di
Giovanni Bianconi

Dalle carte dell’inchiesta della procura di Roma emerge il modus operandi di Vincenzo Virgiglio

Per i pubblici ministeri che lo accusano di corruzione e utilizzazione di segreti d’ufficio, l’imprenditore reggino Vincenzo Virgiglio aveva un metodo preciso e sperimentato per «arruolare» i giudici contabili alla causa del Ponte sullo Stretto. Un approccio che i pm descrivono così: «Avvicinare il magistrato, assicurarsene l’appoggio, garantirgli il coinvolgimento in associazioni, convegni, presentazione di persone poste in ruoli apicali pubblici in grado di favorirne gli sviluppi professionali». Allo scopo di chiederne la collaborazione al perseguimento dei propri interessi. Nelle vesti, sembra di capire, di ipotetico mediatore e quindi complice dei presunti corruttori.

Con l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti Tommaso Miele, secondo l’accusa, questo tipo di approccio «assume, allo stato attuale delle investigazioni, carattere corruttivo». Sfruttando una conoscenza che deriva dal fatto di abitare a Roma nello stesso palazzo del quartiere Trieste, e l’aspirazione del giudice ad assumere nuovi incarichi lavorativi dopo aver raggiunto nel febbraio scorso l’età della pensione. Virgiglio e il terzo indagato dell’inchiesta Giacomo Francesco Saccomanno (già commissario della Lega in Calabria e fino ad aprile consigliere della Società per azioni Stretto di Messina) facevano al caso suo potendo assicurargli «per il tramite dell’associazione “Accademia Calabria” e delle loro entrature, l’allargamento della platea di soggetti in grado di favorirne le aspirazioni professionali».



















































Gli incarichi a Miele

Anche se non c’entra con l’indagine della Procura di Roma né con l’ipotetica corruzione, tra gli incarichi assunti da Miele nell’ultimo anno c’è pure la presidenza del collegio dei revisori dei conti del Consiglio superiore della magistratura per il quadriennio 2025-2028. Fino al 4 marzo scorso, quando era presidente aggiunto dei giudici contabili, l’ha fatto a titolo gratuito, ma successivamente il plenum del Csm ha deliberato all’unanimità, su proposta del comitato di presidenza, di retribuirlo con un compenso lordo di 27.000 euro all’anno.

Con l’inchiesta romana c’entra invece l’interesse manifestato dallo stesso Miele nelle intercettazioni «a ricoprire la carica di presidente dell’Antitrust o, in alternativa, di una società partecipata (Postepay o Poste italiane) in quanto cariche ben remunerate, a differenza dell’Autorità garante della privacy».

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Un esempio del «metodo» che Virgiglio avrebbe applicato non solo a Miele, gli inquirenti lo hanno estratto dalla registrazione di un colloquio con un altro magistrato della Corte dei Conti in aspettativa, nella quale presumibilmente lo invitava a un incontro pubblico: «…Così facciamo una chiacchierata, ti presento altri personaggi, perché vengono tre A. D. (amministratori delegati, ndr)… vengono Ferrovie, Autostrade, hai capito?… Però se vieni è importante prima perché lo sai com’è, ci sono i convenevoli prima, gli incontri con questo e con quello… È importante».

Indagini in Calabria

Le intercettazioni da cui è scaturita l’indagine romana sono state avviate dalla Procura antimafia di Catanzaro, all’interno di un fascicolo sulle possibili infiltrazione dei clan locali di ’ndrangheta nell’affidamento dei lavori necessari alla realizzazione del ponte. E quando i carabinieri del Ros hanno ascoltato e riferito le conversazioni tra Virgiglio e Saccomanno — con i riferimenti alla Corte dei Conti a partire dall’autunno scorso, quando si avvicinava l’udienza in cui i giudici contabili dovevano concedere o negare il proprio assenso al progetto governativo per la realizzazione dell’opera — i pm calabresi le hanno trasmesse per competenza alla Procura di Roma. Che ha proseguito gli ascolti anche dopo la bocciatura della Corte arrivata il 29 ottobre. Fino al mese scorso. Registrando gli interessamenti di Miele prima e dopo il verdetto.

Prima i contatti servivano a cercare di ottenere un esito positivo del controllo di legittimità, come quando il 10 ottobre Saccomanno chiedeva Virgiglio di riparlare con Miele perché «a me interessa che quella cosa, che ti ha detto, viene confermata, capito?»; oppure quattro giorni dopo, quando Saccomanno informava Virgiglio che la società Stretto di Messina aveva «mandato tutte le documentazioni alla Corte», e quello rispondeva ridendo: «Sì, lo so… Poi ti dico… Vieni al più presto a Roma».

Dopo la bocciatura invece cercavano di capire quello che era successo, e un amico calabrese di Saccomanno, Franco Gemoli, leghista come lui, si mostrava stupito per «la cosa strana: non avete avuto il presidente che assisteva al…», e Saccomanno rispondeva: «Ma lì hanno deciso undici presidenti, quindi l’avranno messo in minoranza».

Da presidente aggiunto però, Miele non avrebbe fatto parte del collegio che ha deciso sul Ponte, e dunque non sarebbe vero nemmeno quello che, in un’altra telefonata, si confidarono Saccomanno e Virgiglio: «Lui se n’è andato per non votare». È prevedibile che nel seguito dell’inchiesta accusa e difese si troveranno a duellare anche sulle ipotetiche millanterie registrate dai carabinieri.


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11 giugno 2026 ( modifica il 11 giugno 2026 | 08:22)