Roma, 10 giugno 2026 – Christian Eriksen è tornato a casa, sta bene e ha ringraziato medici, compagni e tifosi. Ma il nuovo malore avuto il 7 giugno 2026 durante Danimarca-Ucraina ha riaperto molti interrogativi: che cosa significa giocare a calcio da professionista dopo un arresto cardiaco e con un defibrillatore impiantabile nel torace?

La prima cosa da dire è anche la più importante: non abbiamo tutte le risposte ed è bene, soprattutto quando si parla di medicina, evitare speculazioni. Non conosciamo la diagnosi completa che nel 2021 portò all’impianto del dispositivo. Non conosciamo il tracciato registrato dall’ICD durante l’ultimo episodio. Non sappiamo cosa abbia causato lo shock. Senza questi dati, ogni conclusione netta sul futuro sportivo di Eriksen resta nel campo delle ipotesi.

Christian Eriksen in azione durante l'amichevole del 7 giugno tra Danimarca e Ucraina (Ansa)

Christian Eriksen in azione durante l’amichevole del 7 giugno tra Danimarca e Ucraina (Ansa)

Il precedente: 12 giugno 2021

Riavvolgiamo il nastro e torniamo a quel momento drammatico del 12 giugno 2021, durante Danimarca-Finlandia agli Europei, Eriksen crollò improvvisamente a terra. Fu un arresto cardiaco. Il cuore smise di pompare sangue in modo efficace e il calciatore fu salvato dall’intervento immediato dei sanitari. Dopo gli accertamenti, gli fu impiantato un ICD, sigla inglese di implantable cardioverter defibrillator: in italiano, defibrillatore cardiaco impiantabile. È un dispositivo che controlla continuamente il ritmo del cuore e interviene quando riconosce aritmie potenzialmente fatali. Da quel momento la carriera di Eriksen cambiò. In Italia, dove allora giocava nell’Inter, non ottenne l’idoneità per tornare a giocare. Il contratto fu risolto consensualmente e il centrocampista proseguì la carriera all’estero: prima in Inghilterra, poi in Germania. Non perché il suo dispositivo non funzionasse, ma perché il sistema italiano dell’idoneità sportiva agonistica è particolarmente rigoroso davanti a una storia di arresto cardiaco e ICD. 

I giocatori di Danimarca e Ucraina proteggono Christian Eriksen dopo il malore in  Danimarca-Ucraina

I giocatori di Danimarca e Ucraina proteggono Christian Eriksen dopo il malore in Danimarca-Ucraina

Che cosa è successo nel 2026

Veniamo agli scorsi giorni: il 7 giugno 2026, durante l’amichevole tra Danimarca e Ucraina a Odense, Eriksen si è accasciato di nuovo. Un (bruttissimo) film già visto. Ha ricevuto assistenza in campo ed è stato poi sottoposto ad accertamenti. Ma questa volta, dettaglio fondamentale, è andato in ospedale cosciente, sulle sue gambe. Eriksen, dopo aver rassicurato i tifosi dicendo di stare bene, ha attribuito l’episodio a uno shock del suo ICD. Ha spiegato che non si è trattato dello stesso evento del 2021 e che il dispositivo ha fatto ciò per cui era stato impiantato: intervenire in caso di pericolo. Uno shock dell’ICD non è automaticamente un fallimento. Anzi: se lo shock è appropriato, significa che il dispositivo ha riconosciuto un’aritmia pericolosa e l’ha interrotta. Resta comunque un fatto clinico importante: perché il cuore ha avuto bisogno di essere corretto?  

Come funziona un defibrillatore impiantabile

Un ICD non è un “cuore artificiale” e non cura la causa del problema. Potremmo paragonarlo ad una sorta di cintura di sicurezza intelligente. Viene impiantato sotto la pelle, di solito nella parte alta del torace, e collegato al cuore attraverso elettrocateteri, oppure, nei modelli sottocutanei, posizionato senza fili dentro le cavità cardiache. Il dispositivo monitora il battito. Se il cuore accelera in modo anomalo e pericoloso può intervenire in due modi principali. Il primo è una stimolazione rapida a bassa energia, chiamata pacing antitachicardico, che prova a interrompere l’aritmia senza una scarica forte. Il secondo è lo shock vero e proprio: una scarica elettrica più intensa che cerca di riportare il cuore a un ritmo compatibile con la vita. l’ICD non è risolutivo, non cura il problema alla radice, bensì interviene quando l’aritmia si presenta. Per questo, dopo ogni shock, i medici devono interrogare il dispositivo, leggere i tracciati, capire quale ritmo sia stato registrato e valutare se il rischio del paziente sia cambiato.  

