste aggiuntive comincerebbero solo a fine 2027. L’impatto ribassista si concentrerebbe quindi nel biennio 2028-29.

Il fattore El Nino

A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il fenomeno di El Niño, in arrivo con una probabilità dell’80-90%. Che impatto avrà? Le implicazioni per i mercati energetici europei sono indirette ma rilevanti: le alte temperature in Asia orientale durante l’estate potranno stimolare la domanda di energia elettrica per il raffrescamento, aumentando la competizione per i carichi spot di Lng proprio quando l’Europa deve accelerare le importazioni per gli stoccaggi. Con acquisti massicci di Cina e India, i flussi verso l’Europa potrebbero restare sotto pressione fino alla fine del terzo trimestre. Per l’inverno europeo, El Niño potrebbe invece tradursi in un inizio più mite ma in un primo trimestre 2027 più freddo e più secco. La stima complessiva è di un incremento potenziale di 70 TWh (circa 7 miliardi di metri cubi) nella domanda di gas invernale nell’Europa occidentale e centrale.

Le previsioni di Icis per il secondo semestre convergono quindi su un messaggio sostanzialmente rialzista dei prezzi del gas nel breve. La mancanza di Lng qatarino alimenta la pressione sui prezzi estivi, in combinazione con la forte domanda asiatica indotta da El Niño e la necessità europea di ricostituire le riserve. Se lo Stretto rimane chiuso, è intuitivo che i prezzi elettrici e del gas saliranno. Ma considerato anche il significativo premio al rischio già incorporato nelle quotazioni attuali, un accordo di pace potrebbe far scendere i prezzi nell’arco di ore. In mezzo a tanta incertezza, una certezza c’è: anche il secondo semestre 2026 non sarà noioso.

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10 giugno 2026