11 giugno 2026 – ore 07:00 – Sarà la Libia di Marcello Dudovich, ricca di suggestioni di luce e misteri orientali, la grande protagonista della prossima mostra dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata presso la sede museale di via Torino, già nota per le tante esposizioni dedicate al pittore del lusso, dei transatlantici, delle belle donne. L’annuncio non è ancora ufficiale, ma l’IRCI ha annunciato via Facebook che si vuole tornare, tra un mese, pertanto a inizio luglio “sul triestino Dudovich, di sangue dalmata, concentrandoci sui suoi passaggi in Libia – come da recente, fortunata mostra meneghina – e aggiungendo e integrando qualcosa di insolito (forse di inedito!) e di spiazzante”.
La mostra a Milano, tenutasi lo scorso marzo 2026, era stata infatti la prima ad approfondire l’arte di Dudovich ‘coloniale’, dipinta durante un primo soggiorno nel 1936 in Libia e, di nuovo, nel 1950 con una visita nel secondo dopoguerra. Il cuore della collezione della mostra meneghina era stato l’archivio del medico psichiatra Salvatore Galati, collezionista e amico di Dudovich. La mostra includeva disegni, 11 tempere a colori, foto scattate in Libia, la riproduzione di un murales un tempo presente nel Palazzo dell’Aeronautica militare a Roma; e poi bozzetti, lettere, documenti e così via. La visita del 1936 era sorta a seguito dell’esortazione di Italo Balbo, volta a creare un’arte italiana per la Libia: non a caso a Tripoli i primi lavori di Dudovich erano per le guide turistiche; e tuttavia anche quando rientrò in Italia, Dudovich chiese più volte ad amici e modelli di posare con abiti tradizionali nord africani per i propri soggetti, evidenziando pertanto quanto lo scatolone di sabbia lo avesse suggestionato.

A differenza di altre raffigurazioni a lui coeve delle colonie italiane, Dudovich privilegia nelle sue raffigurazioni uno sguardo lirico, sospeso: i caffettani, i veli e le dune di sabbia diventano (quasi) astratti, veicoli di luce per l’artista. Le stesse architetture, tanto locali, quanto fasciste, ricordano De Chirico per la propria essenzialità, dominate dal color bianco di un sole cocente. Le figure umane perdono la propria fisionomia, si scompongono in fantasmi abbacinati dal calore, tali da ricordare ombre di un teatro o figure geometriche. Eppure il vecchio, vecchissimo fascino per l’oriente già presente nell’arte triestina della seconda metà dell’ottocento è qui ancora ben vivo, anzi si fa strada tra odalische, cortili neo ottomani e una generale aura di impalpabile mistero. Chissà cosa ne pensarono (e ne pensano) i libici.

Articolo di Zeno Saracino