Perché in Italia non si gioca

Il caso Eriksen va calato dentro il sistema italiano dell’idoneità sportiva agonistica. In Italia un atleta professionista non può giocare solo perché si sente bene o perché una società lo schiera. Deve ottenere un giudizio medico di idoneità, fondato su norme, protocolli e responsabilità medico-legali. Il riferimento più importante è rappresentato dai protocolli COCIS, i protocolli cardiologici italiani per il giudizio di idoneità allo sport agonistico. I protocolli nostrani prevedono una valutazione individuale. Nei portatori di ICD l’idoneità può essere presa in considerazione solo in casi selezionati, dopo un periodo di osservazione, dopo la valutazione del tipo di cardiopatia, del rischio aritmico, dello sport praticato e della possibilità che lo sforzo peggiori la condizione di base. Le valutazioni relative ad Eriksen, nel 2021, portarono a una rescissione del contratto con l’Inter in conseguenza al giudizio sanitario. Il fatto che Eriksen abbia potuto giocare in Inghilterra e in Germania è frutto del fatto che i sistemi regolatori e medico-sportivi possono applicare criteri diversi. In alcuni Paesi pesa di più la decisione condivisa tra atleta, medici e club. In Italia, invece, il giudizio di idoneità agonistica ha una struttura più formalizzata e restrittiva.

I giocatori danesi durante gli interminabili minuti dei soccorsi a Eriksen nel 2021 (Ansa)

I giocatori danesi durante gli interminabili minuti dei soccorsi a Eriksen nel 2021 (Ansa)

Servono prudenza e dati

Uno shock dell’ICD può avere spiegazioni diverse. Nel caso di Eriksen non sono pubblici i dati decisivi. Per questo oggi, è corretto limitarsi a dire: il dispositivo è intervenuto; Eriksen è a casa; ora bisogna capire perché l’ICD sia intervenuto e se questo episodio modifichi il suo profilo di rischio. La letteratura scientifica specifica sui calciatori professionisti con defibrillatore impiantabile è ancora limitata. Esiste però almeno un caso molto vicino al tema Eriksen: un case report pubblicato nel 2024 su BMJ Case Reports, intitolato Return to professional football after ICD implantation in athlete with apical hypertrophic cardiomyopathy, descrive il ritorno al calcio professionistico di un atleta con cardiomiopatia ipertrofica apicale e ICD sottocutaneo, dopo un percorso graduale, monitorato e basato su decisione condivisa tra atleta e medici. È un precedente importante, ma non una prova definitiva. Un singolo caso non permette di concludere che il ritorno sia sicuro per tutti. Gli stessi autori sottolineano che vietare automaticamente ogni sport intenso a tutti gli atleti con ICD può essere eccessivo, ma che serve una valutazione individuale, specialistica e prudente. Una casistica più ampia, pubblicata nel 2026 sul Journal of Cardiovascular Development and Disease, Sporting Careers After ICD Implantation in Elite Athletes, ha raccolto 37 atleti élite con ICD. Il calcio era lo sport più rappresentato. Dopo l’impianto, 25 atleti su 37 sono tornati allo sport competitivo e 24 a livello professionistico. Ma il dato va letto per intero: 9 atleti hanno avuto shock del dispositivo e 4 hanno poi interrotto l’attività. Alcuni atleti tornano, ma il rischio non scompare.

Christian Eriksen in azione durante l'amichevole con la Danimarca (Ansa)

Christian Eriksen in azione durante l’amichevole con la Danimarca (Ansa)

Valutazione caso per caso

Il caso Eriksen non deve produrre paura irrazionale verso lo sport. Deve invece ricordare tre cose: i controlli servono, i defibrillatori salvano vite, la rapidità dell’intervento è decisiva. Nel 2021 l’atleta fu salvato perché la catena dell’emergenza funzionò. Nel 2026, per quanto risulta dalle ricostruzioni, è stato protetto dal dispositivo impiantato. Eriksen è vivo anche grazie alla medicina moderna. Ma il suo futuro sportivo deve essere deciso dai dati clinici. Sarebbe bello, per lui e per tutti, avere certezze e slogan di resilienza. La verità è che la medicina offre probabilità, controlli, limiti, responsabilità. E soprattutto una regola di onestà, che vale anche per chi scrive: quando non sappiamo abbastanza, bisogna dirlo.