E benvenuti a un nuovo episodio di “perché rifarlo”, la necessaria e urgente rubrica in cui ogni volta che esce un remake ci chiediamo senza un grammo di retorica o di ironia a cosa serva rifare un film che esiste già e che funziona già alla perfezione. È un lavoro ingrato ma qualcuno deve pur… rifarlo, eh eh!
In questo viaggio senza ritorno nei meccanismi più perversi della Hollywood che fattura, che affonda le radici nella primissima recensione che pubblicai su questo sito ormai mille (14) anni fa, abbiamo imparato a riconoscere tre tipi di remake:
- il remake di un film che è stato importante a suo tempo, ma ormai la moda è cambiata – e con la moda intendo le montature degli occhiali – a tal punto che è necessario ridire le stesse identiche cose ma con una montatura degli occhiali più moderna;
- il remake di un film che non ha colpe se non la più grave che il cinema americano possa immaginare: non è americano;
- il remake come presa di posizione politica e artistica tipo quella volta che Gus Van Sant rifece Psycho con Vince Vaughn e la maggior parte di noi si sta ancora grattando la testa cercando di capire cosa abbia cercato di dirci.
Di per sé nessuna di queste cose è sbagliata, o meglio, ognuna di queste cose è sbagliata, ma non significa che non ci si possa divertire lo stesso.
Il film di cui parliamo oggi si intitola Over Your Dead Body (titolo italiano non confermato: Sul tuo cadavere) e appartiene, a scanso di equivoci, alla seconda categoria. Figuratevi che il film non americano originale – il norvegese The Trip, di quella promessa mezza mantenuta e mezza no di Tommy Wirkola – è così recente che l’abbiamo recensito su queste pagine meno di cinque anni fa! Il che, ora che ci penso, mi mette dell’umore di tentare un simpatico esperimento meta testuale…

Jorma Taccone è quel simpatico giovanotto che dal lontano 2005 insieme ai soci Andy Samberg e Akiva Schaffer ci fa scassare con gli sketch musical-demenziali dei Lonely Island. Avete presente? Roba tipo I’m on a Boat o I Just Had Sex e so cosa state pensando, fighetti col monocolo che non siete altro, ma a me dopo 15 anni fanno ancora ridere. Ebbro del successo ottenuto al SNL, Taccone aveva poi diretto MacGruber, nato come parodia di MacGyver e diluito all’inverosimile per diventare un film vero. Se l’ho visto, non me lo ricordo e lo stesso Taccone, dopo essere tornato sul luogo del misfatto con Popstar: Never Stop Never Stopping (molto più vicino nello spirito e nelle intenzioni ai lavori dei Lonely Island), si ritaglia un piccolo spazio personale per questa sua ultima fatica: il remake di The Trip di Tommy Wirkola.
Taccone goes fully Wirkola goes fully Marriage Story
La storia è questa: Dan (Jason Segel) è un regista mezza calza. Sua moglie Lisa (la mia migliore amica Samara Weaving) è un’attrice mezza calza. I due sono in crisi: non si amano più, si disprezzano, e hanno anche qualche preoccupazione economica. Per tentare di appianare i loro problemi, decidono di passare un bel weekend nella loro isolata casetta sul lago. O almeno, così ci vogliono far credere. In realtà entrambi puntano a uccidere l’altro. Marriage Story col trattamento Taccone? Anzi, scusa: Scene da un Matrimonio, ma americano e col sangue? Eh, dai… tipo.
Esatto: tipo.
I piani dei due coniugi vengono mandati all’aria da tre criminali in fuga che casualmente trovano rifugio nell’isolata casetta sul lago. Marito e moglie quindi dovranno mettere momentaneamente da parte i propositi omicidi per unire le forze e tentare di uscire vivi da questo tranquillo weekend di paura.
Questa recensione è anche una nuova puntata del Samarosservatorio
Nella prima parte del film Taccone sembra abbassare i suoi consueti toni demenziali per raccontare un movimentato thriller psicologico, ma in breve tempo la situazione sfugge di mano e si torna a premere sull’acceleratore. Tre gatti (capitanati dalla versione economica di Josh Duhamel, Timothy Olyphant) contro due topi più pericolosi di quello che sarebbe lecito aspettarsi. Lentamente ma inesorabilmente Over Your Dead Body ingrana per poi deflagrare in un bagno di sangue e piscio.
Mitico Josh Duhamel
Ci si può anche divertire, a patto di trovare irresistibili le solite canzoncine pop rock, le esagerazioni sanguinolente e Juliette Lewis che fa faccette a tutto spiano. Personalmente, due ore di questa roba sono fin troppo. Forse il film della maturità di Taccone. Ma per me rimane un ragazzino esagitato che vorrebbe essere un mega punk a la Tarantino degli esordi ma che alla fine non ce l’ha mai fatta.
Boom!
Eh? Eh? Capito che ho fatto?
Non ho davvero scritto una recensione, ho solo preso quella di Casanova di cinque anni fa, sostituito i nomi e cambiato qualche frase qua e là, come ha fatto Taccone quando ha detto “faccio un film” e il film c’era già e lui l’ha solo tradotto in inglese.
