Il presidente e ceo della multinazionale americana: “Ascoltiamo gli atleti e li aiutiamo a raccontarsi al meglio. Assieme a governi e leghe per avere bambini più attivi. l Mondiale che sta per iniziare per noi sarà fondamentale, e non solo per i materiali che forniamo”
Bastano dieci minuti con Elliott Hill per capire perché con lui uno dei marchi di abbigliamento sportivo più famosi del mondo ha cambiato passo. Quello che dall’ottobre 2024 è il presidente e Ceo di Nike Inc. è un uomo pieno di interessi: il basket, il ciclismo con una passione per il Giro d’Italia, la terra da dove viene la sua famiglia. E il calcio, a livello personale come azionista di minoranza del Venezia, ma a livello professionale come uno sport fondamentale per l’azienda dello swoosh. Soprattutto ora che il Mondiale è alle porte, con Nike che punta a essere protagonista non solo attraverso le maglie delle sue nazionali (dagli Usa padroni di casa alla Francia favorita, al Brasile di Ancelotti), ma anche con una campagna promozionale, “Rip the Script”, coi volti simbolo di Nike, non solo calcistici, che invita i tifosi di tutto il mondo a liberarsi dei cliché e riscoprire l’essenza del gioco.
Mr. Hill, com’è il Mondiale visto da Nike?
“È un momento importante per le nostre squadre. È un momento in cui lavoriamo tutti per assicurarci che ci siano i nostri prodotti migliori e più innovativi in campo, per aiutare gli atleti a esprimersi al loro massimo livello, usando i nostri scarpini o le nostre maglie. Guardiamo anche a quello che indossano prima della partita. Ma non è solo questo: vogliamo anche raccontare storie, e ne abbiamo tante per le prossime settimane, che useremo anche per migliorare il modo in cui il nostro brand si presenta sul mercato. Il Mondiale per noi è fondamentale”.
La divisa di una nazionale non è solo una maglia ma diventa il simbolo di un intero Paese, soprattutto al Mondiale. Quanto influisce questa consapevolezza su quello che preparate?
“Abbiamo un motto: ascoltiamo le voci degli atleti. Per questo chiediamo ai nostri team di assicurarsi che stiamo facendo le domande giuste, che stiamo ascoltando le risposte che riceviamo. Soprattutto quando pensiamo qualcosa che diventa il simbolo di una nazione intera. Non vale solo per le maglie però”.
“C’è uno scopo dietro ogni cosa che facciamo, e non è solo rendere il nostro prodotto più bello. Crediamo che i ragazzi di oggi abbiano bisogno di sentire le nostre storie, e c’è una storia dietro una maglia: è quella storia, la sua ricchezza, che ci aiuta a creare un rapporto ancora più importante tra noi e il Paese di cui progettiamo la maglia”.
Avete testimonial come Cristiano Ronaldo, Kylian Mbappé, Erling Haaland e tanti altri che vedremo al Mondiale: come li scegliete?
“Abbiamo diversi team dedicati a ciascuno sport che passano tanto tempo nei tornei giovanili alla ricerca del nostro prossimo atleta. Per noi non conta solo se sono bravi nel loro sport, conta anche il tipo di persona che sono. Cerchiamo dei valori specifici: devi essere una brava persona prima di tutto, avere integrità, ma devi anche avere una scintilla dentro di te. Conta essere dei grandi atleti, anche potenzialmente, ma la storia ovviamente aiuta. E a volte possiamo anche noi aiutare a creare quella storia”.

“Abbiamo atleti che hanno ben chiaro chi sono e cosa vogliono diventare. E a volte prendono loro l’iniziativa per creare il loro personaggio. Ce ne sono altri che possiamo invece aiutare a trovare la loro voce, qualcosa che abbiamo fatto in tutta la nostra storia. È uno dei punti di forza nel rapporto con Nike: gli atleti che vogliono e hanno bisogno di quell’aiuto possono riceverlo. È il momento in cui le cose diventano speciali, quando conosciamo un atleta così bene da aiutarlo a raccontarsi”.
In Italia il calcio sembra perdere interesse, soprattutto tra i più giovani. Come pensa che un’azienda come Nike possa dare una mano?
“Avere bambini che si avvicinano allo sport, al calcio in questo caso, è fondamentale per il nostro futuro. Non parlo di noi come compagnia, ma come cittadini del mondo: abbiamo bisogno di bambini che imparino l’importanza di essere attivi, di valori come competere, giocare, divertirsi, essere bravi compagni di squadra. L’Italia è uno dei nostri 10 mercati principali ed è importante per noi restituire qualcosa, come ad esempio portare il calcio nelle città, come faremo a Milano. Penso però che dobbiamo e possiamo fare di più, non solo noi ma come partner di leghe e governi. Spetta a un governo, alla federazione, ai club cercare di invertire il trend. Noi siamo pronti a dare una mano”.
Come può aiutare Nike a sviluppare l’identità dello sport?
“Abbiamo da tempo una partnership con federazioni, leghe e club: abbiamo conversazioni continue su dove quello sport è in questo momento ma anche, e più importante, su dove sta andando e su dove dovrebbe andare. Cerchiamo di aiutare i nostri sport a crescere, che sia a livello giovanile o che sia per tentare un’espansione globale. Per noi è questo che significa essere grandi partner”.

Quanto conta lo sport professionistico per Nike?
“È fondamentale, sia come ispirazione che come innovazione. Abbiamo investito tanto tra atleti di alto livello, leghe, squadre, federazioni. Allo stesso tempo, però, è importante preoccuparci anche degli atleti di ogni giorno: usiamo quelli d’élite per invitare 8 miliardi di consumatori ad avvicinarsi allo sport”.
Come è cambiata questa visione dal suo arrivo?
“Quella visione è parte della nostra identità. Io ho riorganizzato la compagnia in modo che ci siano team dedicati ad ogni sport: dal calcio al basket, dal tennis all’atletica. Voglio che ciascuno dei nostri team sia connesso coi suoi atleti perché sono i loro feedback a guidarci. Rafforzare il legame con i nostri atleti, in ogni sport, è una delle cose che ho fatto”.
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