Del resto, in cosa difettava l’originale di Wirkola? Niente, a parte il fatto che quegli stronzi dei protagonisti, dei veri pezzi di merda ingrati figli di puttana, parlavano norvegese. Era violento, era spassoso, aveva un’idea di base simpatica e una struttura ingegnosa che svelava progressivamente le sue carte tramite una serie di flashback molto Quenguy Tarantichie primi 2000s. Non fatico a immaginare un qualsiasi executive di Amazon che lo vede, gli piace, e commenta malinconico: se solo non dovessi leggere i sottotitoli e i personaggi fossero più attraenti..!
E guardiamoci in faccia, The Trip non è esattamente un capolavoro la cui purezza va preservata, non è un film per il quale, nelle immortali parole di Bong Joon-ho, vale la pena superare quella barriera di 2 cm che sono i sottotitoli. È un film tre-stelle-Letterboxd, che molta gente si sparerebbe con piacere in un pigro sabato pomeriggio, solo non in norvegese (tenete presente che in America non esiste il doppiaggio, ma quando esiste è grossomodo come farsi trapanare le orecchie con dei chiodi intinti nell’aids).
L’unico genere di persona che guarda un film coi sottotitoli in America
Non so invece cosa abbia fatto dire ad Amazon “questo è un lavoro per Jorma Taccone dei Lonely Island”, ma a quanto pare all’inizio il film l’avrebbe dovuto dirigere lo stesso Wirkola, che poi però ha preferito fare Thrash (ma sul serio???) e sapete come vanno queste cose: quando la prima scelta non è disponibile si fa un focus group per trovare la persona sulla faccia della Terra che c’entra in assoluto di meno col progetto.
Qualunque sia il motivo per cui è finito lì in mezzo, Taccone fa il suo, infondendo nel film tutta l’America di cui è capace. Sono andati a girare negli stessi luoghi dell’originale, ma la messa in scena è evidentemente più ricca, la fotografia più luminosa, gli attori più belli, la violenza più esagerata e slapstick (pensa che smacco Wirkola farsi dare le piste in fatto di arti mozzati e facce spappolate da quello dei Lonely Island). Alla fine la storia del cinema è fatta anche di gente capitata lì per caso che è riuscita a non cacarsi nelle mutande.
Facce spappolate
Ho a questo punto zero voglia di passare in rassegna ogni piccola differenza tra una versione e l’altra, e non credo abbia davvero senso farlo, ma prendiamo anche solo il cast: degli attori di The Trip non conosco nessuno eccetto Noomi Rapace su cui, onestamente, non ho un’opinione. Sono adeguati? Immagino di sì. Mi ricorderò di loro dopo che avrò cliccato sul tasto pubblica del pannello di WordPress? Ho seri dubbi. Gli americans, d’altra parte, sono tutte facce note per un motivo o per l’altro, affidabili, di comprovato carisma, tutta gente che ti fa dire “ehi, ma in questo film c’è coso: allora lo guardo”. Non è una questione di merito, ovviamente, quanto piuttosto di abitudine. Ma tant’è.
Benvenuti nel “ehi ma c’è Samara Weaving: allora lo guardo” cinematic universe
Jason Segel ha passato la prima parte della sua carriera a fare ruoli comici finché qualcuno non si è accorto che ha una faccia da cane bastonato che funziona alla grande anche se lo metti a fare personaggi tristi: il suo Dan è molto più patetico della controparte norvegese Lars, e decisamente più interessante, il che rende molto più facile fare il tifo per lui. Samara Weaving che ve lo dico a fare, lei è una scelta migliore a prescindere: qualunque cosa diventa istantaneamente almeno un 7% più bella se ci metti Samare Weaving tutta imbrattata di sangue che urla con l’accento matto. Perfetto Tim Olyphant nel ruolo di capo dei cattivi e, anche se non vado pazzo per Juliette Lewis, apprezzo l’idea di fare gender-swap di uno dei tre criminali, cambiandone la backstory e movimentando un po’ gli equilibri all’interno del gruppo (a margine: nella versione norvegese c’era forse qualche battuta omofoba di troppo? Sono troppo stanco per dare una risposta ponderata, ma senza ponderare direi di sì). Infine, serissimo contendente per ben tre Premi Sylvester 2027 – Miglior Vecchio, Premio Bravo all’intensità in un ruolo inutile e Miglior Battuta (“I wish a war upon you”) – quel ganassa di Paul Guilfoyle (chi se lo ricorda con affetto da C.S.I.? Solo io?) che interpreta il padre di Jason Segel: una particina piccina picciò che per qualche motivo mi ha fatto pensare che vorrei uno spin-off su di lui.

Sto quindi dicendo che, a ben vedere, una cosa che hanno rifatto gli americani non solo è legittima, non solo ci sta, ma è addirittura migliore dell’articolo originale? No amici, e smettetela di mettermi in bocca cose che non sono state lavate prima. Ve l’ho detto, è lo stesso film quasi inquadratura per inquadratura, ma con quelle piccole differenze che se sei cresciuto a pane e Stati Uniti d’America arrivano al cervello più familiari e, nostro malgrado, rassicuranti.
È davvero lo stesso film ma, coltello alla gola, credo che tra i due sceglierei questo.
Sopra, il proverbiale coltello alla gola
Streaming quote:
“Un remake di cui non c’era bisogno, ma di cui non c’era neanche non bisogno”
Quantum Tarantino, i400calci.com
Dove guardare Over Your Dead Body